L’IMPORTANZA DI CHIAMARSI FRANCESCO

Ovvero forse non solo Pietro ha ragione…

In un numero del 2015 del nostro giornale soffrivo il caldo di agosto e elucubravo su questioni sindacal-costituzionali ascoltando i Deep Purple. Oggi, col nuovo Governo insediato, c’è un tempo mite e, per deprimersi, sarebbe forse meglio ascoltare Gigi D’Alessio che i “mini-comizi” che si leggono sui social network in attesa spasmodica delle elezioni europee.

Ma, come disse Nenni, “(…) Se si sente la politica come un imperativo morale, allora non c’è stanchezza o desiderio di silenzio che conti. Si è nella battaglia e ci si sta. È quello che pedestremente io chiamo crepare alle stanghe della carretta (…)” ed anche stavolta un Pietro ha ragione.

Ed allora niente Gigi D’Alessio, ma via con “In the cage” dei Genesis, pronto a rileggere di nuovo i d.d.l. Ichino, Sacconi e Di Biagio memore che il tutto è stato condito con il nostro Congresso unificativo di Roma, genitore di SLM Fast.

Leggo e mi rendo conto che “(…) La libertà è condizione ineliminabile della legalità; dove non vi è libertà non può esservi legalità (…)” e mi convinco che anche questo Pietro, l’inossidabile Calamandrei ha ragione da vendere in questa Italia che si appresta alla prima legge finanziaria giallo-verde. Legge questa in deficit e del tutto nuova, ma soprattutto invisa agli illustri senatori citati che cercano di prevedere un forte e preventivo controllo nell’esercizio del diritto di sciopero, come succede nelle apposite Commissioni delle Camere per il DEF.

Ma un altro noto, e di diverso livello Senatore spagnolo, il repubblicano Odón de Buen, ebbe a notare che: “(…) La huelga surge casi siempre de improviso. Exigir que se avise a las autoridades cinco o diez días antes, es ir de seguro contra la realidad (…); (…) las penas (…) contra los que forman grupos para imponer la proclamación o el fin de una huelga es también un término vago y un arma peligrosa (…); (…) es también poco oportuno hablar de jefes y de promotores de la huelga, porque, si la huelga es un derecho (…), al contrario (…), el único resultado será que las huelgas se preparen en la oscuridad (…); (…) Esta ley constituye un grave peligro. (…) Más hubiese valido reconocer el derecho de huelga, dejando a los obreros y patronos absolutamente libres para ejercerlo al amparo de la Constitución (…)”, con chiaro riferimento alla famosa comparazione di Carnelutti fra il diritto di sciopero e quello di guerra, nella quale egli attribuiva ad ambedue il medesimo valore, perché “(…) l’organizzazione dei lavoratori reclama il diritto di sciopero come uno stato rivendica il diritto di guerra (…)” e quest’ultimo può essere considerato nient’altro che la possibilità di sottrarsi al diritto.

Ma Carnelutti si chiamava Francesco e, quindi, a questo punto, mi tocca fare l’upgrade dell’articolo edito tre anni fa. E a me, noto mangiapreti, tocca farlo con l’attuale mio omonimo gesuita che siede ad limina Apostolorum, secondo cui “(…) Una persona che lavora dovrebbe avere anche il tempo per ritemprarsi, stare con la  famiglia, divertirsi, leggere, ascoltare musica, praticare uno sport. Quando una attività non lascia spazio a uno svago salutare, a un riposo riparatore, allora essa diventa una schiavitù (…)”, notoriamente abolita fra il 1815 ed il 1865.  Di certo trattasi di una prosecuzione virtuosa della storica enciclica Rerum Novarum, grazie alla quale ai quasi ex schiavi del lavoro fu riconosciuto, per gentile concessione ed elevazione spirituale, la santificazione delle feste e perciò il riposo domenicale.

Ma d’altronde se il più noto Patrono d’Italia definiva il lavoro una “Grazia di Dio”, giusto 25 anni fa però il mio professore di derecho del trabajo Alfredo Montoya, sovversivo avvocato della Confindustria iberica, mi fece notare che lo sciopero può  considerarsi anche  un “fenomeno naturale” e, quindi, spontaneo, in     quanto “(…) es en su raíz un puro   hecho   << natural >>,  basado   en  la reacción  del  hombre   frente   a determinados comportamientos que reputa injustos o adversos (…)”.

Vivere tuttavia nello stato naturale, come affermò l’anglo-empirista Hobbes, voleva dire sottomettersi al bellum omnium contra omnes in cui sarebbe stato sempre il più forte a prevalere. Tanto valeva la pena affidare la gestione della propria vita sociale al mostruoso Leviatano che ne decidesse norme e limiti. E il Moloch nostrano considerò la materia dell’astensione collettiva dal lavoro reato, poi libertà, poi ancora reato ma, dopo 20 anni di buia dittatura, fu suggellato come diritto nell’art. 40 della Costituzione.

Diritto questo che, seppur protetto con le riforme del decennio 1990-2000 dalle selvagge esagerazioni delle micro-formazioni nei settori pubblicistici, rimane antecedente e leggermente più efficace dell’organizzazione dell’impresa suggellata nel successivo 41, non foss’altro che per quella rimozione degli ostacoli che l’art. 3, comma 2 della Carta Fondamentale ricordano con voce suadente.

Fin da giovane imparai, infatti, che “(…) nella vita talvolta è necessario saper lottare non solo senza paura, ma anche senza speranza (…)” memore che “(…) dietro ogni articolo della Carta Costituzionale stanno centinaia di giovani morti nella Resistenza (…)”, come ebbe a dire il pluricitato costituzionalista Pietro che aveva ragione dal vecchio articolo del 2015.

Oggi FAST e CONFSAL dovrebbero far proprie allora le parole di Julián Besteiro quando nel 1923 affermò che “(…) Hoy no bastan ni la tenacidad, ni el heroísmo, ni la más abnegada disposición de ánimo para hacer frente a los problemas que ante el proletariado se plantean con apremio para su solución. Hoy, sin saber, sin competencia, sin poderosos recursos intelectuales y técnicos, la organización obrera mejor orientada estaría condenada, ya que no a la desaparición, al estancamiento en su desarrollo (…)”. Stagnazione sicuramente lesiva delle azioni che federazioni e confederazione cercano di sviluppare anche con la lotta collettiva per raggiungere la agognata rappresentatività.

Non serve, quindi, un ulteriore intervento sulla legge 146/1990, bensì una norma che attui definitivamente l’art. 39 della Costituzione per evitare che il neocorporativismo imperante imponga il proprio nefasto e atavico gioco.

La Commissione di garanzia dovrebbe perciò ricordare le parole del Prof. Carinci, anche lui un Francesco ragionevole, che “(…) [non bisogna essere] formalisti [e] neppure (…) neo-positivisti, seppur (…) civetta[ndo] con questa parola, [si] enfatizzi la centralità dello ius positum (…)”. E il Presidente dell’autorità sullo sciopero, nel giudicare azioni aziendali non consone al diritto dovrebbe far “(…) propria la lezione di Kelsen, per cui la norma è passibile di più di una lettura, solo che ciascuna deve collocarsi all’interno di dimensione esegetica delimitata e delimitabile secondo le regole consolidate: se ne andrebbe, altrimenti, sia la norma fondante dello stato di diritto, cioè il primato del Parlamento; sia la norma essenziale della convivenza civile, cioè la relativa certezza del comando (…)”.

Questo, infatti, è stato l’insegnamento dell’eminentissimo padre Francesco che, nel campo giuslavoristico, ha avuto spesso ragione.

Categoria: Punti di vista

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