ATAC AI PRIVATI: ECCO COSA CAMBIA

Cosa accadrebbe se Atac dovesse finire in mano a vettori privati? Ecco le risposte

Potrebbe sembrare il titolo, rivisitato, di una nota canzone italiana ma niente di più fuorviante. La frase in commento evoca l’iniziativa politica, tanto discussa, del partito “+ Europa” il quale ha deciso di promuovere un referendum, nel territorio del Comune di Roma, avente come quesito “la liberalizzazione del trasporto pubblico locale” come se questa soluzione rappresentasse l’ottimo paretiano ovvero la terapia indiscutibile al male dell’oggettiva inefficienza del servizio. L’iniziativa in commento parte da alcuni presupposti, molto semplicistici, fondati sulla convinzione che: 1) la selezione, attraverso una procedura pubblica, possa garantire l’aggiudicazione del migliore tra i potenziali candidati; 2) nei servizi essenziali possa coesistere l’interesse privato (al lucro) con il diritto alla mobilità (aspetto sociale); 3) la previsione di un termine di durata del contratto di servizio, prevista anche per l’ in house, possa garantire una maggiore efficienza dell’aggiudicatario nella prospettiva dell’esperimento di un’ulteriore gara.

         Ora, al netto delle considerazioni politiche, occorre precisare che qualora si configurasse un esito referendario nel senso del sì, questo sarebbe giuridicamente non vincolante per il Comune (come si può dedurre dal Regolamento comunale il quale dispone nell’art 12 “… le deliberazioni del Consiglio Comunale, quand’anche si discostino in tutto o in parte dall’indirizzo espresso nei referendum popolari…”) ma risulterebbe altrettanto improbabile che la Giunta si disinteressi del risultato politico sancito dall’esito stesso.

         Non si tratta di stabilire, in questa sede, l’opportunità o meno di superare il regime concessorio attuale, basato sull’affidamento” in house”, a favore di uno dei principi cardine del Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea (“il regime della libera concorrenza”) ma di analizzare quali sarebbero gli effetti nel caso di messa a gara del servizio ed eventuale perdita della concessione da parte di Atac allo stato attuale.

         Ad oggi, la gestione del Tpl romano è affidata a due distinti vettori: l’Atac, azienda totalmente partecipata dal Comune e la Roma Tpl, un consorzio di aziende private che operano nel settore dei trasporti. E’ un dato di fatto, la presenza di un vettore privato che gestisce parte del servizio, quindi, il quesito referendario dovrebbe far riferimento all’integrale messa sul mercato del servizio.

         Operata tale puntualizzazione, le conseguenze di un eventuale subentro di altro soggetto nella gestione del servizio in luogo di Atac, investirebbero l’aspetto occupazionale nonché quello relativo alla continuità aziendale, soprattutto, alla luce dei requisiti previsti dalla normativa europea e nazionale (Legge Madia e il Codice dei contratti pubblici) per le “c.d. società in house” i quali creano un rapporto simbiotico tra l’ente concedente e la società affidataria.

         Tra questi requisiti assume un ruolo cardine, quello “dell’attività prevalente”, sancito dall’ 5, comma 1 del Dlgs n. 50/2016 (Codice dei contratti pubblici), il quale si sostanzia nella previsione che la società controllata deve svolgere a favore dell’ente concedente oltre l’80% delle proprie attività; da questo elemento ne consegue che l’operatività della società “in house” verte, in via tendenzialmente esclusiva, nei confronti dell’amministrazione affidante. A dimostrazione di ciò, interviene il fatto che il risultato economico di Atac poggia su due pilastri ben collegati a questa situazione di dipendenza: i ricavi da traffico (essenzialmente le attività di vendita dei titoli di viaggio e il sistema tariffario integrato) nonché quelli derivanti dal contratto di servizio (trasporto pubblico locale nonché i c.d. servizi complementari).

         Per quello che concerne l’aspetto occupazionale, l’ipotesi sovra evocata (fattispecie diversa dalla cessione d’azienda) non dovrebbe, almeno all’atto dell’aggiudicazione, produrre effetti compromettenti grazie all’intervento di una disciplina legale, a carattere speciale, contenuta nell’art. 26 del R.D. n. 1931/1948 (la c.d. clausola legale di salvaguardia). Almeno in un primo momento, perchè, nulla vieterebbe all’imprenditore di prevedere, successivamente, una revisione dell’organico attraverso istituti quali la legge n. 223/1991 (disciplina del licenziamento collettivo) soprattutto per la fascia lavorativa “debole” (esempio i lavoratori investiti dall’inidoneità definitiva sopraggiunta in costanza di rapporto). E’ innegabile che il soggetto privato inverte, rispetto al pubblico, l’ordine gerarchico delle priorità: il lucro predomina la gerarchia mentre l’aspetto sociale verrebbe rilegato ai margini.

         In ordine alla continuità aziendale, l’ipotesi di cambio nell’appalto inciderebbe sull’operatività dell’azienda municipalizzata, poiché, la stessa risulterebbe “svuotata” della sua attività principale con conseguente perdita drastica della redditività già precaria a causa della procedura concorsuale che ha investito l’azienda stessa. Di recente, la società dei trasporti ha conseguito l’ammissione, da parte del Tribunale di Roma, alla procedura di concordato preventivo la quale fonda la sua fattibilità sulla proroga, fino al 2021, dell’affidamento in house disposta con Delibera dell’Assemblea capitolina n. 2 del 16 gennaio 2018. In virtù di tale ulteriore elemento, la perdita del presupposto necessario all’eventuale fase esecutiva del concordato (ad oggi, non sono ancora intervenute le fasi di adunanza dei creditori ed omologa del Tribunale), comporterebbe la risoluzione del piano “di rientro” per inadempimento con successiva dichiarazione di fallimento. Da ricordare che la legge fallimentare (art 105 L.F.) prevede la possibilità, in caso di cessione di un’azienda sottoposta a fallimento, di non includere nell’operazione il trasferimento totalitario dei contratti di lavoro in essere con conseguente riduzione dei livelli occupazionali. Inoltre, la cessazione dell’attività d’impresa non garantirebbe più quei flussi, previsti nel piano concordatario, destinati a remunerare i debiti pregressi contratti dalla società quando era in funzionamento con un forte impatto sulla redditività dei fornitori derivante dalla falcidia del loro credito.

Categoria: Analisi & Studi

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