VITALIZI E TRATTAMENTI PENSIONISTICI, MARCHIAMO LE DIFFERENZE

Le pensioni possono essere equiparate ai vitalizi? Le risposte in questa analisi, attenta e lucida

La tesi dei Parlamentari destinatari del ricalco sui vitalizi, deciso prima per gli ex Deputati e più recentemente per gli ex Senatori, finalizzata a difendere e salvaguardare i loro trattamenti “para pensionistici” sta diventando perlomeno oziosa, considerato che “costoro” cercano di equiparare i loro vitalizi, “frutto di provvedimenti legislativi di privilegio” ai trattamenti pensionistici in godimento per i “comuni” lavoratori che sono il risultato contabile invece dei contributi previdenziali versati nell’arco della loro vita lavorativa, per la maggior parte di essi almeno per 40 anni.

È opportuno evidenziare in premessa, che la Corte di cassazione a Sezioni Unite ha definitivamente cancellato le argomentazioni della natura di trattamento pensionistico del vitalizio, affermando che “va esclusa la natura pensionistica dell’assegno in questione, avendo esso una diversità di finalità e di regime rispetto alle pensioni, sia pur in presenza di caratteristiche della prestazione  previdenziale”.

Successivamente anche nelle fasi nelle quali si puntava “all’eliminazione di ogni privilegio particolare per i parlamentari, tra questi il diritto al trattamento di vitalizio  dopo appena due anni e mezzo di presenza nelle assemblee elettive” la giurisprudenza prevalente si pronunciava in ordine alla “natura non previdenziale” degli emolumenti erogati agli ex componenti di assemblee elettive (Corte conti sez. Lombardia 24 giugno 2015, n. 117)”

Pertanto, malgrado l’affinità dell’istituto della pensione con il vitalizio ed il riferimento a contributi versati è fuor di dubbio che il vitalizio parlamentare è giuridicamente distinto dall’istituto della pensione propriamente detta, ciò perché “l’attività politica non è attività lavorativa” , dunque non ricade nella disciplina del diritto del lavoro. In particolare, malgrado i relativi emolumenti siano a carico dell’erario pubblico, il mandato elettivo non può equipararsi alla figura del rapporto di pubblico impiego ed è in genere sottratto alle normazioni sulla pubblica amministrazione. Singoli ordinamenti possono però prevedere, nell’estrema varietà della fonte che li regola, commistioni/confusioni e altre variazioni di disciplina, rispetto al principio di netta distinzione tra le due figure giuridiche.

L’erogazione di un trattamento economico vitalizio, alla cessazione della carica e comunque al superamento di una soglia di età anagrafica, è un istituto che nell’ordinamento italiano è riservato ai deputati, ai senatori e ai consiglieri regionali.

Gli emolumenti per i Parlamentari, previsti dall’articolo 69 della Costituzione italiana, si limitano all’indennità ed alla diaria, ed attengono esclusivamente ai titolari in carica. La disciplina interna alle Camere ha arricchito in autodichìa tali emolumenti, sia integrando i requisiti di legge, sia aggiungendovi una più vasta serie di competenze, che sono destinate ai Parlamentari cessati dalla carica. Al contrario, per i Consiglieri Regionali la disciplina di norma è regolata da apposite leggi regionali.

Fino al 2012 questi emolumenti erano inquadrati sotto forma di accensione di una rendita vitalizia o “vitalizio propriamente detto”, parzialmente alimentata da un prelievo sull’indennità del periodo di esercizio della carica; per essere erogata, occorreva superare una soglia di età che, a partire dalle modifiche a firma Marini nella qualità di Presidente del Senato e Bertinotti quale Presidente della Camera dei Deputati , è stata progressivamente elevata.

Tale riforma si è inserita in un filone già avviato nel 1997, a partire da tale data, il requisito minimo per maturare l’assegno fu stabilito al compimento di 60 anni di età, ma limitatamente ai neo eletti dal 2001. Prima, per maturare il diritto, era al limite sufficiente un giorno in Parlamento, salvo riscattare il periodo rimanente pagando i contributi che si sarebbero versati fino al mandato pieno. Inoltre, in caso di elezione per tre legislature, a prescindere dall’età si percepiva immediatamente l’assegno. La rata massima erogabile dal 1997 prevedeva la riduzione all’80% dell’indennità in relazione agli anni di mandato.

In seguito, il diritto alla pensione è stato posticipato al compimento dei 65 anni di età e a condizione dell’esercizio del mandato parlamentare per almeno 5 anni effettivi. Per ogni anno di mandato ulteriore, l’età richiesta per il conseguimento del diritto è diminuita di un anno, con il limite all’età di 60 anni.

Dal 2007, invece, è stato raddoppiato il periodo minimo di mandato per maturare il diritto all’assegno 4 anni, 6 mesi e 1 giorno.

Sull’equiparazione di questo tipo di rendita con un trattamento previdenziale sono state avanzate riserve, tanto più che il giudice delle pensioni si va dichiarando incompetente a conoscere del relativo contenzioso.

Il problema ha assunto dimensioni diverse dopo l’intervento normativo avvenuto nel 2012 a firma di  Fini, quale Presidente della Camera  e di Schifani, nella qualità di Presidente del Senato:

  • per i vitalizi in essere, si è introdotto il metodo di calcolo contributivo, il montante risulta dalla somma della quota di assegno vitalizio definitivamente maturato, al 31 dicembre 2011, e della quota di pensione riferita agli anni di mandato parlamentare esercitato dal 2012 in poi.
  • per i parlamentari in carica nel 2012, il diritto al trattamento pensionistico/vitalizio, da quell’anno, si matura al conseguimento di un duplice requisito, anagrafico e contributivo, l’ex Parlamentare ha infatti diritto a ricevere la pensione a condizione di avere svolto il mandato parlamentare per almeno 5 anni e di aver compiuto 65 anni di età. Per ogni anno di mandato oltre il quinto, il requisito anagrafico è diminuito di un anno sino al minimo inderogabile di 60 anni;
  • per gli eletti per la prima volta nel 2013, il trattamento previdenziale viene esclusivamente inquadrato nella figura giuridica della pensionedel Parlamentare, tanto è vero che è regolato da appositi Regolamenti delle pensioni dei Senatori e dei Deputati, approvati dai rispettivi uffici di Presidenza il 31 gennaio 2012.

Con la rideterminazione della misura degli assegni vitalizi, decisa prima per gli ex Deputati e poi per gli ex Senatori, delibere che entreranno in vigore il 1° gennaio 2019 si procerà invece ad un ricalcolo secondo il metodo contributivo della misura degli assegni vitalizi, delle quote di assegno vitalizio dei trattamenti previdenziali pro rata e dei trattamenti di reversibilità maturati sulla base della normativa vigente alla data del 31 dicembre 2011.Rispetto a questi provvedimenti, riteniamo di giustizia sociale, gli ex Parlamentari stanno proponendo ricorso, intenzionati come sono a mantenere inalterati i loro trattamenti di privilegio.

Bisogna sottolineare in merito che a tutela di eventuali diritti acquisiti rivendicati dai Parlamentari non esistono tali salvaguardie, né in campo previdenziale, né tanto meno nelle prestazioni similari, considerato che spesso i Pensionati hanno dovuto subire falcidie sui loro trattamenti pensionistici che si sono applicate anche successivamente ai ricorsi alla Consulta. Tutto ciò è in linea con quanto previsto nella teoria costituzionale nel diritto della previdenza sociale, secondo cui “le prestazioni previdenziali sono un servizio pubblico” e lo Stato può rivedere in ogni momento i livelli dei servizi che intende fornire al cittadino, così come, per esigenze di bilancio, si possono ridurre ad esempio le prestazioni sanitarie, la scuola, l’università, la sicurezza o bloccare gli aumenti degli stipendi ai dipendenti pubblici.

Non restano quindi ambiti esenti dall’operatività del principio di comprimibilità per legge dei trattamenti previdenziali, nel rispetto dei principi costituzionali.

Il trattamento pensionistico è invece una vera e propria “remunerazione post lavorativa” erogata ai lavoratori, dietro presentazione di apposita domanda, successivamente alla conclusione della loro attività di lavoro.

In Italia la pensione è nella maggior parte dei casi pubblica, erogata cioè dagli enti di previdenza statali e non è altro che il risultato computistico della somma accumulata mese per mese durante la vita lavorativa, attraverso il versamento obbligatorio dei contributi previdenziali, pagati nella misura dell’8,89% dal lavoratore e nella misura pari al 23,81% dal datore di lavoro

Le pensioni allo stato attuale vengono calcolate utilizzando tre sistemi.
Il sistema retributivo, riguardante coloro che alla data del 31.12.1995 possono far valere almeno 18 anni di servizio utile.
Il sistema misto, retributivo fino al 1995 e contributivo dal 1996, riguardante coloro che alla data del 31.12.1995 possono far valere meno di 18 anni di servizio utile.

Il sistema contributivo, riguardante coloro che hanno iniziato a lavorare dopo il 31.12.1995 e coloro i quali essendo assicurati in questa data esercitano l’opzione del calcolo della pensione tramite questo sistema.

A partire da Gennaio 2012 per effetto della riforma Fornero/Monti anche le pensioni calcolate con il sistema retributivo avranno una quota pro-rata di calcolo contributivo.

La prestazione previdenziale dei lavoratori in quiescenza “ha quindi sicuramente natura diversa dai vitalizi” e riteniamo che il tentativo dei Parlamentari d’impugnare le Delibere di Camere e Senato, facendo riferimento alle Pensioni, possa rivelarsi fine a se stesso.

Categoria: Attualità

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