NO ALLA PRIVATIZZAZIONI ATAC E DEL TRASPORTO PUBBLICO NON DI LINEA

Il Vice-Segretario Nazionale di SLM-FAST Confsal spiega le ragioni del NO al Referendum che si voterà a Roma l’11 novembre

Spiegare perchè bisogna votare no al referendum sulla privatizzazione di Atac è semplice, se si fa un passo indietro. Era il 1996 quando la conferenza Stato/Regioni, anche per l’assenza di rappresentanti del Lazio, stabilisce le quote di riparto alle Regioni per il finanziamento del trasporto pubblico locale, un vuoto che ancora oggi porta nelle casse della Regione Lazio solo 176 milioni di euro, nettamente insufficienti per garantire il trasporto ai cittadini del Lazio e di Roma che con Atac, l’azienda più grande d’Italia, serve un territorio vastissimo rispetto alle altre società pubbliche italiane ed ha un costo gestionale che supera abbondantemente i 300 milioni di euro.

Basta fare il cosiddetto “conto della serva” per far emergere il vero grande problema di Roma e della sua Azienda di tpl. Per garantire il servizio di trasporto collettivo a costi popolari ai cittadini romani e a tutti i visitatori della città eterna, il Campidoglio deve reperire le risorse dalle proprie casse per integrare la quota che gli viene trasferita dalla Regione. Se a questo aggiungiamo il taglio di risorse che ha interessato tutti i comuni italiani, è facile capire che la battaglia politica contro chi oggi governa la città è dettata più dalla ipocrisia e dalla demagogia, che dalla voglia di rimettere in sesto l’Atac e di fornire ai cittadini un servizio dignitoso. Come dimostra il fatto che i “paladini del referendum” hanno fatto parte delle coalizioni di governo della città e della Regione Lazio negli anni passati.

Troppo facile attribuire il disastro di oggi semplicemente ad una cattiva gestione. Tutto ruota sulla mancanza di finanziamenti adeguati, che ha comportato la ricerca spasmodica del risparmio a tutti i costi. Compresa la decisione di trascurare gli acquisti dei ricambi necessari alla manutenzione dei mezzi, rendendo fatiscente il parco bus. Nessuno può pensare che l’attuale buco di bilancio sia dovuto agli amministratori degli ultimi due o tre anni o che a creare questa voragine sia stata una gestione superficiale o maldestra dell’azienda. E’ chiaro, per chi è in buona fede, che le ragioni si trovano altrove.

A nulla può servire lo sforzo dell’attuale amministrazione per risanare i conti della municipalizzata. Il risparmio di 5 milioni di euro sicuramente è importante, ma non risolve il problema, anche se per quanto riguarda i bus è grazie alla politica comunitaria che ha stanziato diversi milioni di euro per il riammodernamento del parco mezzi nei Paesi della Ue al fine di combattere l’inquinamento e i soldi per acquistare nuovi veicoli ora ci sono e sono solo da spendere.

Ma per risanare Atac non basta solo questo. Bisogna che lo Stato si faccia garante del reale costo di gestione di un’azienda che offre servizio di mobilità pubblica alla Capitale d’Italia. A niente o quasi niente serve, infatti, il provvedimento governativo è così com’è stato approvato sui “costi standard” del tpl, perché non prevede una ridistribuzione dei finanziamenti da parte dello Stato in base alle reali esigenze, ma solo un adeguamento graduale negli anni, cosa che continua a far soffrire se non a peggiorare i bilanci della Regione Lazio, di Roma Capitale e della stessa Atac.

A fronte di queste considerazioni basate su una pragmatica analisi della situazione attuale, una politica che mira ad enfatizzare il malfunzionamento di Atac a tal punto da chiederne la privatizzazione, oltre a ridursi ad un puro e semplice attacco politico all’attuale governo della città, sembra possa nascondere qualche interesse diverso da quello che è contenuto nei dettami costituzionali. Non deve essere per forza un interesse malsano, in realtà potrebbe nascondere una Politica che potremmo denominare “Politica di Ponzio Pilato”. Per fare più chiarezza, si intende che volendo nascondere una politica fallimentare del trasporto collettivo che si trascina dal 1996 si tradisce il mandato istituzionale e ci si lava le mani affidando ad una gestione privata il futuro del trasporto cittadino romano.

Pensare alla privatizzazione di Atac non è uno spot. Dietro si nasconde un mondo. Il “mercato”, che pensa agli utili e non al diritto alla mobilità dei cittadini, ai diritti e alle tutele dei lavoratori, non può essere aperto ai servizi essenziali garantiti dalla nostra Costituzione.

Se qualcuno si è dimenticato che gli Italiani nel giugno 2011 hanno detto no alla privatizzazioni dei servizi pubblici essenziali forse è proprio quel qualcuno che dovrebbe cambiare mestiere, visto che non rispetta la volontà di chi vorrebbe rappresentare, speculando su un’azienda sull’orlo del fallimento non certo per responsabilità da attribuire ai lavoratori.

Potremmo elencare molti esempi di gestione privata del tpl, fuori dai confini nazionali potremmo far riferimento all’Inghilterra, che dopo aver sperimentato la privatizzazione dei servizi di trasporto sta ritornando indietro, ripensando a quanto fatto e riaffidando il tutto ad aziende pubbliche. Se invece vogliamo ritornare nei confini interni, possiamo citare la situazione di Genova dove il “privato” è letteralmente fuggito, lasciando il Comune in grande difficoltà. Ma se volessimo andare ancora più vicino, basta guardare al servizio e alla gestione periferica di Roma, affidati ad un’azienda privata ormai da molti anni. Con il risultato di continui disservizi e irregolarità nonché della mancata applicazione delle più basilari regole di tutela dei lavoratori dipendenti.

Il referendum dell’11 novembre 2018, peraltro consultivo e quindi “non vincolante”, non solo va ad aggravare la situazione economica è già compromessa è del Comune di Roma, che dovrà farsi carico dei costi di tutto l’apparato referendario, non solo tende a convincere i romani che il futuro di Atac dipende dalla loro espressione di voto, ma nasconde l’altro quesito referendario sostenuto volontà politica di introdurre realmente il privato in tutte le forme di tpl nella città di Roma come la concorrenza ai Taxi e agli Ncc.

In conclusione, possiamo tranquillamente affermare che il referendum proposto è pretestuoso e fuorviante perché cerca con astuzia di distogliere l’attenzione dei cittadini dai veri responsabili e dalle reali cause dello sfascio in cui versa il Trasporto Pubblico Locale di Roma. SLM FAST-Confsal dice no alla privatizzazione di Atac e dice no a favorire l’esercizio di trasporti collettivi non di linea ad imprese operanti in concorrenza.

Categoria: Attualità

Tags: