LA CRISI: FASE FISIOLOGICA E NON PATOLOGICA DEL CICLO DI VITA AZIENDALE

Analisi degli strumenti di risoluzione della crisi messi a disposizione agli imprenditori

Il ciclo di vita aziendale è stato, da sempre, caratterizzato dalle fasi di start up, crescita, consolidamento e cessazione dell’attività d’impresa. In ordine a quest’ultima, le ragioni sottostanti alla cessazione hanno, spesso, carattere esogeno rispetto alle scelte operate dall’imprenditore e trovano la loro giustificazione nelle mutevoli condizioni dell’ambiente di riferimento. Ambiente che negli ultimi anni ha visto il consolidarsi delle relazioni internazionali tra operatori economici con una forte vocazione competitiva.

La competitività è considerata, in questo contesto, la condizione necessaria per la permanenza sul mercato, nonché, il volano per l’aumento della produttività e dell’efficienza dell’impresa.

L’evoluzione digitale, la presenza di grandi gruppi, nonché, la necessaria riconversione industriale generata dall’obsolescenza dei prodotti offerti, hanno messo in difficoltà le piccole imprese le quali sono risultate poco reattive al cambiamento e soprattutto, incapaci di operare una reingegnerizzazione dei processi produttivi ovvero di erogare una costante formazione della forza lavoro.

A volte, però, la continuità aziendale è stata messa in discussione dal mancato incasso delle commesse effettuate nei confronti della Pubblica amministrazione che ha, di fatto, alterato l’avvicendamento tra le entrate e le uscite finanziarie creando, di conseguenza, una situazione di tensione finanziaria degenerata nella crisi irreversibile e, quindi, nell’impossibilità di adempiere alle proprie obbligazioni (la c.d. insolvenza).

A fronte del manifestarsi di tali situazioni, il nostro ordinamento ha previsto degli strumenti capaci di controvertere questa tendenza e concedere all’imprenditore la capacità di definire il rapporto con il ceto creditorio in modo da poter ripristinare l’operatività aziendale.

In aggiunta, il legislatore ha ampliato la platea dei potenziali fruitori di tali strumenti il cui utilizzo era, precedentemente, riservato in modo esclusivo alle grandi imprese. Il continuo cantiere legislativo in materia di crisi d’impresa, sta producendo una riforma della disciplina vigente la quale verterà su alcune direttrici: il passaggio da un regime prettamente sanzionatorio (quale era la legge fallimentare nella sua versione originale) ad un regime di tipo premiale per coloro che risultano incolpevoli del dissesto e collaborativi con gli organi della procedura, la riduzione dei tempi e dei costi delle procedure concorsuali, l’estensione a tutti i soggetti debitori, anche quelli civili, della possibilità di definire i rapporti con i propri creditori, l’introduzione di sistemi di allerta promossi dai creditori qualificati (es. gli enti previdenziali nonché l’agenzia delle entrate) capaci di intercettare la crisi nel suo primo stadio, nonché, il potenziamento dell’istituto dell’esdebitazione.

Secondo tale prospettiva, la crisi aziendale non assume più la connotazione di fase patologica del ciclo di vita dell’attività d’impresa, con la conseguente dissoluzione del compendio produttivo (know how, brevetti, brand, macchinari), ma assume la qualità di fase fisiologica, quasi ad assumere il carattere della normalità.

Ma quali sono gli strumenti di risoluzione della crisi messi a disposizione dell’imprenditore?

Si possono distinguere due tipologie di procedure: di natura stragiudiziale, senza alcun intervento da parte dell’autorità giudiziaria, e di natura giudiziale, connotata dalla presenza del Tribunale in qualità di supervisore ma con una graduata (a seconda della procedura) vocazione di tipo privatistica.

Per quello che concerne la prima fattispecie, lo strumento principale è ravvisabile nel piano attestato di risanamento ex art 67, comma 3, lett. d) il quale permette all’imprenditore, attraverso (sostanzialmente) un piano industriale asseverato da un professionista, di riequilibrare la sua situazione finanziaria in modo da recuperare quella operatività necessaria allo svolgimento dell’attività.

Lo strumento in commento gode di alcuni vantaggi, tra i quali, l’esenzione dalla revocatoria fallimentare e dai reati di bancarotta fraudolenta e semplice (sulla scorta dell’art 217-bis LF), nel caso in cui intervenisse, successivamente, la dichiarazione di fallimento. In ordine agli svantaggi, il piano non gode dello schermo protettivo tipico delle procedure giudiziarie (il c.d. “automatic stay”, ossia l’interdizione dalla proposizione ovvero continuazione di azioni esecutive e cautelari sul patrimonio del debitore da parte dei creditori) con la conseguente irrealizzabilità di quanto programmato qualora non intervenisse l’adesione unanime dei creditori stessi.

Le procedure concorsuali di natura giudiziale, invece, sono caratterizzate da una forte rigidità procedimentale (si articolano in fasi puntualmente previste dalla norma fallimentare) ma una notevole flessibilità concernente il contenuto che può assumere la soluzione prospettata dall’imprenditore. Infatti, il concordato preventivo, nella sua declinazione liquidatoria ovvero di continuazione dell’attività d’impresa, e gli accordi di ristrutturazione dei debiti ex art 182-bis LF permettono, sotto la vigilanza del Tribunale, di definire la crisi attraverso una proposta, rivolta ai creditori, dal contenuto più vario, ossia, dalla mera moratoria del credito alla possibilità di convertire il credito stesso in strumenti partecipativi della società in crisi.

L’ampia discrezionalità concessa all’imprenditore dalle procedure in commento, soprattutto quelle giudiziali, implica la possibilità per lo stesso di cedere l’azienda a terzi al fine di remunerare i creditori con il corrispettivo della vendita. In ordine a quest’ultima operazione, qualche dubbio potrebbe sorgere con riguardo all’appetibilità, sul mercato, di un’azienda connotata da una forte esposizione debitoria e da una rigida struttura della forza lavoro la quale, a volte, risulta incompatibile con le sopravvenute esigenze produttive. Purtroppo, nella maggiorparte dei casi, la soluzione alla crisi aziendale ha un costo che investe il fattore lavoro; difatti, l’art. 105 LF recita che “Nell’ambito delle consultazioni sindacali relative al trasferimento d’azienda, il curatore, l’acquirente e i rappresentanti dei lavoratori possono convenire il trasferimento solo parziale dei lavoratori alle dipendenze dell’acquirente e le ulteriori modifiche del rapporto di lavoro consentite dalle norme vigenti”. Questo implica una deroga alla norma codicistica, l’art 2112 cc, la quale sancisce il trasferimento, come effetto automatico, di tutti i rapporti di lavoro in essere all’atto della cessione d’azienda con conseguente taglio ai livelli occupazioni e retributivi.

Categoria: Analisi & Studi

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