PER SALVARE IL TPL NON SERVE PRIVATIZZARE

Già nel 2011 gli italiani hanno detto NO all’ingresso dei privati nei servizi pubblici

La scelta che faranno i romani nell’urna, il prossimo 11 novembre, potrà fare la differenza. Eppure fino ad oggi si parla pochissimo di questo appuntamento, che si potrebbe definire storico. Per la prima volta nella storia di Roma Capitale, infatti, i cittadini saranno chiamati ad esprimersi con un referendum consultivo, che potrà influire sul futuro del trasporto pubblico locale. La consultazione, per quanto non vincolante, dovrebbe perlomeno spingere le autorità e tutti i soggetti coinvolti ad interrogarsi sull’effettivo bilancio della partecipazione del Comune in Atac Spa e sulla situazione economica e gestionale dell’azienda. Il dibattito, però, stenta a partire. Lasciando il campo alle solite schermaglie politiche che poco hanno a che fare con le questioni di cui si dovrebbe discutere.

Cerchiamo di fare chiarezza. Questo il quesito che sarà sottoposto al giudizio popolare:

Volete voi che Roma Capitale affidi tutti i servizi relativi al trasporto pubblico locale di superficie e sotterraneo, ovvero su gomma e rotaia, mediante gare pubbliche, anche ad una pluralità di gestori e garantendo forme di concorrenza comparativa, nel rispetto della disciplina vigente a tutela della salvaguardia e della ricollocazione dei lavoratori nella fase di ristrutturazione del servizio?”.

Il primo passo per prendere una decisione, soprattutto rispetto all’Atac, è quello di approfondire le reali cause dell’attuale disservizio, che ha favorito la speculazione politica dei promotori del quesito referendario e fa breccia sui cittadini che vivono ogni giorno i disagi qualitativi e quantitativi del Tpl romano. In realtà a Roma il servizio è liberalizzato da circa un ventennio, con l’esperienza di Roma Tpl Scarl a cui è stata affidata il 30% circa delle linee di superficie. Che, per chi non lo sapesse, sono gli autobus in livrea grigia, che battono le strade polverose della periferia romana.

L’esperienza dimostra che il privato non risolve le problematiche, ma le accentua addirittura, con una convenienza minore per la comunità in termini di costi Vett/Km. Anche perché la liberalizzazione lede in maniera significativa i diritti e le tutele dei lavoratori, costretti a rincorrere gli stipendi, mese dopo mese.

La cartina di tornasole dei cittadini romani deve essere proprio l’esperienza di Roma Tpl, che ha mostrato con chiarezza che l’equazione “efficienza=privato” non ha portato ai risultati previsti. Anzi, mettendo a confronto entrambi gli esercizi, si può tranquillamente affermare che non tutti i mali del trasporto pubblico romano sono imputabili ad una gestione pubblica, ma che, viceversa, è proprio l’amministrazione privata a risultare più scadente su tutta la linea.

Anche superando i confini italiani, la musica non cambia. I casi in cui la privatizzazione è dovuta tornare sui propri passi si moltiplicano. A partire da quello britannico, con Londra che è stata  costretta a rinazionalizzare le ferrovie, dopo che l’esperimento di affidarla ai privati aveva portato ad una diminuzione degli standard di sicurezza e un aumento dei costi per i cittadini.

In ultima battuta, è bene ribadire che si tratta di un referendum consultivo. Quindi, quale che sia la scelta dei cittadini, l’amministrazione capitolina potrebbe decidere diversamente. Anche, perché no, sulla scorta del risultato di una precedente consultazione a livello nazionale. Se qualcuno se ne fosse dimenticato, infatti, gli italiani hanno già espresso la loro opinione sulla Privatizzazione dei Servizi Pubblici. Nel giugno del 2011 i cittadini hanno detto NO all’ingresso dei privati nel pubblico servizio e NO a un monopolio privato che non ha come interesse prevalente quello di migliorare il servizio e la qualità del lavoro, bensì quello di fare profitti.

Categoria: Attualità

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