CAPORALI E PRECARI, IL SINDACATO DEVE RIDARE DIGNITA’ AL LAVORO

La responsabilità del sindacato di riportare al centro la persona, passa attraverso la volontà individuale di rinforzare il sistema di tutele smantellato negli ultimi anni  

Nel mio primo intervento sulla nuova Voce, promisi di non limitare la mia indagine al solo settore ferroviario… scrissi che avrei dato voce a tutti, soprattutto alle persone che non hanno la fortuna di avere la nostra stessa tutela, né la nostra stessa cassa di risonanza per far emergere i problemi lavorativi.

Ci si ritrova sempre più spesso ad assistere in silenzio ad un azzeramento delle tutele, in un gioco perverso di connivenze che vede complici i lavoratori stessi. Uniche vittime di un sistema selvaggio, che fonda le proprie radici nella disperata ricerca di lavoro, soprattutto nelle regioni del Sud.

Oggi daremo voce a Rosanna, operatrice socio sanitaria specializzata, alla soglia dei trent’anni, e con un contratto di lavoro a tempo determinato in regime di apprendistato. La incontro dopo una mattina di lavoro, ai tavoli di un fast food, e le chiedo di parlarmi della sua situazione, in modo aperto, sincero, trasparente. Ecco la fedele trasposizione del nostro dialogo:

D: Parlami della tua preparazione scolastica

R: Mi sono diplomata al liceo socio psicopedagogico, non seguendo i miei “sogni” ma i consigli dei miei genitori. Non sono pentita. Nel lavoro che svolgo, a stretto contatto con le persone, i miei studi dell’obbligo e gli insegnamenti ricevuti si sono rivelati preziosi. Non avrei avuto questa preparazione se avessi scelto un altro indirizzo scolastico…

D: Perché non hai proseguito gli studi?

R: Perché a 18 anni è difficile sapere cosa fare della propria vita, a meno che tu non abbia da piccola già il sogno, l’ambizione da rincorrere… Forse la scelta di non seguire le mie inclinazioni per accontentare i genitori mi ha demotivata… o forse era destino che arrivassi a ciò che sono ora… somma di errori, o del caso. Uno dei più grandi bivi della vita di una persona è la scelta della scuola da fare… scelta che può indirizzare il corso della vita… o deviarlo verso altri orizzonti.

D: Quanto ti ha aiutato il tuo percorso di studi nel mondo del lavoro?

R: Abbastanza… nonostante, come ho già detto, quella scelta non la senta proprio “mia”, debbo ammettere che la preparazione ricevuta mi ha fatto affrontare in modo più naturale l’approccio col mondo del lavoro, a partire dai colloqui, fino al giorno in cui ho scelto la mia strada professionale…

D: Quanti e quali lavori hai fatto?

R: Non so quantificare il numero di lavori fatti, ma posso assicurare che sono svariati. In ordine non cronologico, dal volantinaggio alla cucina, dal babysitteraggio alla promoter, dalla commessa all’operatrice di call center, fino al mio lavoro attuale: operatrice socio sanitaria presso una casa di accoglienza per anziani.

D: Quando hai capito che quello attuale sarebbe stato il “tuo” lavoro?

R: Così come per gli studi scolastici, il percorso per arrivare ad avere la consapevolezza di aver trovato il “mio” lavoro è stato molto casuale. Ho cominciato un corso di professionalizzazione privato, e frequentandolo ho trovato interessanti le cose apprese, e di conseguenza di facile applicazione. Il tirocinio mi ha aiutato a rendermi conto di cosa significasse lavorare in campo sanitario, e dal momento in cui ho cominciato la mia esperienza presso l’attuale casa di accoglienza, ho avuto la certezza che le mie aspirazioni tenute nascoste fino a quel momento, avessero trovato campo fertile…

D: Che studi hai fatto per professionalizzarti?

R: Ho seguito un corso privato per abilitarmi al ruolo di operatrice socio sanitaria, e un altro per specializzarmi nella materia…

D: Chi ha finanziato i tuoi studi post-diploma?

R: Io, lavorando… per non gravare sui miei genitori, anche se li ho trovati sempre dalla mia parte disposti ad aiutarmi. Ho svolto come dicevo prima i più svariati lavori per poter seguire da grande le mie aspirazioni.

D: Da quanto tempo svolgi il tuo attuale lavoro?

R: Lavoro nell’attuale struttura da circa un anno. Somministro medicinali ai pazienti, pratico l’igiene del corpo degli ospiti, facendogli anche da supporto psicologico per mantenere attive le capacità cognitive dei pazienti, facendo attività sociali e di compagnia.

D: Che tipo di contratto hai e qual è la tua retribuzione?

R: Ho un contratto di apprendistato a tempo determinato di 36 mesi con salario minimo di 800 euro.

D: Sei a conoscenza di altri tipi di contratto di tuoi colleghi?

R: Si, nella mia struttura i miei colleghi hanno tipi di contratto diversi, e conseguentemente retribuzione diversa. Questa disparità di trattamento crea notevoli dissidi, anche per il diverso modo di affrontare il lavoro e le problematiche connesse.

D: Il tuo contratto cambia l’approccio al lavoro?

R: Molto relativamente, perché comunque non riesco ad avere una visione futura di lavoro in quella struttura. Ma a livello lavorativo interpreto ogni giorno come se fosse il primo, e di conseguenza l’ultimo, mettendoci tutto l’entusiasmo e la professionalità, nonché l’etica di chi ha sotto la propria responsabilità la salute di altre persone.

D: Quali sono i limiti contrattuali che riconosci?

R: Anche se a livello di motivazioni non mi importa sapere di avere un contratto a termine (seppure mi senta limitata nella crescita professionale, col timore di dover ricominciare daccapo in caso di non rinnovo del contratto stesso), i limiti che riconosco sono fondamentalmente materiali. La scarsa, se non nulla possibilità di accedere ad un’apertura di credito superiore a un banale finanziamento non mi consentono di progettare e gettare le basi per il futuro, un futuro stabile.

D: Con un’altra tipologia contrattuale riusciresti a immaginare diversamente la tua vita?

R: Credo che la differenza la faccia la mera retribuzione economica… nel mio campo puoi avere anche un contratto a tempo indeterminato, ma se vieni retribuito al minimo contrattuale, a 800 euro come nel mio caso, resta difficile fare progetti nella vita. E sei costretto a vivere con i genitori, e a 30 e passa anni questo “limite” ti fa sentire precario nella vita, non solo lavorativamente.

D: Hai ricevuto una formazione dal tuo datore di lavoro?

R: Al momento non ho ricevuto alcuna formazione specifica dal mio datore di lavoro. Anche se sono in previsione corsi specifici, vivo la mia esperienza lavorativa da autodidatta.

D: Hai una tutela sindacale?

R: Assolutamente no (ride…)

D: Ne senti il bisogno?

R: Assolutamente sì!

D: Ti senti tutelata lavorativamente?

R: No, né dai miei colleghi più esperti, né dal datore di lavoro.

D: Se fossi una RSA, quali migliorie apporteresti al tuo luogo di lavoro?

R: Innanzitutto batterei sulla formazione, che non deve essere necessariamente quella scolastica. Ogni ambiente di lavoro ha bisogno di una preparazione specifica, capillare e opportuna. Poi contratterei col datore di lavoro una suddivisione più omogenea ed umana dei turni lavorativi. Inoltre, segnalerei tutte le carenze strutturali dell’ambiente di lavoro (scale di emergenza, spogliatoi, DPI), in barba alle più banali leggi sulla sicurezza. E infine farei una seria riflessione sul mobbing, sia velato, che diretto… lavorando in una struttura videosorvegliata h24 per apparenti motivi di tutela degli ospiti, il datore di lavoro esercita un controllo costante su noi operatori.

D: Alla luce di quanto esponi, sembra che una tutela sindacale sia necessaria. Perché né tu né i tuoi colleghi avete un sindacato a difendervi?

R: Forse perché il datore di lavoro tende a farci credere di aver creato un ambiente familiare dove sia possibile risolvere tutti i problemi semplicemente parlandone, allora non si è mai ritenuto opportuno rivolgerci ad un sindacato. Ma alla lunga l’atteggiamento paternalista ha prodotto gli effetti contrari, creando delle divisioni tra i lavoratori, giungendo all’obiettivo iniziale del datore di lavoro: dividi e impera.

D: In sintesi, alla luce di questa chiacchierata, ti sentiresti pronta a fare attività sindacale nel tuo luogo di lavoro?

R: Personalmente si, perché ho un istinto di “ribellione” rispetto alla quotidiana trasgressione dei perimetri contrattuali. Però mi frena il fatto che non vedo i miei colleghi pronti ad un’avventura del genere. Forse sono più abituati di me ad un regime di “vuoto di tutela”. Credo che, vista la totale frammentazione tra le parti, sia difficilissimo essere da esempio e trascinare i miei colleghi in una battaglia, volta solo al rispetto dei nostri diritti lavorativi, quotidianamente elusi da un sistema che appiattisce le coscienze rendendoci tutti uguali agli occhi del datore di lavoro… ugualmente poveri di diritti.

Lo spaccato che emerge da questa intervista offre notevoli spunti di riflessione. Innanzitutto, ci restituisce l’idea di sottobosco dove agiscono i datori di lavoro, sempre pronti a offrire la carota di uno stipendio esiguo ma sicuro, chiedendo in cambio la quasi totale abnegazione da parte dei dipendenti. Gli stessi sono costretti a lavorare seguendo dei turni massacranti, in condizioni logistiche approssimative, e con lo spettro del mobbing travestito da telecamere di sorveglianza (subdolamente fatte autorizzare dal datore di lavoro, per motivi di sicurezza interna).

In questo contesto, la paga, per quanto sicura, non consente di dare al lavoratore una stabilità, una pietra angolare su cui costruire il proprio futuro. E a volte lede persino la dignità del lavoratore stesso: dover lavorare senza diritti, per qualcosa che vada poco più in la del reddito di cittadinanza.

La difficoltà del sindacato di attecchire in questi luoghi di lavoro è evidente. La naturale propensione del gruppo all’adattamento a questo moderno caporalato fa si che chi si avvicina al mondo sindacale come la nostra intervistata, sia vista come una mosca bianca. Il tutto con l’avallo del datore di lavoro, che creando volutamente diverse classificazioni all’interno stesso del gruppo di lavoro, rende agli occhi di tutti, chi vuole semplicemente il rispetto dei propri diritti, come la “pasionaria” di turno.

Ma c’è qualcosa che queste fredde righe non possono restituire. E’ l’amore con cui Rosanna mi ha parlato del suo lavoro, il riscontro quotidiano ricevuto dai “suoi” vecchietti, decine di scene raccontate che, per motivi di spazio, non ho elencato. Scene che fanno superare anche le bassezze continue perpetrate dai datori di lavoro, sempre più nascosti dietro la figura di benefattori, senza la possibilità quantomeno di dibattere sulle problematiche lavorative con una parte sociale degna di questo nome.

Ecco, se c’è qualcosa che il sindacato può e soprattutto deve fare, è dare la possibilità a tanta gente come Rosanna di essere ripagata in diritti, in certezze, dell’amore e della passione che mette ogni giorno nel proprio lavoro. E per queste persone il sindacato non deve essere una minaccia, e neanche uno scudo dietro il quale difendersi e basta. Il sindacato deve rappresentare per chi ama il proprio lavoro, il terreno su cui piantare i semi di una nuova generazione, una nuova classe di futuri quadri che possano basare sui diritti basilari dei lavoratori la propria politica. Diritti che vengono violentati ogni giorno, e a cui siamo obbligati a ridare senso e dignità.

Segretario Regionale Campania e Molise FAST SLM-Confsal

Categoria: Punti di vista

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