IL SINDACATO E LA POLITICA

La questione non è solo congiunturale, ma precisa un punto fondamentale del nostro fare sindacalismo autonomo

Nei dibattiti interni del nostro libero Sindacato autonomo, sale talvolta la richiesta di collegarci con l’azione politica di questo o quel partito o movimento politico (ultima occasione, in ordine di memoria, dove si è udita una specifica ipotesi di un Consigliere, è stato l’ultimo Direttivo nazionale della Fast/Confsal nel 2018).

La questione non è solo congiunturale, ma precisa un punto fondamentale del nostro fare sindacalismo autonomo. A tale riguardo, esprimiamo alcune osservazioni che ci auguriamo servano da miglior stimolo alla riflessione collettiva interna ed al suo dibattito.

Partiamo da due punti di base: il primo è lo Statuto della Fast (e l’analogo della Confsal, o viceversa); il secondo è la banale constatazione che nel nostro Sindacato (come negli altri in verità, più o meno) gli Associati (ma anche i gruppi dirigenti) hanno le opinioni politiche più diverse.

Lo Statuto Fast-Confsal ci ricorda che essa è “un’organizzazione autonoma, libera, democratica che definisce, nei confronti della vita politica, economica e sociale, un proprio giudizio scevro da ogni condizionamento ideologico”.

Lo Statuto definisce quindi, un’opzione fondamentale che impedisce al nostro Sindacato una funzione di “braccio sociale” di uno specifico orientamento politico (“scevro da ogni condizionamento ideologico”) e, a maggior ragione, di un partito o movimento politico, organicamente strutturato intorno ad un orientamento ideologico, come sarebbero i partiti e movimenti politici (anche se in realtà oggi constatiamo che essi si sono trasformati in apparati “pigliatutto” in termini di voti, avvolti in una nebulosità di principi ideali o ideologici o comunque molto generali in termini di principi).

La seconda constatazione, ovvia del resto e del tutto naturale, crediamo, che è la pluralità di opinioni politiche (e partitiche o movimentiste) degli Iscritti e dei gruppi dirigenti eletti, suggeriscono prudenza, per non snaturare la stessa funzione, se non la coesione interna, del nostro Sindacato stesso (del resto osserviamo che anche gli altri Sindacati si comportano più o meno nello stesso modo, oppure occultano o regolamentano di fatto, nei soli gruppi dirigenti, la dialettica delle opinioni specificamente politiche e delle correnti partitiche).

Ma d’altra parte lo stesso Statuto – e la nostra stessa funzione sindacale – ci impongono di definire “nei confronti della vita politica, economica e sociale, un proprio giudizio……..”, e, pertanto, con una fondata prolessi, qualcuno potrebbe obiettare che comunque dobbiamo prendere posizione di fronte ai partiti o movimenti politici. Ed una posizione non può che essere o positiva, o negativa, o indifferente.

Qui sta tutto il punto della riflessione. Che vogliamo risolvere con una distinzione “geometrica” rispetto ai piani di intersezione?

Il giudizio, la posizione, l’azione sindacale stessa debbono esprimersi e svilupparsi, ma sul piano dove si intersecano con quello delle azioni reali o programmatiche dei partiti e movimenti e che riguardano il merito delle questioni del lavoro, dei diritti e delle tutele dei lavoratori, dello sviluppo di una società che promuova il lavoro, la persona del lavoratore, la solidarietà nel mondo del lavoro.

Su questo solo piano si intersecano le linee di programma e di azione del Sindacato e dei Partiti e Movimenti politici, e su di esso debbono esercitarsi pienamente e nel merito i giudizi e le azioni del Sindacato.

Con una precisazione statutaria importante, da non dimenticare mai: il nostro Sindacato si richiama specificamente ai principi della Costituzione della Repubblica italiana (badate, ai principi costituzionali, che hanno un maggiore respiro ideale rispetto alla mera lettera, che è sempre più riduttiva rispetto ad una realtà da trasformare).

Infine, per concludere, una personalissima – ed anche per questo opinabilissima – opinione.

Il nostro Sindacato deve avere il coraggio e l’autorevolezza di sviluppare una propria politica del lavoro, dei diritti, delle tutele, in piena autonomia rispetto ai condizionamenti ideologici, anche attuali, senza soggezione rispetto a partiti, movimenti, governi, poiché – come ci hanno insegnato più avvertiti politologi- è il sistema politico che ha più bisogno del sindacato, se non altro perché il sistema politico è molto più liquido oggi di trent’anni fa e infatti è radicalmente cambiato, rispetto al passato, ed ancora – è la nostra opinione – continuerà a cambiare, continuando ad essere liquido per molto tempo ancora.

Mentre il sistema sindacale – nel bene e nel male – è rimasto sorprendentemente strutturato, anche in mezzo ai cambiamenti politici più radicali. In questo contesto, sta quindi al nostro Sindacato trovare più ampi spazi di azione e di proposta, poiché abbiamo ancora solide radici e una grande potenzialità di idee.

In uno scenario inedito, dove il 1° maggio 2018 la Confsal (e le sue Federazioni) ha riempito di persone da sola piazza del Plebiscito a Napoli, superando in presenza quelle delle tre Confederazioni unite a Prato; dove vediamo una Cgil divisa al suo interno e nei suoi gruppi dirigenti tra i radicali di Landini e la maggioranza dei suoi istituzionali dirigenti nazionali; dove constatiamo un’afasia politica sulle più urgenti questioni nazionali delle altre Organizzazioni sindacali, sta al nostro Sindacato trovare questi più ampi spazi di azione e di proposta.

E l’occasione per farlo cade propizia poiché siamo alla vigilia del Congresso nazionale della Confsal, dove dovremo trovare nuove idee, una nuova visione, una nuova proposta da condividere con tutto il mondo del lavoro. Ma questo riguarda un altro importante tema sul quale dibattere.

Categoria: Punti di vista

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