STIPENDIO: PRIVILEGIO O DIRITTO?

 L‘unica certezza sembra essere diventata quella che lo stipendio sia diventato un optional e non il fine

L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro, cosi cita il primo articolo della Costituzione Italiana. Si, il primo. Non il secondo o il 50esimo, ma il primo. Accanto all’identità repubblicana dello Stato, viene con forza sottolineato come l’Italia sia fondata sul lavoro. Un dovere quindi, ma ancor più un diritto dei cittadini. 

Il lavoro è dignità, e se lavorare significa prestare la propria opera, il proprio tempo, le proprie competenze, questo, dall’era dei tempi è fatto a fronte di un corrispettivo economico.

Eccoci giunti al nocciolo del problema: il compenso. Sembra un concetto scontato e banale, eppure di questi tempi non lo è per niente, anzi l’unica certezza sembra essere diventata quella che lo stipendio non arriverà più.

Dalla Sicilia alla Padania, da Taranto a Torino, naturalmente passando per Roma, i dipendenti che non vengono pagati, e le aziende che prima promettono e poi non mantengono, aumentano a macchia d’olio. Il 27 del mese sembra scomparso.

Tanto per citare i casi più eclatanti possiamo parlare della provincia di Vibo Valentia dove le retribuzioni non vengono erogate da oltre 4 mesi, oppure di una delle imprese appaltatrici di Anas, non pagata dal committente, o anche di Piaggio Aerospace, dove i lavoratori sono a bocca asciutta da un paio di settimane malgrado le rassicurazioni del commissario straordinario. La medaglia d’oro, però, se l’aggiudica un call center di Lizzano (Taranto) dove gli operatori – avvisati tramite sms – si ritrovano in un loop di stipendi mancati ormai da dicembre 2017.

Come uno tsunami, il contagio dei ritardi negli stipendi raggiunge anche la Capitale. Il Comune di Roma non paga per tempo gli asili nido convenzionati, che a loro volta non pagano le maestre. All’università La Sapienza, cento ricercatori con contratti a tempo determinato non vengono remunerati.

Il virus si estende anche tra i dipendenti del trasporto pubblico capitolino: gli addetti di Roma Metropolitane sono di nuovo senza retribuzione questo mese, facendo buona compagnia ai lavoratori di Roma Tpl scarl, costretti a rincorrere gli emolumenti mese dopo mese.

Né le battaglie con i sindacati, né le pesanti sanzioni e neanche le conseguenze legali sembrano placare la malattia del mancato stipendio.

Come combattere questa piaga, che sembra oramai essere diventata la normalità di questa Italia in cui la moneta circola sempre più lentamente? Certo, il lavoratore può denunciare il datore di lavoro, può chiedere al giudice un decreto ingiuntivo, può persino, alla fine, chiedere un’istanza di fallimento per l’incapacità dell’azienda o dell’ente di saldare i suoi debiti. Ma quale lavoratore potrebbe a cuor leggere tifare per la morte dell’impresa in cui svolge la sua attività? Chi ha la forza e il coraggio di cancellare i suoi sogni e le sue prospettive di vita per una busta paga? Su questo, purtroppo, fanno affidamento in molti, troppi imprenditori che pensano di poter calpestare la dignità dei dipendenti per far tornare i conti o, addirittura, per arrivare a fine esercizio con un po’ di quattrini da mettersi in tasca.

Il salario è un diritto sacrosanto e la crisi economica non può più essere una giustificazione. Il governo, che si dice così attento al disagio sociale, al dramma della povertà e alle difficoltà dei disoccupati non può continuare a voltarsi dall’altra parte. Oltre al reddito di cittadinanza, che sarà concesso ai bisognosi, c’è anche quello ottenuto con il proprio impegno, che non può e non deve restare nelle casse delle aziende.

Categoria: Analisi & Studi

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