ANDARE IN PENSIONE E CONTINUARE A LAVORARE AIUTA IL NOSTRO PAESE?

E’ salutare per il sistema Paese, utilizzare questa forma di lavoro? Qual è il rovescio della medaglia?

Prima del 2009 vigeva il divieto di cumulo del reddito, per cui, ad un soggetto appena andato in pensione che ricominciava a lavorare, veniva sospesa la pensione, anche se questa era stata maturata per anzianità. Questo sistema aveva creato un piccolo esercito di persone che una volta acquisito il diritto alla pensione, nei fatti, ricominciava a lavorare, ma in nero. Dopotutto non vi era alcuna possibilità, per chi aveva ancora la voglia o la necessità di continuare a lavorare, di farlo senza perdere l’agognato diritto alla pensione.

Il Governo Berlusconi, nella manovra d’estate del 2008, che entrò in vigore appunto dal primo gennaio 2009, provò ad arginare il problema eliminando quindi il divieto di cumulo che rimase tale solo per i dipendenti pubblici.

Sicuramente un grande aiuto per molte aziende, le quali potevano assumere personale già formato ed esperto evitando quindi tutto l’iter formativo necessario oggigiorno per quasi tutti i lavori, figuriamoci per i lavori ad alta specializzazione come ad esempio il macchinista. Ed infatti, proprio in questo settore sono molteplici i ferrovieri macchinisti che appena andati in pensione hanno iniziato a lavorare presso le nuove compagnie ferroviarie del trasporto merci che sono sorte negli ultimi anni dopo la liberalizzazione del trasporto su ferro.

Da premettere che fino a prima della Riforma Fornero, un macchinista raggiungeva il diritto alla pensione all’età di 58 anni, che veniva vista da alcuni ancora un’età accettabile per continuare a dare il proprio contributo al mondo del lavoro.

Oggi, a pochi giorni dal nulla osta europeo sulla Manovra finanziaria per il prossimo triennio, si evince, che chi usufruirà della quota 100 per andare in pensione, non potrà cumulare il reddito nel caso in cui voglia ricominciare a lavorare. Per essere più preciso, non potrà farlo fino a quando non raggiungerà i limiti per la pensione di vecchiaia. Unica eccezione è il lavoro occasionale fino ad un massimo di 5000 euro annui.

Ma è salutare per il sistema Paese, utilizzare questa forma di lavoro? Iniziamo col dire che un pensionato, lavorando, versa i contributi e quindi finanzia autonomamente la propria pensione. Un aspetto sicuramente positivo, vista la crisi di risorse del nostro sistema pensionistico. Inoltre, lavora con tutte le sacrosante forme di tutela previste oggigiorno per i lavoratori.

I benefici per le aziende sono ancor maggiori se si pensa che la formazione di alcuni tipi di lavoro possono durare anni e per una start-up potrebbero avere costi insostenibili.

Fin qui ben venga quindi il lavoratore pensionato. Ma qual è il risvolto della medaglia? Il risvolto della medaglia è che occupando una posizione lavorativa vacante con un soggetto pensionato, ha come indubbia conseguenza l’incremento della disoccupazione giovanile, con un conseguente versamento di risorse economiche verso soggetti che al mondo del lavoro hanno già dato molto e che attraverso quel mondo hanno, magari, potuto realizzare i propri successi, fosse solo anche avere una vita economicamente autosufficiente.

C’è quindi la necessità di regolamentare meglio questa opportunità lavorativa, che deve essere comunque uno strumento utile per lo sviluppo industriale del paese ma che non può e non deve rallentare ulteriormente il ricambio generazionale nel mondo del lavoro.

Si potrebbe pensare di limitare l’utilizzo di personale esperto agli anni necessari per l’avvio dell’attività industriale, obbligando le aziende ad un avvicendamento forzato con nuovi soggetti lavorativi.

Per le aziende già consolidate si potrebbe sancire l’obbligo di utilizzare i lavoratori pensionati solo occasionalmente, magari con contratti a chiamata, che non potranno comunque sforare minime percentuali rispetto al personale stabilmente inquadrato.

Categoria: Attualità

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