CONCORDATO PREVENTIVO ATAC: IL PERCORSO VERSO IL RISANAMENTO

Il concordato preventivo, nella sua declinazione “con continuità”, è una procedura concorsuale (disciplinata dalla Legge Fallimentare del ’42) volta alla composizione della crisi d’impresa attraverso l’esercizio dell’attività da parte dell’imprenditore\debitore.

In questo contesto, il concetto di “continuità” esprime una delle modalità di soddisfazione del ceto creditorio la quale si affianca alla liquidazione dell’attivo.

L’utilizzo di tale strumento è subordinato, però, al riscontro positivo, in termini di convenienza per la remunerazione del debito, tra i risultati ottenibili con lo stesso e quelli derivanti dalla soluzione realizzativa. Questo deriva dal fatto che la prosecuzione dell’attività risulta più esposta all’alea del mercato rispetto alla mera vendita del compendio aziendale ovvero dei singoli beni che lo compongono (in questo caso l’alea è circoscritta entro un certo “range” di valori).

Come noto, il fine principale della procedura di concordato, sia nella versione liquidatoria che in quella con continuità, è ravvisabile nella soddisfazione dei creditori concorsuali mentre il mantenimento dei processi produttivi ovvero dei livelli occupazionali risulta un mero “riflesso” della proposta avanzata dal ricorrente. In tal senso, il legislatore non ha palesato, in modo inequivocabile, la sua intenzione di tutelare, in via prioritaria, il compendio aziendale a differenza di quanto, già, previsto con la disciplina dell’Amministrazione Straordinaria (ricordando che la L. n. 270 del 1999, in materia di amministrazione straordinaria, sancisce, nel suo articolo art. 1, il principio secondo il quale “L’amministrazione straordinaria e’ la procedura concorsuale della grande impresa commerciale insolvente, con finalita’ conservative del patrimonio produttivo, mediante prosecuzione, riattivazione o riconversione delle attivita’ imprenditoriali”).

Definita la principale finalità della procedura concordataria, appare utile ricordare che la stessa si articola in alcune fasi, necessarie ovvero eventuali, la cui successione (ed esistenza) dipende dall’impianto definito dal ricorrente:

  1. Deposito del ricorso c.d. “in bianco” (ossia sprovvisto della proposta e del piano);
  2. Integrazione del ricorso con la proposta e il piano;
  3. Richiesta da parte del Tribunale d’integrazioni a corredo di quanto già depositato;
  4. Decreto di ammissione (apertura della procedura con nomina dei Commissari) ovvero Decreto di rigetto del ricorso (e contestuale discussione dell’istanza di fallimento, se pendente);
  5. Valutazione sulla fattibilità economica del piano (votazione dei creditori in adunanza ovvero, successivamente, per via telematica);
  6. Decreto di omologa del piano ovvero d’inammissibilità (qualora in quest’ultimo caso i creditori si siano espressi nel senso negativo);
  7. Esecuzione del Piano (ed eventuale risoluzione).

         Il percorso intrapreso dalla società Atac inizia con il deposito del ricorso “in bianco”, intervenuto in data 18.09.2017, presso la sezione fallimentare del Tribunale di Roma, con il quale l’istante ha chiesto all’autorità giudiziaria un termine per la formulazione della proposta e del piano. Questa fase è stata resa necessaria per ottenere il beneficio del c.d “automatic stay” (interdizione dei creditori di esperire o proseguire azioni esecutive o cautelari individuali sul patrimonio del debitore), ossia un lasso di tempo nel quale la società poteva “costruire” un progetto di rilancio credibile senza subire interferenze esterne.

Concesso il termine, con decreto del Tribunale intervenuto in data 27.09.2017, l’azienda ha ottemperato agli obblighi informativi (es. il report dei flussi di cassa, in entrata e in uscita, generati dalla gestione corrente) disposti nel provvedimento giudiziale e, nella costanza dello stesso, ha provveduto alla richiesta di autorizzazione necessaria al compimento di alcuni atti di “straordinaria amministrazione”, tra cui il pagamento delle retribuzioni antecedenti alla domanda giudiziale (di solito pagati in moneta concordataria).

In seguito, si sono succedute, in ordine;

  1. La concessione, da parte del Tribunale, di una proroga del termine per la presentazione del piano (giustificata dalla complessa situazione debitoria della società ricorrente);
  2. La presentazione da parte dell’azienda della proposta e del piano;
  3. La convocazione dei vertici aziendali per la richiesta d’integrazioni e chiarimenti in ordine a quanto prodotto;
  4. L’emissione del Decreto di ammissione alla procedura con la fissazione dell’adunanza dei creditori in data 12.2018.

In data 08.01.2019, i creditori, concluse le operazioni di voto iniziate con l’adunanza del 19.12.2018 e proseguite nei venti giorni successivi a mezzo pec, si sono espressi in favore della proposta presentata dalla ricorrente (con una maggioranza del 70%) con piena soddisfazione dei vertici aziendali e della proprietà.

Descritto il percorso fin qui realizzato, appare necessario descrivere quali saranno le fasi successive della procedura ed i correlati scenari che potrebbero configurarsi.

Ai sensi dell’art. 180 LF, si “aprirà” il giudizio di omologazione del piano il quale muoverà dalla fissazione dell’udienza per la comparizione delle parti (Atac, creditori dissenzienti e chiunque abbia un interesse) e dei Commissari fino all’emissione del provvedimento finale (decreto di omologa ovvero d’inammissibilità). Gli sviluppi della fase in commento dipendono dalla proposizione o meno di opposizioni: l’eventuale esperimento di quest’ultime, infatti, inciderebbe sulla portata del sindacato del Tribunale.

Occorre, preliminarmente, operare una puntualizzazione: è pacifico che il giudizio in ordine alla convenienza economica del piano è demandata, dalla legge, alla valutazione dei creditori (poiché, sono i soggetti che verranno investiti dagli effetti del piano elaborato). Di conseguenza, la portata del sindacato del Tribunale non potrà valicare tale limite definito dalla norma (questo rappresenta il risultato del processo di “privatizzazione” della crisi d’impresa il quale tende ad esaltare il ruolo delle parti, debitore e ceto creditorio, a dispetto dell’attività di controllo dell’autorità giudiziaria).

In termini pratici, il sindacato del Tribunale sarà modulato sulla scorta della condotta dei creditori. In assenza di opposizioni, la norma recita che “…il tribunale, verificata la regolarità della procedura e l’esito della votazione, omologa il concordato con decreto motivato…”. Questo non significa che al Tribunale spetta un controllo meramente formale del corretto svolgimento della procedura, ma lo stesso è tenuto a verificare l’idoneità del piano a realizzare il suo scopo, ossia il superamento della crisi e la soddisfazione dei creditori (la c.d. “causa concreta”). Diverso, invece, è il caso in cui vengano proposte opposizioni da un creditore appartenente ad una classe di creditori dissenziente ovvero, in ipotesi di mancata formazione delle classi, da una percentuale qualificata di creditori dissenzienti (20% dei crediti ammessi al voto): in questo caso si aprirebbe quello che, tecnicamente, viene definito il giudizio di “cram down”. Nel caso in esame, il sindacato del Tribunale investirebbe anche la convenienza del piano rispetto alle altre ipotesi percorribili (valutazione già operata dal professionista attestatore in fase di pre-ammissione).

Intervenuta l’omologazione, si chiuderà la procedura di concordato ed inizierà la fase c.d. “esecutiva” caratterizzata dall’espletamento delle attività indicate, in modo analitico (modalità e tempi), nel piano. In questa fase, il controllo del Tribunale e dei Commissari giudiziali (i quali rimangono in carica) sul regolare adempimento del debitore è assai invasivo: infatti, qualora le azioni previste non fossero realizzate correttamente, il Tribunale potrebbe attribuire agli stessi commissari i poteri necessari a provvedere in luogo del debitore al compimento degli atti a questo richiesti. In aggiunta, qualora la condotta del debitore sfociasse in atti in frode ai creditori, il potere del Tribunale potrebbe portare alla revoca dell’organo amministrativo con la (contestuale) nomina di un amministratore giudiziale.

Infine, ai sensi dell’art. 186 LF, in caso d’inadempimento (rilevante per la riuscita del piano e, quindi, non di scarsa importanza) i creditori potrebbero chiedere la risoluzione del concordato vanificando, qualora il Tribunale si pronunciasse in tal senso, quanto già sostenuto. Appare utile constatare come la fase di “realizzazione fattuale” del progetto di risanamento sia molto delicata perché numerose potrebbero essere le interferenze, esogene ovvero endogene, che potrebbero comprometterne la riuscita e portare al fallimento dell’azienda con tutti gli effetti disastrosi, in termini sociali, ad esso collegati. In tal senso, un evento che potrebbe destabilizzare il concordato è ravvisabile nella scadenza dell’”affidamento in house” prorogata fino al 2021 (con possibilità di, ulteriore, conferma da parte dell’ente concedente); l’affidamento del servizio rappresenta la fonte reddituale più importante per la società Atac, anzi, la condizione necessaria per l’esistenza della stessa e il fatto che tale scadenza coinciderà con le elezioni comunali incrementa le preoccupazioni, precedentemente, espresse.

Categoria: Analisi & Studi

Tags: