I COSTI STANDARD NEL TPL: LA VIA VERSO L’EFFICIENZA PRODUTTIVA

         Il concetto di “costo standard” è largamente utilizzato nell’ambito del controllo di gestione delle imprese e, più nello specifico, nell’analisi degli scostamenti tra risultato atteso e quello conseguito.

         In un mercato concorrenziale, la qualità del prodotto offerto non è più sufficiente per garantire la continuità aziendale ma, di contro, risulta necessario impostare un’adeguata programmazione incentrata sull’efficienza dei fattori/processi produttivi impiegati.

         L’analisi degli scostamenti è una tecnica di controllo di gestione basata sul confronto tra un valore preso a riferimento (ad esempio il costo standard ovvero un dato storico) e quello realizzato a consuntivo; la differenza così ottenuta, sarà oggetto di studio dal preposto al controllo il quale determinerà l’intervento correttivo necessario a eliminare/ridurre lo scostamento emerso (anche intervenendo direttamente sul valore preso a riferimento).

         La dottrina aziendalistica definisce come costo standard quel costo di produzione, riferito a certi livelli di qualità, sostenuto dall’impresa in condizioni operative efficienti; di conseguenza, un eventuale scostamento emergente dall’analisi operata potrebbe essere imputata a un processo produttivo inefficiente.

         Il concetto di costo standard, negli ultimi anni, ha trovato (giusta) collocazione anche nell’ambito dei servizi pubblici essenziali: in tal senso, la L. n. 42/2009 supera “il criterio del costo storico” (basato sulla spesa sostenuta nell’anno precedente) nella quantificazione dei trasferimenti da destinare agli enti locali per l’erogazione dei servizi essenziali.

Come precisato in precedenza, il concetto di costo standard, contenuto nella legge in commento, è stato mutuato dalla disciplina aziendalistica con le necessarie rettifiche; infatti, nell’ambito dei servizi essenziali, il costo standard indica “il costo di un determinato servizio, che avvenga nelle migliori condizioni di efficienza e appropriatezza, garantendo i livelli essenziali di prestazione”.

         Nel settore dei trasporti, l’utilizzo del costo standard si è concretizzato con l’art. 1, comma 84 della L. n. 147/2013 (Legge di Stabilità 2014), il quale demandava ad un decreto ministeriale (nello specifico il Ministero dei Trasporti), da emettere entro il 31 marzo 2014, la definizione, con criteri uniformi a livello nazionale, dei costi standard dei servizi di trasporto pubblico locale e regionale nonchè i criteri per l’aggiornamento e l’applicazione degli stessi. Inoltre, la norma precisava che, nella determinazione del costo standard, si doveva tener conto dei c.d. “fattori di contesto” (es. velocità commerciale, economie di scala, tecnologie di produzione, dell’ammodernamento del materiale rotabile e di un ragionevole margine di utile per il vettore trasporto).

Attualmente, l’utilizzo dei costi standard nel TPL trova la propria declinazione operativa:

  1. come criterio per la ripartizione del fondo TPL (in sostituzione del precedente meccanismo basato “sulla spesa storica”),
  2. nell’ambito delle procedure a evidenza pubblica per l’affidamento dei servizi di trasporto (a qualsiasi livello).

Per quello che concerne il punto 1), quello dei costi standard è soltanto uno dei tre criteri di ripartizione del fondo TPL (verso le Regioni) previsti dal DL n. 50/2017; il peso attribuito a tale criterio è pari al 10% dell’importo del Fondo, per il primo anno, mentre a decorrere dagli anni successivi al primo ci sarà un incremento annuale del 5% fino al raggiungimento della soglia del 20% dell’ammontare del Fondo stesso.

Per quello che concerne il punto 2), la norma di riferimento è ravvisabile nel comma 8-bis dell’art. 27 del Dl n. 50/2017 il quale prevede che i costi standard, definiti con criteri di efficienza ed economicità, siano utilizzati dagli enti che affidano i servizi di trasporto pubblico locale e regionale come elemento di riferimento per la quantificazione delle compensazioni economiche e dei corrispettivi da porre a base d’asta per i contratti di servizio stipulati, successivamente, al 31 dicembre 2017; appare ovvio, che nel calcolo dei corrispettivi sarà necessario considerare le specificità del servizio come, pe esempio, l’erogazione effettuata nelle c.d. “aree a domanda debole” (intese come realtà territoriali caratterizzate da domanda di trasporto di ridotta entità dovuta alla dispersione dell’utenza nonché alla conformazione del territorio).

La disciplina di dettaglio è contenuta nel Decreto ministeriale n. 157 del 28 marzo 2018 il quale definisce i costi standard dei servizi di trasporto pubblico locale e regionale e i criteri di aggiornamento e applicazione degli stessi.

    Il decreto in commento descrive, in modo analitico, la determinazione dei costi standard nel senso:

  • del reperimento dei dati alla base del calcolo (tra i quali la ricognizione dei livelli essenziali delle prestazioni che gli enti garantiscono e dei relativi costi);
  • dei procedimenti di elaborazione del calcolo;
  • dell’ambito di applicazione degli stessi.

I dati utilizzati per il calcolo sono quelli (di natura economica e trasportistica) trasmessi, per via telematica e con cadenza semestrale, dalle aziende di trasporto pubblico locale e le aziende esercenti servizi ferroviari (d’interesse regionale e locale) all’Osservatorio nazionale per le politiche del trasporto pubblico locale, in ossequio all’art 16-bis, comma 7 del DL n. 95/2012. In ordine all’attività di ricognizione dei livelli essenziali delle prestazioni, il provvedimento normativo demanda tale attività alla SOSE (Soluzioni per il sistema economico spa) di concerto con l’Istat.

Per quello che concerne i procedimenti di elaborazione del calcolo, il provvedimento indica:

  • “il metodo statico della regressione”, il quale tiene conto della velocità commerciale (espressa in km/h), della quantità del servizio offerta al pubblico (espressa in milioni di corsa/km) e dell’ammodernamento del materiale rotabile per la produzione del servizio;
  • “il metodo analitico di calcolo per processi ed attività industriali.

Appare utile evidenziare che il comma 7 dell’art 3 del decreto ministeriale in commento, considera nel calcolo dei costi standard:

  • i costi industriali della produzione (es. mano d’opera, materie prime);
  • i costi generali (es consulenze amministrative, compensi degli organi sociali, consulenze amministrative);
  • l’equa remunerazione del capitale impiegato;
  • le tasse e imposte non detraibili.

In conclusione, il metodo dei costi standard può assolvere al ruolo di volano per la razionalizzazione della spesa pubblica, soprattutto, nell’ambito dell’erogazione dei servizi essenziali; in buona sostanza, un nuovo paradigma economico sul quale fondare il finanziamento integrale per l’erogazione ai cittadini dei principali diritti sociali (sanità, assistenza sociale e istruzione, nonché trasporto pubblico locale).

Categoria: Analisi & Studi

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