IL SISTEMA PENSIONISTICO ITALIANO: EVOLUZIONE DELLA NORMATIVA PREVIDENZIALE (PRIMA PARTE)

Il sistema pensionistico italiano è imperniato su due pilastri:

  • la previdenza c.d. “obbligatoria” che assicura la prestazione pensionistica di base (es. Inps e Casse professionali);
  • la previdenza c.d. “complementare”, a carattere volontario, con la quale il lavoratore può costruirsi un’integrazione alla prestazione di base.

In termini generali, il primo pilastro del sistema previdenziale (il quale rappresenta una delle misure del c.d. “Welfare State”), si sostanzia in una “forma di assicurazione sociale” intesa, quest’ultima, come tutela assicurativa, d’interesse pubblico e a carattere obbligatorio, disposta dalla legge e finalizzata a sostenere i lavoratori nelle ipotesi di riduzione, parziale ovvero totale, della capacità di provvedere ai propri bisogni. In buona sostanza, il sistema in commento può essere considerato un meccanismo di redistribuzione delle risorse generate dalla c.d. “popolazione attiva” attraverso l’erogazione di alcune prestazioni quali:

  • pensioni di vecchiaia e anzianità;
  • pensioni d’invalidità;
  • pensioni ai superstiti;
  • pensioni assistenziali (es. l’assegno sociale).

Il funzionamento del sistema pensionistico si fonda sul trasferimento di risorse dai produttori delle stesse verso i beneficiari delle prestazioni pensionistiche titolari dei requisiti (età anagrafica ovvero contributiva) previsti espressamente dalla legge.

Al fine di operare una classificazione generale dei sistemi previdenziali, il criterio da utilizzare è ravvisabile nella modalità di gestione finanziaria dei flussi (contributi previdenziali in entrata e pensioni erogate in uscita): il criterio in questione permette di ricondurre tali sistemi a due macro-gruppi:

  • i sistemi a “ripartizione”;
  • i sistemi a “capitalizzazione”.

I sistemi a “ripartizione” si basano sul pagamento delle pensioni correnti mediante i contributi correnti versati dalla popolazione attiva; di contro, i sistemi a “capitalizzazione” s’imperniano sul principio secondo il quale ogni lavoratore riceve una pensione pari ai contributi da lui versati aumentati del rendimento ottenuto dal loro impiego sul mercato dei capitali.

Inoltre, ciascun macro-gruppo può essere declinato sulla scorta “delle modalità di calcolo della prestazioni previdenziali erogate; in tal senso si possono distinguere:

  • i sistemi basati sul metodo c.d. “retributivo“, nel quale l’importo della pensione dipende da un coefficiente di rendimento stabilito, dall’anzianità contributiva e dalla base retributiva (c.d. “retribuzione pensionabile” intesa come ammontare rispetto al quale viene calcolato, nel sistema retributivo, l’assegno pensionistico) e, di conseguenza, a prescindere da quanto versato durante la vita lavorativa,
  • i sistemi basati sul metodo c.d. “contributivo” si fonda sul forte legame intercorrente tra assegno pensionistico e ammontare della contribuzione versata opportunamente rivalutata.

La storia del sistema pensionistico italiano è connotata da un susseguirsi, nel tempo, di numerosi interventi legislativi che ne hanno mutato la natura e le caratteristiche. Le tappe principali di questo lungo percorso di riforme possono essere così sintetizzate:

  • 􏰂1970 (introduzione del sistema a ripartizione con metodo retributivo);
  • 1992 (riforma Amato);
  • 1995 (riforma Dini);
  • 2004 (riforma Maroni);
  • 2012 (riforma Monti),
  • 2019 (la c.d. riforma quota 100)

Nel periodo antecedente alla riforma Amato, il sistema pensionistico era imperniato sul meccanismo della ripartizione integrato con il metodo retributivo per il calcolo dell’assegno pensionistico.

La retribuzione pensionabile veniva determinata prendendo a riferimento la base delle retribuzioni degli “ultimi 5 anni del lavoratore rivalutati al tasso d’inflazione”; in ordine ai requisiti per l’accesso alla prestazione previdenziale:

  • pensione di vecchiaia: 60 anni per gli uomini e 55 anni per le donne (con un minimo di 15 anni di contributi);
  • pensione di anzianità: 35 anni di contributi (a prescindere dall’età del lavoratore).

Per quello che concerne l’indicizzazione della pensione, questa era ancorata all’inflazione e al tasso di crescita reale delle retribuzioni.

La riforma Amato (1992), pur mantenendo un sistema a ripartizione integrato con il metodo retributivo, ha cercato di razionalizzare i costi e rimodulare il sistema previdenziale sulla scorta dell’allora attuale contesto sociale, operando lungo alcune direttrici:

  1. la revisione della retribuzione pensionabile (nel senso della rivalutazione delle retribuzioni prese a riferimento per la sua determinazione nonché l’orizzonte temporale per la loro scelta);
  2. l’aumento dell’età pensionabile e dei requisiti di contribuzioni minimi  

per l’accesso alla pensione di vecchiaia;

  • l’indicizzazione della pensione percepita.

In ordine al punto 1), le retribuzioni prese in considerazione per la costruzione della media (necessaria alla determinazione della retribuzione pensionabile), erano quelle riferite agli ultimi dieci anni ovvero all’intera vita professionale (per i soggetti entrati nel mondo del lavoro a partire dal primo gennaio 1996) rivalutate ad un tasso dell’1%.

Per quello che concerne il punto 2), l’età pensionabile fu innalzata a 65 anni, per gli uomini, mentre 60 anni, per le donne, con un minimo di 20 anni di contributivi; di contro, la c.d. pensione di anzianità (contributiva) rimaneva al valore precedente (35 anni di contributi).

   Appare doveroso puntualizzare che, a completo della revisione operata sull’intero comparto previdenziale, al sistema pensionistico obbligatorio furono affiancate alcune forme di previdenza c.d. “complementari” ravvisabili nei fondi pensione (individuali ovvero collettivi), ai quali i lavoratori potevano aderire su base volontaria.

La riforma Dini (L. n. 335 del 1995) ha rivoluzionato il sistema pensionistico con l’introduzione del modello di calcolo c.d. “contributivo”; di conseguenza, l’allora attuale sistema era a ripartizione con integrazione del calcolo contributivo.

Il passaggio tra sistemi di calcolo avvenne in modo graduale, cioè in relazione all’anzianità contributiva del lavoratore alla data d’introduzione del sistema; sulla scorta di questo venivano a configurarsi tre diverse situazioni:

  • ai lavoratori con almeno 18 anni di anzianità contributiva a fine 1995, fu mantenuto il sistema retributivo;
  • ai lavoratori con un’anzianità contributiva inferiore ai 18 anni, alla stessa data, fu attribuito il sistema misto (retributivo fino al 1995 e contributivo per gli anni successivi);
  • ai neoassunti, dopo il 1995, venne applicato il sistema di calcolo contributivo puro.

Appare indubbio che con il sistema contributivo puro, si è assistiti ad una forte contrazione del c.d. “tasso di sostituzione” (differenza tra l’ultima retribuzione e il primo assegno pensionistico percepito), poiché, la pensione, rivalutata al solo tasso d’inflazione, rappresentava circa il 50-60% dell’ultimo stipendio.

L’assegno pensionistico, con il metodo contributivo, venne determinato attraverso il prodotto tra il montante contributivo (sommatoria dei contributi versati rivalutati alla variazione media quinquennale del PIL) e un coefficiente di trasformazione.

Inoltre, la riforma in commento dispose ulteriori interventi:

  1. pensioni di vecchiaia connotate da:
    • una flessibilità dell’età di pensionamento (dai 57 a 65 anni);
    • una drastica riduzione del requisito minimo di anzianità contributiva (5 anni);
  2. pensioni di anzianità: 40 anni di contributi prima dei 57 anni.

Infine, appare utile ricordare che la normativa in commento ha introdotto la c.d. “gestione separata” al fine di estendere le tutele previdenziali ai collaboratori coordinati e continuativi ed ai c.d. professionisti senza cassa.

Categoria: Analisi & Studi

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