ALTRO CHE BOOM DI OCCUPATI, DAL 2008 E’ SPARITO UN MILIONE DI POSTI DI LAVORO

Il trucco c’era. E chi frequenta più da vicino il mondo del lavoro lo aveva capito da un pezzo. Boom di occupati? Infornata mai vista di posti fissi? Macché. La verità, drammatica, è che negli ultimi dieci anni, in barba ad incentivi, bonus e decreti volti ad incoraggiare l’occupazione stabile, gli impieghi precari e saltuari sono cresciuti a dismisura, coprendo intere categorie produttive e spingendo le imprese a considerare il contratto fisso, malgrado l’abolizione dell’articolo 18 operata dall’ex premier Matteo Renzi, un lusso da potersi permettere solo nelle occasioni speciali. Il risultato è un mercato del lavoro profondamente cambiato non solo nella qualità, che è già una questione da non sottovalutare, ma soprattutto nella quantità. In altre parole, si lavora (e di conseguenza si guadagna) sempre meno.
A certificare, numeri alla mano, il peggioramento dei livelli occupazionali è l’ultimo rapporto integrato Istat, Inps, Inail, Anpal, ministero del Lavoro, da cui emerge che quel “quasi” record del 58,5% di assunti (che resta comunque ben al di sotto del 67,9 europeo), con una media di occupati nel 2018 al di sopra del 2008 di circa 125mila unità, altro non è che una sonora bufala. Certo, le cifre sono reali, le rilevazioni esatte. Ma non ci dicono tutto. All’appello mancano, infatti, le ore lavorate, unico criterio che permette di misurare, oltre all’effettivo impegno di dipendenti ed autonomi, anche la forza e la solidità del mercato. Ebbene, se confrontiamo questo parametro con quello del 2008 scopriamo che sono scomparsi 1,8 milioni di ore, vale a dire oltre un milione di unità di lavoro a tempo pieno. Ecco la spiegazione dell’Istat: “La ripresa dei livelli di input di Lavoro, a ritmi meno intensi prosegue con una crescita occupazionale a bassa intensità lavorativa: se il numero di persone occupate recupera il livello del 2008, la quantità di lavoro utilizzato è ancora inferiore. Nella media dei primi tre trimestri del 2018 rispetto ai corrispondenti del 2008, il Pil è del 3,8% al di sotto del livello pre-crisi e le ore lavorate del 5,1%”.
Insomma, i posti sono aumentati. Ma si tratta di contratti “a bassa intensità lavorativa”. Ovvero di impieghi che producono meno crescita economica, fanno entrare meno soldi in tasca ai lavoratori, non spingono i consumi né la competitività del Paese. In sintesi: un disastro. A provocare il crollo delle ore non è stato l’avvento delle moderne teorie sociologiche secondo cui ad un maggiore tempo libero concesso ai dipendenti corrisponde una maggiore produttività. E neanche l’applicazione delle tesi futuriste di Beppe Grillo, secondo cui la digitalizzazione e le nuove tecnologie ridurrano progressivamente la necessità di trascorrere lunghi periodi sul posto di lavoro. Semplicemente, sono cresciuti enormemente i contratti a tempo determinato, soprattutto quelli di breve durata. Il dato, che smentisce quello, un po’ ottimistico, diffuso recentemente dall’Inps, è contenuto sempre nel rapporto integrato messo a punto dall’Istat con tutti i soggetti che monitorizzano il mercato. “Nella stima preliminare del quarto trimestre 2008 – si legge nel dossier – torna a crescere lievemente l’occupazione permanente (+0,1%), dopo la caduta del terzo” ma è “il tempo determinato (+0,1%)” a toccare “il valore massimo di oltre 3,1 milioni di occupati”. In dieci anni, tra il 2008 e il 2018, i dipendenti con contratto a tempo sono aumentati di ben 735mila unità. Un aumento concentrato soprattutto “nei dipendenti con rapporti a termine di durata fino a un massimo di sei mesi (+613mila)”. Se questo è lo scenario, è chiaro che al Paese, ai lavoratori come alle imprese, servirà uno sforzo ben ulteriore rispetto a quello messo in campo finora dalla politica, con interventi che negli ultimi dieci anni sono evidentemente riusciti solo a nascondere il livello di gravità della crisi italiana.

Categoria: Attualità

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