IL NUOVO CODICE DELLA STRADA E LE TRAPPOLE GIURIDICHE PER I CONDUCENTI DI LINEA

Pochi si sono finora soffermati sulle criticità oggettive scaturite dalle modifiche del 2016 al Codice della strada che, con la legge 41, hanno introdotto l’omicidio stradale e le lesioni personali. Quelle sagome bianche sull’asfalto, hanno pensato in molti, meritano senza dubbio un colpevole. Tuttavia, l’immagine che ha davanti agli occhi la maggior parte dei cittadini, assuefatta alle notizie di cronaca metropolitana, è quella dell’ubriaco o drogato al volante, che investe, uccide e scappa impunemente.
Ma la realtà non sempre coincide con i casi di scuola. E la norma, in linea di principio sacrosanta, nasconde tra le sue pieghe anche sorprese atipiche e fin troppo severe per coloro che della strada hanno fatto il proprio mestiere. Come gli autisti di linea, quelli a lunga percorrenza e tutti i conduttori di esercizio pubblico o privato.
Secondo il nuovo Codice il conducente che provoca, anche accidentalmente, le lesioni o la morte è punito con la revoca della patente e con la reclusione. Dai tre mesi a un anno nel primo caso, fino ai dieci anni nel secondo. Tra le fattispecie di punibilità previste c’è anche quella che riguarda il “conducente di un veicolo a motore che, a seguito di manovra di inversione del senso di marcia in prossimità o in corrispondenza di intersezioni, curve o dossi o a seguito di sorpasso di un altro mezzo in corrispondenza di un attraversamento. pedonale o di linea continua, cagioni per colpa a taluno lesioni personali gravi o gravissime”. Quando la violazione della suddetta norma nella disciplina della circolazione, provoca la morte di una persona, il trasgressore è punito con la reclusione da due a sette anni.
Non è qui in discussione l’irregolarità di alcune manovre o il fatto che invadere la carreggiata opposta possa configurarsi come un reato e che, come tale, vada punito. Ma l’Italia è il Paese dell’interpretazione delle leggi. E mai come in questo caso la norma avrebbe bisogno di un’attenta analisi in sede di applicazione. Muovendoci nell’ambito della colpa, dell’incidente non voluto e non previsto, ma reso possibile da una condotta non impeccabile, il movente dell’infrazione non dovrebbe essere irrilevante.
Nel giudicare l’irregolarità di una manovra, non devono essere prese in considerazione diverse variabili, in primis, chi è a commettere l’infrazione? Il trasgressore è un “guidatore della domenica” o si tratta invece di un conduttore di esercizio? Nel secondo caso, i giudici non dovrebbero tenere conto della quantità di tempo passata dietro un volante? Non servono statistiche Istat per sapere che un autista di professione – sia esso autoferrotranviere, poliziotto, vigile del fuoco o qualsiasi lavoro che prevede lunghi periodi di giuda – trascorre gran parte della giornata in auto, incrementando cosi la naturale possibilità di incidenti.
Allo stesso modo, tenendo conto di numerose variabili, andrebbe esaminata anche la natura della violazione. L’invasione della carreggiata opposta è avvenuta per un sorpasso spericolato o per evitare una macchina, impropriamente parcheggiata in seconda fila? Del resto, di fronte all’evidente, benché minima, invasione della carreggiata opposta due sono le scelte: fermarsi e bloccare il servizio o oltrepassare quel poco che basta la linea continua e portare avanti il proprio lavoro.
Questa è l’alternativa di fronte alla quale quotidianamente si trovano i conduttori di esercizio. E questo dovrebbe essere anche il dilemma del legislatore e della magistratura nella doverosa definizione degli strumenti più adatti a garantire il rispetto delle regole e della vita umana.

Categoria: Punti di vista

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