DISPERSIONE DI AMIANTO: ATAC E’ RESPONSABILE PER IL DANNO AI LAVORATORI

L’art. 2087 cod. civ. pone in capo al datore di lavoro l’obbligo di adottare nell’esercizio dell’impresa le misure che, secondo le peculiarità del lavoro svolto, l’esperienza del dipendente e la sua tecnica individuale, sono indispensabili a proteggerne l’integrità fisica. Questo obbligo si applica anche a prescindere dalla presenza di una specifica misura preventiva imposta dalla legge, onde il datore è comunque tenuto a garantire la sicurezza individuale del lavoratore.

Il principio in parola è stato di recente utilizzato dalla Corte di Cassazione per definire la vicenda di un dipendente di ATAC S.p.a., azienda municipalizzata del trasporto urbano di Roma, che aveva lavorato nell’arco temporale 1974 – 1994 come operaio addetto alla costruzione, ricostruzione e manutenzione dei depositi, capannoni e altre strutture di proprietà della società (incluse le rotaie destinate alla circolazione dei tram). Le mansioni del dipendente consistevano per lo più in interventi che sollecitavano materiali composti anche da amianto, provocando l’intensa dispersione nell’atmosfera di particelle di tale elemento tossico ed altamente nocivo per la salute. Il lavoratore, che veniva sottoposto ogni sei mesi a visita generica con il medico aziendale, senza alcuna verifica connessa al rischio specifico per la salute derivante dalle mansioni svolte, ha contratto una rara malattia degenerativa (mesotelioma pleurico) che lo ha condotto in breve tempo al decesso.

I suoi eredi hanno dunque intentato causa contro l’ATAC, chiedendo al giudice del lavoro il risarcimento del danno biologico subìto dal dipendente, nonché il risarcimento del danno biologico, esistenziale e morale da loro patito in ragione delle gravi sofferenze prodotte dalla perdita del proprio caro. Il Tribunale e la Corte d’Appello hanno accertato la colpa dell’azienda: in particolare, i giudici di merito hanno concordato nel rilevare che il lavoratore era stato esposto alle polveri di amianto in maniera rilevante, senza le necessarie cautele e senza che gli fossero forniti tutti gli idonei mezzi di protezione individuale o adeguate informazioni in un periodo in cui il rischio da amianto era già noto. ATAC, dunque, era stata condannata al risarcimento del danno biologico patito da lavoratore (liquidato ai suoi eredi), mentre i familiari avevano ottenuto il risarcimento del solo danno morale, con esclusione di quello esistenziale (non sufficientemente provato).

Avverso la decisione di merito ha proposto ricorso in Cassazione l’azienda, affermando che il Tribunale di Roma prima e la Corte d’Appello poi avevano errato nel ritenere come “noto” il rischio patologico connesso alla prossimità del lavoratore all’amianto. I giudici di legittimità, però, hanno escluso che tali considerazioni potessero valere a negare la responsabilità della società. Ciò perché nell’ordinamento italiano il rischio amianto era all’epoca già contemplato (il D.P.R. n. 303/1956 prevedeva particolari cautele contro le polveri tossiche, incluso l’amianto) e comunque la responsabilità di cui all’art. 2087 cod. civ. opera a prescindere dalla violazione di una norma di legge, riferendosi a tutti i casi in cui il comportamento anche omissivo del datore aggravi il rischio di contrazione della patologia da parte del lavoratore. Inoltre, il fatto che non fossero disponibili all’epoca dotazioni di sicurezza specifiche contro le polveri sottili non impediva ad ATAC di porre in essere misure di tutela alternative ma egualmente efficaci, come ad esempio il ricorso a strumenti di aspirazione e depurazione dell’aria o la rimozione dalle strutture di proprietà dei materiali nocivi per la salute dei dipendenti.

Avv. Gennaro Ilias Vigliotti

Studio Legale Pizzuti

Categoria: Lavoro & Diritto

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