TRASPORTO AEREO: UNO SCIOPERO STORICO PER RIDARE SPERANZA AI TRASPORTI E AL PAESE

Il 3 maggio 2019 per noi della FAST-Confsal è una data storica, la data del primo sciopero nazionale del trasporto aereo

Per le questioni tecniche è possibile consultare le informative sul sito www.sindacatofast.it. Ma ritengo importante ricordare qui le motivazioni che ci hanno spinto ad aprire una vertenza nel trasporto aereo. Da diversi anni ad una costante crescita del numero di passeggeri e di voli si contrappone la progressiva e sempre più grave crisi delle imprese della filiera del settore, con il proliferare di situazioni fallimentari che in alcuni casi si ripetono nel tempo, come è accaduto ad Alitalia.  La fase della procedura di amministrazione straordinaria del vettore italiano è arrivata agli sgoccioli, ma oltre alle dichiarazioni d’intenti arrivate quotidianamente dal vicepremier e ministro dello Sviluppo economico Luigi Di Maio, non ci sono ad oggi atti concreti che lascino presagire sviluppi positivi. Un vecchio proverbio dice che di buone intenzioni è lastricata la strada per l’inferno. Dopo diversi mesi di attesa e di scadenze rinviate, vorremmo evitare che la compagnia finisca di nuovo in un girone dantesco.

I continui slittamenti, purtroppo, prefigurano proprio tale scenario: altre gravi ricadute sul lavoro, con richieste di tagli e di esuberi che non hanno alcuna giustificazione, se non quella di coprire le incapacità del management, e che comporteranno l’ulteriore aggravamento della situazione per i 1.360 lavoratori e lavoratrici del personale di terra e di volo, già in Cigs.

In questo contesto altamente destabilizzante si inserisce la misura inclusa dal governo nel Decreto Legge 28 gennaio 2019, n. 4, Disposizioni urgenti in materia di reddito di cittadinanza e di pensioni, in vigore dal 29/01/2019, dove all’articolo 26 si prevede la riduzione nel tempo e nella quantità economica delle addizionali comunali dei diritti di imbarco destinate a finanziare il Fondo di solidarietà del trasporto aereo, l’unico che è stato in grado in questi anni di offrire un salvagente ai lavoratori e alle lavoratrici colpiti dai tagli, sia sotto forma di accesso agli ammortizzatori sociali che di veri e propri licenziamenti, causati dalle continue crisi delle imprese del settore. Il ridimensionamento disposto dal decreto rende il Fondo non più in grado di sorreggere finanziariamente, soprattutto nel tempo, le prestazioni di sostegno al reddito. Soprattutto in vista dell’avvicinarsi di un altro possibile pesante aggravamento della crisi del settore. L’assenza di una concreta legislazione nazionale di sostegno per il comparto e di contrasto al dumping contrattuale completano un quadro poco incoraggiante. Che si fa sempre più fosco anche sul fronte del controllo al volo, dove l’Enav sta disattendendo una serie di accordi locali e nazionali. Il tavolo negoziale aperto con l’azienda ha prodotto un protocollo di intesa che segna indubbiamente l’inizio di un percorso, ma che è ben lontano dal poter essere considerato un punto di arrivo. Insomma, lo scontro non è più rinviabile!

E lo sciopero del 3 maggio di 4 ore rappresenta una prima azione di lotta a sostegno di tutti i lavoratori e le lavoratrici di un settore troppo a lungo trascurato dalla politica e dalle istituzioni.

La vicenda Alitalia, da questo punto di vista, è emblematica. Il gran lavoro che sta facendo il governo nella ricerca di una soluzione è evidente. Ma è altrettanto evidente che i tempi ragionevoli per rimettere in pista la compagnia senza conseguenze nefaste per l’azienda sono già stati ampiamente superati. Dopo due anni di commissariamento ora non può sorprendere che sia così difficile trovare qualcuno che voglia investire nel rilancio del vettore. Mentre sto scrivendo impazza il toto-pretendenti, con voci che si rincorrono e che, certamente, non lasciano spazio a grandi slanci di ottimismo. Sembra confermato che nella partita entreranno il Gruppo FSI, con il 30%, Delta e lo stesso Tesoro, ciascuno con il 15%. Mancherebbe, dunque, un socio o più soci per coprire il rimante 40% circa. Tra i partner che il governo sta sondando ci sarebbero anche la famiglia Toto e Atlantia. Certamente non sta a noi dare giudizi, ma chi ha attraversato le varie fasi di Alitalia fra procedure fallimentari e annunciati rilanci, non può dimenticare che la famiglia Toto con la sua AirOne ha giocato la sua parte. Per quanto riguarda Atlantia, invece, vale la pena ricordare che è la stessa società proprietaria di AdR e di Autostrade per l’Italia. Sì, propria la stessa holding finita sotto accusa per il crollo del “ponte Morandi” di Genova a cui l’esecutivo aveva promesso di togliere le concessioni pubbliche. Vedremo, speriamo presto, come finirà. Ma nell’attesa, anche con il nostro sciopero del 3 maggio, terremo gli occhi bene aperti su tutti questi nodi che sembrano complicatissimi da sciogliere.

Altra questione su cui continueremo a tenere la guardia alta è quella delle liberalizzazioni, quelle fatte e quelle che, a causa delle situazioni che si stanno creando, potrebbero essere ancora fatte. Nello specifico mi riferisco alla quota di Enav già venduta e alle frequenti voci di altre quote che verranno messe sul mercato per far fronte ai problemi di cassa. Ho sempre ritenuto, e continuo a ritenere, frutto di scarsa visione prospettica scegliere di vendere per intascare subito i quattrini piuttosto che fare affidamento sugli utili che ogni anno vengono prodotti. Mi scuso per l’eccessiva semplificazione, ma in questo modo riesce più facile capire le vicende del Gruppo Fsi, che dopo i vari tentativi non riusciti di quotarlo in Borsa è tornato a sfornare profitti. Profitti che il governo ha subito deciso di mettere a rischio incaricando la società di occuparsi del salvataggio di Alitalia. In questi due esempi sta la nostra critica ai processi di privatizzazione messi in atto e a quelli che si vorrebbe mettere in atto. Aziende che dopo anni portano utili allo Stato non possono essere cedute o azzoppate per interessi immediati rinunciando a prospettive future di redditività.

Oltre al tema del salvataggio di Alitalia e al taglio di 300 milioni al trasporto pubblico locale provocato dall’attivazione della clausola di salvaguardia sui conti pubblici concordata con la Ue, la corsa ad ostacoli per Fsi sembra continuare con la ridefinizione nel perimetro della pubblica amministrazione da parte di Eurostat della società Rfi, gestore dell’infrastruttura ferroviaria nazionale. A differenza di quello che potrebbe apparire, non si tratta di una mera formalità. Inserire Rete ferroviaria Italiana nell’elenco delle aziende che fanno capo alla Pa significa farla entrare nel conto consolidato dello Stato, cosa che comporterà il rispetto di vincoli e regole che potrebbero mettere a rischio non solo l’attività del gestore dell’infrastruttura ferroviaria, ma quella dell’intero gruppo Fsi. Del resto, anche la fusione con Anas, tra le altre cose, era stata giustificata con il tentativo di liberare dagli impedimenti normativi e gestionali della pubblica amministrazione una società in grado di stare sul mercato con i propri piedi. Ora il problema raddoppia. Non solo l’Anas, che il ministro dei Trasporti Toninelli spesso dice di voler rendere di nuovo autonoma, non è uscita dalla Pa, ma ci è entrata anche Rfi, con effetto retroattivo a partire dal 2017.

La trasformazione della Rete ferroviaria italiana in un ente della pubblica amministrazione mette a rischio non solo l’autonomia gestionale e gli investimenti pubblici destinati allo sviluppo infrastrutturale, ma la sua stessa permanenza nel gruppo Fsi. Non è escluso, infatti, che la riclassificazione sia il preludio di una operazione più ampia sostenuta dal governo europeo o da quello italiano per arrivare allo scorporo dell’infrastruttura dai servizi di trasporto passeggeri e merci di cui più volte in passato si è parlato, anche in occasione dei progetti poi accantonati di quotazione di Fsi. Se le nostre previsioni dovessero avverarsi, dovremmo capire chi veramente ne trarrà vantaggio. Abbiamo il timore che non sarà l’Italia.

Piuttosto che impegnarsi nelle polemiche interne alla maggioranza e nella rissosa campagna elettorale, il governo dovrebbe trovare qualche ritaglio di tempo per gettare un occhio su questa e molte altre questioni che di qui a poco rischiano di esplodere provocando danni forse irreparabili al Paese.

Categoria: L'Editoriale

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