PERIODO DI COMPORTO: LA CASSAZIONE CENSURA IL RIFIUTO DI CONVERSIONE DELLA MALATTIA IN FERIE

La Suprema Corte ribadisce l’illegittimità del rifiuto ingiustificato alla richiesta del lavoratore della fruizione delle ferie in costanza di malattia al fine della sospensione del periodo di comporto con conseguente mantenimento del posto di lavoro

Il c.d. “comporto” rappresenta un istituto posto a tutela del lavoratore, poiché, identifica il periodo entro il quale lo stesso mantiene il diritto alla conservazione del posto di lavoro in costanza di malattia.

Specularmente, lo stesso istituto delinea il perimetro oltre il quale la condizione di astensione dalla prestazione lavorativa diventa incompatibile con l’esigenza organizzativa dell’impresa e, di conseguenza, rende legittimo il provvedimento di licenziamento nella configurazione del “giustificato motivo oggettivo”.

Tra le fonti disciplinanti l’istituto in esame (previste nell’art. 2110, comma 2 cc), particolare importanza assume il contratto collettivo nella sua proiezione nazionale al quale viene demandata, tra le altre materie, la durata del periodo di comporto.

In via generale, i CCNL prevedono due tipologie di comporto:

  • il comporto c.d. “secco”, il quale risulta di notevole vantaggio per il lavoratore dal momento che, posto il limite temporale di astensione, consente l’azzeramento del periodo trascorso al rientro al lavoro;
  • il comporto c.d. “per sommatoria”, nel quale i giorni di astensione si sommano (riferiti a più eventi malattia intervallati da altrettanti rientri) in un determinato arco temporale.

Quindi, qualora venga prolungata l’assenza per malattia oltre il periodo di comporto previsto contrattualmente il lavoratore potrà essere licenziato per giustificato motivo; nell’ipotesi inversa, ossia provvedimento del datore a comporto ancora pendente, due sono le ipotesi che si potrebbero configurare:

  1. se comminato in relazione alla malattia, il licenziamento risulterà illegittimo, con conseguente nullità (violazione della norma imperativa ex art. 2110 cc) e applicazione della sanzione al datore ex art. 18 L. n. 300/1970 (c.d. “Statuto dei lavoratori”);
  2. se irrogato in relazione a motivi diversi da quello di cui al punto 1), fermo il necessario sindacato giudiziale di legittimità del provvedimento, il licenziamento risulterà “inefficace” sino al perdurare della malattia per poi acquistare efficacia al superamento del comporto ovvero al termine dell’assenza.

Operata questa doverosa puntualizzazione preliminare, risulta inequivocabile il contenuto della sentenza n. 10725 del 2019 Cass. Civ. Ord. Sez. Lavoro la quale, riprendendo consolidati principi di diritto, sancisce la facoltà (non il diritto potestativo) per il lavoratore, in assenza per malattia, di domandare la fruizione delle ferie maturate e non godute allo scopo di sospendere il decorso del periodo di comporto.

La pronunzia aggiunge, però, che a tale facoltà non corrisponde comunque un obbligo del datore di accettare la richiesta nel caso in cui “…ricorrano delle chiare ragioni organizzative di natura ostativa…”; tali ragioni non possono prescindere dalle clausole generali di correttezza e buona fede che impongono, al fine del loro riconoscimento giuridico, le caratteristiche di effettività e concretezza.

Appare indubbia, dal tenore della pronunzia, la volontà del giudice di legittimità di bilanciare gli interessi in gioco: da un lato, la conservazione del posto di lavoro, dall’altro, la libertà di iniziativa economica nella sua accezione di possibilità di organizzare i fattori, lavoro e capitale, in base alle proprie esigenze produttive.

Occorre chiarire alcuni aspetti inerenti la facoltà concessa al lavoratore di convertire l’assenza per malattia in ferie (anche quelle pregresse).

In primo luogo si tratta di una facoltà e non di un diritto potestativo; questo significa che all’esercizio della prima non corrisponde un obbligo gravante sulla parte datoriale (la cui posizione di soggezione si configurerebbe nella seconda ipotesi); in secondo luogo tale facoltà deve essere presentata espressamente al datore di lavoro in epoca antecedente la scadenza del comporto non operando l’effetto di conversione dell’assenza in modo automatico. Appare inconfutabile il fatto secondo il quale una richiesta non tempestiva (ossia superato il periodo di comporto) non precluderebbe il recesso da parte del datore.

Ulteriore aspetto da considerare risiede nelle ragioni edotte dal datore a rigetto dell’istanza di conversione. In precedenza, si è scritto che all’esercizio della facoltà non corrisponde un obbligo assoluto imposto al datore il quale, di contro, non potrà agire in modo totalmente discrezionale. A sostegno dell’eventuale negazione il datore dovrà dedurre delle effettive e concrete esigenze organizzative le quali dovranno essere prevalenti rispetto all’interesse alla conservazione del posto del lavoro.

La pronunzia in commento viene arricchita dall’enunciazione di un ulteriore principio: l’esclusione, nel caso in commento, di un’incompatibilità assoluta tra ferie e malattia secondo la quale “non sarebbe costituzionalmente corretto precludere il diritto alle ferie in ragione delle condizioni psico-fisiche inidonee al loro pieno godimento (non potendo operare, a causa della probabile perdita del posto di lavoro conseguente al superamento del comporto, il criterio della sospensione delle stesse e del loro spostamento al termine della malattia), posto che si renderebbe altrimenti impossibile l’effettiva fruizione delle ferie…”.

In buona sostanza, il precetto normativo ex art. 2109 cc (nella sua riformulazione successiva alla declaratoria di illegittimità pronunziata dalla Corte Costituzionale con sentenza n. 616/1987 nella parte in cui non prevedeva la sospensione automatica del periodo di ferie per malattia intervenuta nello stesso periodo) sancisce che l’incompatibilità tra ferie e malattia, non opera nel caso in cui il lavoratore si trovi in prossimità del superamento del comporto, poiché, quest’ultima situazione permetterebbe al datore di recedere dal contratto di lavoro pregiudicando il diritto alla fruizione delle ferie da parte del lavoratore.

In conclusione, nel caso di specie il lavoratore aveva, tempestivamente, inoltrato la richiesta di conversione in ferie dell’assenza per malattia la quale veniva negata senza l’offerta di alcuna prova delle esigenze aziendali a giustificazione del rifiuto né della loro prevalenza rispetto all’interesse del lavoratore.

Tale comportamento illecito, inserito in un più ampio contesto di mobbing riconosciuto nella stessa sentenza e sfociato nel risarcimento a carico del datore, si è, poi, concretizzato nell’intimazione del licenziamento al lavoratore per superamento del periodo di comporto. Tale provvedimento è stato censurato dalla Corte di Cassazione che ha confermato le condanne inflitte al datore nelle sedi di merito.

Categoria: Analisi & Studi

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