LICENZIAMENTO DISCIPLINARE: ANCHE IL FATTO LECITO AUTORIZZA ALLA REINTEGRA

La contestazione disciplinare al lavoratore è insussistente anche quando il fatto manchi del tutto di illiceità 

Il fatto disciplinare contestato al lavoratore è insussistente non solo quando sia privo di concreta materialità (cioè quando, ad esempio, la condotta denunciata non sia mai stata tenuto dal lavoratore) bensì anche quando il fatto, fenomenicamente esistente, manchi del tutto di illiceità, cioè non abbia violato alcuna norma o regola applicabili al contratto di lavoro. In questi casi, qualora la sanzione sia il licenziamento disciplinare, il rimedio disponibile, nell’ambito della tutela prevista dall’art. 18 Stat. Lav., è quello della tutela reintegratoria, quindi la riammissione in servizio con il diritto a percepire un’indennità risarcitoria computata in base al periodo trascorso tra il licenziamento e la reintegra e comunque non superiore a 12 mensilità dell’ultima retribuzione globale di fatto.

Il principio in esame si può ritenere consolidato nella giurisprudenza di legittimità (tra le tante, si v. Cass. n. 20540/2015; Cass. n. 18418/2016; Cass. n. 11322/2018) ed è stato recentemente ribadito dalla Cassazione nella sentenza n. 1405 del 23 maggio 2019. La Corte ha conosciuto il caso di un lavoratore del settore metalmeccanico il quale era stato licenziato per aver scagliato un pezzo di legno lungo circa 60 cm, largo 6 e spesso 4, senza colpirlo, in direzione di un collega addetto a operazioni che per la loro elevata rumorosità ne avevano in precedenza provocato una reazione di fastidio accompagnata da espressioni offensive.

I giudici di merito avevano ritenuto insussistente il fatto oggetto di contestazione disciplinare, identificato in un tentativo di lesioni volontarie, posto che, pur essendo pacifico il lancio del pezzo di legno in direzione della postazione di lavoro del collega ad oltre 10 metri di distanza, non poteva, tuttavia, considerarsi provato né che l’azione fosse oggettivamente idonea a colpire con intensità apprezzabile la persona del collega, nè che essa esprimesse un intento lesivo ai suoi danni, anziché un mero gesto dimostrativo di protesta: ciò che aveva portato la Corte d’Appello, sul presupposto della equiparazione tra fatto materialmente insussistente e fatto sussistente ma privo del carattere della illiceità, a condividere la decisione di primo grado anche in ordine all’applicazione nel caso di specie del regime di tutela di cui alla L. n. 300 del 1970, art. 18, comma 4.

L’azienda datrice di lavoro aveva proposto ricorso in Cassazione deducendo che l’episodio oggetto della contestazione disciplinare e del successivo licenziamento, pur non essendo stato produttivo di danno, rivestiva comunque il carattere della illiceità, la quale ben può essere connessa ad un fatto di natura colposa e a qualsiasi condotta contraria alla vita e all’organizzazione aziendale.

I giudici di legittimità, però, hanno rigettato il ricorso e confermato le decisioni di merito, dando ulteriore seguito al proprio indirizzo consolidato e confermando che il fatto esistente ma privo di illiceità è da parificarsi del tutto al fatto materialmente insussistente ai fini dell’applicazione della tutela ripristinatoria per il licenziamento illegittimo.

Avv. Gennaro Ilias Vigliotti
Avv. Giuseppe Catanzaro
Studio Legale Pizzuti

Categoria: Lavoro & Diritto

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