SE I SINDACATI HANNO BISOGNO DI UNA PATENTE, VUOL DIRE CHE NON SANNO PIÙ FARE IL PROPRIO MESTIERE

Ogni anno, in occasione della presentazione della relazione annuale, il Presidente di turno della Commissione di Garanzia sugli Scioperi nei Servizi Pubblici essenziali mette in dubbio, in maniera decisa e giuridicamente elegante, il diritto di sciopero. Consuetudine supportata da chi antepone a quel diritto costituzionalmente garantito il tema della rappresentanza e della rappresentatività dei sindacati.

Il fatto che nel 2018 sia stata registrata una significativa riduzione degli scioperi nei servizi pubblici non ha impedito al garante, che continua a sconfinare su materie che nulla hanno a che fare con il suo ufficio, di chiedere vincoli e leggi più stringenti per limitare la libertà sindacale.

Constatare che il prof. Santoro Passarelli, invece di limitarsi a controllare e gestire il conflitto sociale e a garantire l’erogazione dei servizi pubblici essenziali, si ostini a voler indossare le vesti del giudice piuttosto che quelle dell’arbitro, come prevede la legge istitutiva dell’organismo, è sorprendente.

Anche davanti a comportamenti imprenditoriali giustamente stigmatizzati – ha ammesso che molte aziende del trasporto pubblico e di igiene ambientale hanno esternalizzato i servizi senza un criterio omogeneo e trasparente in grado di assicurare garanzie occupazionali, muovendosi in situazioni di dissesto finanziario e spesso, addirittura, non pagando gli stipendi – il Garante  ritiene che le associazioni dei lavoratori siano responsabili di una eccessiva e pretestuosa attività di rivendicazione sindacale che, a suo giudizio, dovrebbe essere compressa attraverso sanzioni più severe e una maggiore regolamentazione del diritto di sciopero.

Tali affermazioni, proferite da colui che dovrebbe essere l’arbitro imparziale, sono difficili da comprendere e, soprattutto, da digerire.

Insistere nel considerare gli scioperi giusti o sbagliati a seconda di chi li dichiara, non solo è una evidente discriminazione verso quelle che vengono definite “sigle minori” o quelle del sindacalismo autonomo, ma è una evidente violazione del principio stabilito all’art. 39 della Carta costituzionale, che al primo comma recita: “L’organizzazione sindacale è libera”. Tema che va ricollegato al principio generale dell’art 18, in cui si sancisce che ogni cittadino ha diritto di associarsi liberamente, senza autorizzazione. Qualcuno potrebbe eccepire che l’art. 18 della Carta Costituzionale sia più riferito alle associazioni datoriali come Confindustria piuttosto che al sindacato, ma quello che interessa qui sottolineare è il concetto di libero associazionismo individuale e l’importanza del diritto di sciopero, che va riconosciuto ai lavoratori quale strumento di confronto e di equilibrio nel sistema delle relazioni sindacali. Non ho alcuna intenzione di fare l’azzeccagarbugli, né ritengo di avere le competenze giuridiche per discettare di Diritto Costituzionale, compito che lascio ai professori e ai supremi giudici. Mi permetto, però, di sottolineare le contraddizioni che anche un minimo di buon senso fa emergere nell’antica disputa fra diritto di sciopero e certificazione della rappresentanza dei sindacati.

Seguendo il ragionamento del prof. Santoro Passarelli, alcuni sindacati dovrebbero rinunciare alle proprie rivendicazioni, lasciando alle organizzazioni storicamente riconosciute come rappresentative, per una sorta di diritto acquisito che non può più essere messo in discussione, il compito di interloquire non solo con le aziende, ma anche con la politica e le istituzioni.

Sentire il Presidente dell’Autorità Garante arrivare a rimpiangere i vecchi scioperi generali di CGIL, CISL e UIL che erano in grado di ‘far cadere i governi’ e nello stesso tempo sentirlo definire quelli proclamati dai sindacati di base e da quelli autonomi ‘selvaggi’, buoni solo a creare disagi e a dare visibilità alle sigle, è per noi motivo di grande preoccupazione. E dovrebbe esserlo per chiunque crede nelle regole che sono alla base della nostra democrazia. È evidente, infatti, che il prof. Santoro Passarelli, nascondendosi dietro l’esigenza di garantire il regolare svolgimento dei servizi pubblici, intende mettere in discussione la natura del diritto di sciopero come “diritto potestativo” del sindacato. Noi continuiamo ad essere convinti, come diceva il prof. Gino Giugni, che lo sciopero non sia altro che un diritto pubblico di libertà!

Spiace vedere che sia proprio la figura Istituzionale incaricata di tutelare gli interessi di tutte le parti in gioco, aziende, cittadini e parti sociali, impegnandosi a far rispettare le regole, a mettere in discussione i principi fondamentali della nostra Costituzione. Il Garante dovrebbe mettersi in testa una volta per tutte che la libertà sindacale garantisce il diritto di rappresentare i lavoratori a tutte le associazioni, anche a quelle che a lui o ad altri non piacciono.

Se veramente si vogliono ridurre gli scioperi, non serve aumentare le sanzioni, prendersela con i sindacati non legittimati a protestare o a pretendere il rispetto dei diritti, occorre agire sulle cause dei conflitti e sul mancato rispetto delle leggi.

Cause che in alcuni passaggi condivisibili della relazione sono ben evidenziati. La Commissione ha ben chiari i motivi e le dinamiche nelle quali si sviluppano le contrapposizioni e si alimenta lo scontro. Ragione per cui ci risulta impossibile condividere la semplificazione secondo cui ci siano scioperi proclamati solo per affermare la visibilità di questa o quella sigla sindacale, tanto meno possiamo accogliere l’auspicio, pur espresso, che le associazioni dei consumatori attuino azioni collettive di class action contro le organizzazioni sindacali.

Il clima che si sta prefigurando sembra quello meno adatto a consentire una revisione della Legge n. 146/90. Se questi sono i presupposti, il risultato può essere solo un’ulteriore contrazione del diritto di sciopero nel nome di una non meglio precisata pace sociale e di un ancora meno precisato funzionamento ottimale dei servizi pubblici, i cui problemi in Italia vanno ben al di là delle sporadiche interruzioni provocate dalle legittime rivendicazioni dei lavoratori.

Ugualmente preoccupanti sono le battaglie di retroguardia di alcuni sindacati che si cimentano su idee che vanno dalla certificazione della rappresentanza allo sciopero virtuale. Tutte proposte che di fatto smontano il sistema delle relazioni sindacali in Italia e indeboliscono l’arma dello sciopero, in uno scenario in cui già oggi le aziende e le associazioni datoriali hanno scarso interesse a gestire il conflitto sindacale: grazie alla “scelta” degli interlocutori sindacali e delle norme volte a favorire l’interesse industriale su quello dei lavoratori, le imprese godono infatti di una posizione di indubbio vantaggio. Un’ulteriore restrizione relegherebbe il sindacato al ruolo di mera camera di compensazione delle ricadute di piccole beghe aziendali o di scelte imprenditoriali troppo aggressive.

Per comprendere cosa bisogna fare, diventa necessario condividere l’obiettivo. Quale sindacato si vuole: quello che vigila sul rispetto dei patti e delle leggi e lavora alla costruzione di proposte per aggiornare regole condivise, oppure il “sindacato di servizi”? Noi propendiamo per il primo modello, che deve garantire assistenza, controllo e idee per la costruzione e l’aggiornamento continuo del diritto del lavoro. Se un sindacato non assolve più questo compito e non risponde più a queste caratteristiche, i lavoratori possono togliergli rappresentanza a favore di altri o addirittura di nuovi. Possibilità garantita dalla carta Costituzionale, ma non dalle leggi. A cominciare dalla 300/70, che qualcuno ancora definisce lo Statuto dei Lavoratori.

Categoria: L'Editoriale