IL CONCORDATO ATAC ENTRA NELLA FASE OPERATIVA: CERTEZZE E INCOGNITE

L’atteso provvedimento di omologa sancisce la fine della procedura concordataria e l’apertura della sua attuazione operativa

Lo scorso 25 giugno, il Collegio della Sezione Fallimentare di Roma ha cristallizzato, attraverso il decreto di omologa, la fine della procedura di concordato preventivo con continuità aziendale (ex art. 186 bis della Legge Fallimentare) ponendo un sigillo, molto delicato, sul processo di risanamento intentato da Atac SpA di Roma Capitale. Sul quale rimane l’incognita del corretto adempimento delle misure contenute nel Piano in virtù delle carenze strutturali che affliggono la concessionaria del trasporto pubblico locale.

Il decreto si è fatto attendere a lungo (rispetto alla data di approvazione dei creditori risalente allo scorso 8 gennaio) a causa della proposizione, da parte di un creditore qualificato, di un’opposizione al piano ai sensi dell’art. 180 LF. In tali circostanze, ciò che doveva essere un mero controllo di legittimità della procedura si è tradotto in un sindacato di merito da parte del Tribunale sfociato in quello che, in termini tecnici, viene riconosciuto come “giudizio di cram down”. Che impone, al collegio giudicante, di valutare la convenienza della proposta, prerogativa rimessa al ceto creditorio, rispetto alle altre ipotesi percorribili (ossia la liquidazione giudiziale).

Superato questo ostacolo, si è aperta un ulteriore fase che, oggettivamente, presenterà non poche difficoltà: “la fase attuativa del piano”.  Appare utile, in via preliminare, ricordare che con l’integrazione del ricorso “in bianco” depositata in data 26 gennaio 2018, Atac presentò, ai fini dell’ammissione alla procedura (e successivamente per la votazione dei creditori), un business plan nel quale furono elencate, in modo analitico e dettagliato, tutte le misure nonché le tempistiche riguardanti la definizione dello stato di crisi.

Un così alto livello di dettaglio dei termini posti a fondamento del piano, richiesto dalla (ormai) superata legge fallimentare, risulta giustificato dalla necessità di rendere edotti i creditori in ordine alle modalità di soddisfazione delle pretese da questi avanzate. Se così non fosse, i creditori eserciterebbero, in sede di adunanza ex art. 174 L.F., il diritto di voto in modo inconsapevole e questo risulterebbe, inoltre, incompatibile con il progressivo processo di privatizzazione della crisi d’impresa perseguita dal legislatore attraverso lo spostamento della fase decisoria dall’organo giudiziale verso i soggetti destinatari della proposta di risanamento.

Inoltre, il piano concordatario si sostanzia in una programmazione aziendale (c.d. Piano Industriale) elaborata in una circostanza straordinaria ravvisabile nella crisi d’impresa. Quest’ultimo elemento suggerisce una riflessione: entrambi gli elaborati, Piano Industriale e concordatario, condividono, in via approssimativa, lo stesso orizzonte temporale (circa 5 anni) ma la differenza sostanziale risiede nelle conseguenze di eventuali “deviazioni” rispetto al loro contenuto originario. Nel caso del Piano Industriale, appare plausibile l’intervento di alcune modifiche in costanza di attuazione e un eventuale inadempimento non pregiudicherebbe il suo buon fine (almeno non in modo irreversibile); discorso profondamente diverso per quello che concerne il piano concordatario. A tal proposito, il provvedimento di omologazione demanda ai commissari giudiziari, nominati in precedenza dal Tribunale nel decreto di ammissione, l’attività di sorveglianza sul corretto adempimento di quanto programmato e qualora il debitore non onorasse gli impegni sanciti nella proposta, andrebbe incontro alla risoluzione o all’annullamento (nel caso di condotte illecite) del concordato con conseguente ridiscussione della sua posizione in sede fallimentare.

Sulla scorta di tali premesse, appaiono comprensibili le insidie che la Società in house dovrà affrontare nella fase esecutiva. Tra le tante si rimarca la circostanza per la quale le condotte aziendali saranno oggetto di un’attività di controllo espletata, a vari livelli di competenza, sia dai commissari che dai creditori concorsuali i quali saranno legittimati a proporre l’azione di annullamento ovvero quella di risoluzione (nel caso di grave inadempimento). A tal proposito, la misura dell’inadempienza, necessaria al buon fine dell’azione esperita avverso il debitore, dovrà essere rapportata all’eventuale pregiudizio recato alla riuscita del piano considerato nella sua interezza e non nel singolo inadempimento.

Proiettando le precedenti considerazioni al caso di Atac, il mancato raggiungimento dei livelli di produzione stabiliti nel contratto di servizio potrebbe portare ad un volume di ricavi nettamente inferiore rispetto a quelli preventivati con la conseguenza di un risultato incompatibile, in termini economico-finanziari, col debito assunto ma in linea con la prospettiva della risoluzione. Quest’ultima ipotesi appare tutt’altro che remota rispetto alle condizioni attuali della concessionaria del trasporto: un parco vetture vetusto nonché la carenza di personale operativo, potrebbe rendere improbabile, salvi innesti mirati di nuovi mezzi e di nuova forza lavoro, il raggiungimento della soglia obiettivo. Per far fronte a tali criticità strutturali, il combinato disposto tra la saturazione dell’orario di lavoro (esauritosi prima dell’intervento dell’omologazione) è l’introduzione nel circuito produttivo  di circa 200 vetture (acquisite a titolo di proprietà dal Comune a mezzo gara indetta dalla società aggiudicatrice Consip) le quali saranno, probabilmente conferite nella partecipata a titolo di usufrutto, nonché di autisti (procedura già esaurita) e di meccanici (procedura ancora in essere) potrebbe fare la differenza per impedire l’irreversibile messa in discussione del salvataggio dell’azienda di trasporto.

Categoria: Scenari

Tags: