SCIOPERO GENERALE DEI TRASPORTI: BATTAGLIA PER RIDARE VOCE AL SINDACATO E RILANCIARE L’ITALIA

Il mese di luglio si apre con una importante vertenza. Ad oggi le sigle che fanno riferimento alle Confederazioni Sindacali presenti nel CNEL, quindi Filt-CGIL, Fit-CISl, UILTrasporti in maniera unitaria, poi Cisal Trasporti e FAST-Confsal autonomamente, hanno sentito la necessità di denunciare il grave stato di sofferenza su tutto il mondo dei trasporti, convergendo su un’unica azione di sciopero politico, fissato il 24 luglio per tutte le categorie del settore e il 26 per il solo Comparto Aereo.

La nostra posizione come FAST-Confsal parte da una premessa fortemente critica, maturata dopo un anno di legislatura, durante la quale le relazioni sindacali e l’interlocuzione tra parti sociali e Governo sono veramente scese ai minimi livelli dal secondo dopoguerra. Anche se, ad onor del vero, dobbiamo ammettere che per quanto ci riguarda l’atteggiamento del Ministero dei Trasporti è in perfetta continuità con l’ultimo periodo della precedente legislatura. Detto ciò, non cambia lo stato di difficoltà nel quale l’intero settore versa.

Considerata la gravità della situazione, come Federazione dei trasporti e servizi, abbiamo ritenuto non più rinviabile l’apertura di un confronto. La semplice richiesta di dialogo non sembra, però, essere stata presa con grande considerazione dal Ministro, né è stata sufficiente a destare la sua attenzione. Abbiamo così ritenuto necessario aprire una vertenza o, come si usa dire in questi casi, mettere la pistola sul tavolo. Certamente non è questo il modo che preferiamo per iniziare un rapporto, certamente la nostra richiesta, come quella delle altre OOSS, potrebbe essere vista come un atto di debolezza, ma, visto il momento, indugiare nei tatticismi e nella diplomazia non porta da nessuna parte, se non alla mera perdita di tempo.

In un documento nato da un ampio dibattito interno – probabilmente per la prima volta nella nostra giovane Federazione -, abbiamo fotografato lo stato dell’arte in tutti i settori dei trasporti, dalle strade alle ferrovie, dal trasporto locale a quello merci, dagli aerei ai porti, dalla logistica alle infrastrutture. Il risultato è stato un lungo e doloroso elenco di criticità e sofferenze che riguardano non solo i Lavoratori del comparto, ma l’intero Paese, che a causa dei ritardi sul sistema integrato dei collegamenti che rendono possibile il trasferimento di persone e merci, sta perdendo quote di competitività che difficilmente potranno essere recuperate.

Nel documento abbiamo sottolineato, inoltre, l’importanza di un cambio di prospettiva. Per fare ripartire il Paese, la politica deve abbandonare l’idea d’ essere autosufficiente, di poter rinunciare al dialogo con i corpi intermedi senza conseguenze. Deve tornare a coltivare l’ascolto e il confronto come fattori strategici di crescita e di sviluppo.

Gli ultimi dati Istat sull’occupazione sembrano smentire questa tesi; squadra che vince non si cambia. E quando le cose vanno bene significa che il metodo è giusto. Come Sindacato saremmo i primi a festeggiare una ripartenza del lavoro e a riconoscere i nostri errori. Siamo, purtroppo, convinti che i numeri forniti dall’Istituto di statistica non consentano, almeno per ora, grandi entusiasmi. Certo, la disoccupazione è scesa sotto il 10% per la prima volta dal 2012 e una quota di occupati come quello registrato a maggio non si vedeva dal 1977, anno di inizio delle serie storiche. Anche tralasciando il fatto che l’Europa continua a fare molto meglio, registrando un tasso di disoccupazione inferiore di 2,5 punti percentuali al nostro e che l’Italia resta maglia nera dopo la Grecia e la Spagna, bisogna interrogarsi sulla reale situazione fotografata dalle rilevazioni. È stato lo stesso Istat a metterci in guardia, solo qualche mese fa, sulla corretta interpretazione di questi dati. Sono stati gli esperti a spiegarci che stiamo vivendo una fase di “occupazione a bassa intensità lavorativa”, il che, tradotto, significa che pur aumentando gli occupati, diminuiscono, e di molto, le ore lavorate. Il fenomeno è ancora in atto. Basta guardare la forte crescita dei contratti part-time degli ultimi mesi per rendersene conto. A peggiorare le cose c’è la cosiddetta disoccupazione invisibile, rappresentata dalle decine di migliaia di lavoratori in cassa integrazione (le ore nei primi cinque mesi dell’anno sono aumentate del l’11,5%, che equivale a 12 milioni, rispetto al 2018), che mantengono la qualifica di occupati solo grazie agli ammortizzatori sociali concessi dal Governo per tamponare le crisi aziendali che dovrebbero, invece, essere risolte e superate con strategie in grado di rilanciare la produzione. Il tema è proprio questo: con il Sindacato non è sufficiente leggere i numeri e autocelebrarsi; serve un confronto continuo sui dettagli, sull’analisi dei dati, sulla programmazione; serve un dialogo con chi i dati può leggerli, avendo il polso della realtà, stando dentro le fabbriche e le aziende, parlando con i Lavoratori.

É anche per questo, sperando che nel prossimo autunno si possa aprire la stagione dei rinnovi contrattuali nel settore, con una presenza di tutto il Sindacato rappresentativo nei vari comparti, che abbiamo ritenuto necessario richiamare l’attenzione del Governo ed in primis del Ministro dei Trasporti, Danilo Toninelli, e di quello del Lavoro Luigi Di Maio, sulla necessità di avviare un nuovo percorso di relazioni con le parti sociali. Relazioni che dovranno coinvolgere tutti gli attori del settore, senza discriminazioni o scelte arbitrarie. Senza troppi sforzi per motivare la convocazione di questa o quella sigla. Per decidere chi dovrà sedere al tavolo, pur continuando a pensare che tutte le voci debbano sempre essere ascoltate, riteniamo logico usare l’unico strumento di misura oggi indicato anche dalla Costituzione, che riconosce il diritto di tribuna a tutte le forze sindacali presenti nel Cnel. Procedere in direzione diversa significherebbe operare una bizzarra conventio ad excludendum, poco spiegabile soprattutto a chi crede che oggi, alla guida del Paese, ci siano forze politiche che considerano la fiducia nel cambiamento la loro dote migliore.

Categoria: L'Editoriale