IMPRESE E LAVORATORI: I MINORI RICAVI POSSONO CONFIGURARE IL GIUSTIFICATO MOTIVO OGGETTIVO

La contrapposizione tra la libertà di iniziativa economica, costituzionalmente garantita, e la tutela del lavoratore incalza le corti di giustizia con un tendenziale trattamento privilegiato verso le ragioni organizzative dell’imprenditore a discapito del mantenimento del posto di lavoro

La crisi che ha investito nell’ultimo decennio (e oltre) l’intera economia globale ha comportato un drastico ripensamento sull’ordine di priorità, nel senso della tutela, da attribuire alle varie posizioni comprese nel perimetro aziendale: appare evidente che sia il legislatore che la giurisprudenza hanno mostrano una consolidata tendenza nel sacrificare la posizione del lavoratore a favore delle scelte organizzative formulate dall’imprenditore.

La concreta applicazione legislativa alla richiamata intenzione, si è declinata, soprattutto, nella costruzione di un mercato del lavoro “flessibile”, ossia in grado di rispondere, in modo reattivo, alle fluttuazioni della domanda e, quindi, alle conseguenti esigenze produttive. Il risultato più evidente di questa impostazione, risiede nella acquisita facilità di accesso, per gli imprenditori, agli istituti giuridici quali, a titolo d’esempio, il licenziamento per giustificato motivo oggettivo come disciplinato nella seconda parte dell’art. 3, L. n. 604/1966. Tale articolo recita che “Il licenziamento per giustificato motivo con preavviso è determinato… da ragioni inerenti all’attività produttiva, all’organizzazione del lavoro e al regolare funzionamento di essa”.

Il principio sopra enunciato è stato oggetto di maggiore definizione dalla Corte di Cassazione la quale, con la sentenza n. 23222 del 2010, espresse un’interpretazione estensiva della libertà di iniziativa economica, ex art. 41 della Cost., arrivando a ricomprendere nel raggio d’azione del precetto costituzionale la libertà “…di organizzare la propria attività nel modo più opportuno, compiendo le conseguenti scelte organizzative e produttive, salvo il rispetto dei principi di correttezza e buona fede”.                                                      

Nel corso del tempo, tale orientamento ha acquisito una conformazione consolidata fino a giungere alla recentissima ordinanza del giudice di legittimità, n. 19302 del 18/07/2019, secondo la quale “…il giustificato motivo oggettivo si sostanzia in ogni modifica della struttura organizzativa dell’impresa che abbia quale suo effetto la soppressione di una determinata posizione lavorativa, indipendentemente dall’obiettivo perseguito dall’imprenditore…”.

Appare doveroso, operare la descrizione dei fatti controversi. Il caso di specie riguardava una piccola impresa che, a seguito di una costante contrazione dei ricavi, decise di ridurre l’orario di lavoro per i tre dipendenti in servizio attraverso la trasformazione del contratto da full time in part time. Al lavoratore che rifiutò la conversione fu comminato il provvedimento di licenziamento per giustificato motivo oggettivo dettato dall’esigenza di compensare la contrazione degli utili conseguiti negli ultimi esercizi. Il risultato del ricorso esperito dal lavoratore fu l’accoglimento dello stesso dai giudici di merito con conseguente condanna verso il datore di lavoro al pagamento di un’indennità risarcitoria al ricorrente (c.d. “tutela obbligatoria”).

In riferimento al contenuto dell’ordinanza, la quale ha cassato la precedente sentenza di merito, nella locuzione “ogni modifica della struttura organizzativa” la stessa, in modo implicito, ricomprende le ipotesi di:

  1. ristrutturazione dei reparti;
  2. soppressione del posto di lavoro;
  3. esternalizzazione delle attività (c.d. outsourcing);
  4. l’inidoneità sopravvenuta.

In buona sostanza, la posizione del lavoratore (e il suo conseguente interesse al mantenimento del posto di lavoro) soccombe dinanzi alle intervenute ragioni organizzative dell’impresa.

Inoltre, la Cassazione aggiunge che questa libertà di organizzarsi prescinde “…dall’obiettivo perseguito dall’imprenditore sia esso, cioè, una migliore efficienza, un incremento della produttività— e quindi del profitto— ovvero la necessità di far fronte a situazioni economiche sfavorevoli o a spese straordinarie”.

Questo implica che la legittimità della risoluzione non deve, necessariamente, trovare fondamento nell’eventuale situazione di pregiudizio nel quale potrebbe incorrere il complesso aziendale a seguito della congiuntura economica negativa stante la possibilità di applicarla anche per il mero conseguimento di una redditività più confacente alle aspettative dell’imprenditore.

         Inoltre, l’ordinanza ricorda i limiti posti al sindacato giudiziale il quale non può oltrepassare la mera verifica:

  • dell’effettività e della non pretestuosità della ragione obiettiva (quindi, la concreta esistenza delle esigenze organizzative poste a fondamento del    provvedimento e non il merito delle modalità scelte per raggiungere tale obiettivo);
  • del nesso causale tra la ragione accertata e la soppressione della posizione lavorativa.

In conclusione, si sta assistendo ad una costante retrocessione delle ragioni del lavoratore a dispetto di un’avanzata, sempre più evidente e confermata dagli interventi normativi nonché dalle pronunzie giudiziali, delle decisioni economiche dell’imprenditore il quale può “confezionare” il paradigma produttivo a seconda delle condizioni di mercato. A tale risultato si è giunti attraverso la progressiva interpretazione estensiva delle ipotesi ricomprese nel licenziamento per giustificato motivo oggettivo il quale, ad oggi, appare fondarsi su qualsivoglia decisione organizzativa a prescinde dalle finalità da questa perseguite.

Categoria: Lavoro & Diritto