FRA OTIUM ET NEGOTIUM: BREVI RIFLESSIONI IN LIMINE AESTATIS

Nel De otio Seneca analizza e delinea filosoficamente la presenza di due repubbliche: la grande e la piccola

Nel De otio Seneca analizza e delinea filosoficamente la presenza di due repubbliche: la grande in cui risiedono uomini e dèi e la piccola, che è quella in cui svolgiamo le nostre attività quotidiane. La prima ci predispone all’otium: “(…) questa repubblica grande noi possiamo servirla sino in fondo anche nel ritiro, anzi non so se meglio nel ritiro, indagando che cos’è la virtù, se è una o molteplice, se la natura o l’educazione rende buoni gli uomini (…) di quale natura è dio, se contempla inoperoso la sua opera o vi mette mano, se l’avvolge all’esterno o è immanente al tutto; se l’universo è immortale o è da annoverare tra le realtà caduche ed effimere (…)”.

Oggi primo di settembre, dopo un agosto politicamente convulso, mi chiedo se rientrare domani nel negotium, ciò i Romani ritenevano l’attività, il contrario dell’ozio (“nec-otium”), ma nel senso di normali occupazioni della giornata che distoglievano dai propri studi.

In un articolo di gennaio del nostro giornale dichiaravo, infatti, di non voler morire né democristiano né confederale e, quindi, meglio fare oggi qualche piccola elucubrazione prima di riprendere lo stress della vita quotidiana durante questa fase politica in cui ci sono molte preoccupazioni per l’incarico al Prof. Giuseppe Conte per la formazione di un governo giallo-rosso che, per un filo-laziale come me, non significa il massimo della libidine.

Inizio perciò ad interrogarmi sul termine “αὐτονομία”, cioè quella capacità e facoltà di governarsi e reggersi da sé, con leggi proprie; quel diritto, con riferimento a enti e organi dotati d’indipendenza, di autodeterminarsi e amministrarsi liberamente nel quadro di un organismo più vasto, senza ingerenze altrui nella sfera di attività loro propria, sia pure sotto il controllo di organi che debbono garantire la legittimità dei loro atti. Ed allora il pensiero si sofferma soprattutto sulla c.d. “autonomia sindacale”, cioè sulla libertà rivendicata dai sindacati di svolgere la propria attività senza subordinazione a forze politiche e/o governo, e su quella “collettiva” nel diritto del lavoro.

Qualcuno allora mi spieghi perché qualche ora fa, alla Festa dell’Unità di Ravenna, il Segretario generale della CGIL ha ribadito più volte la necessità di un cambiamento delle politiche economiche del governo giallo-verde, comunicando che il sindacato non ha governi amici o nemici e che le uniche due discriminanti chieste al costituendo governo della Repubblica sono di essere antifascista e antirazzista, affermazione questa che mi lascia un po’ perplesso per quanto sia nota la mia forte allergia per le posizioni leghiste.

Non ho mai temuto, infatti, marce su Roma da parte del “compagno padano” in quanto ritengo che, per quanto l’elettorato italico sia a maggioranza destrorsa – e ciò da sempre se si eccettuano le elezioni del 1919-, le nostre istituzioni sono forti, ben salde e non temono rigurgiti. Landini forse dovrebbe chiedersi come, se si eccettuano Spagna e Portogallo, i governi dei più importanti paesi europei non votino a sinistra.

Di marce ne ho vista, invece, una importante nel 2002: quella contro la modifica dell’art.18 dello Statuto e fu il suo predecessore Cofferati a farla, ma nessuno ebbe il coraggio di ripeterla sia 2012sia nel 2015, quando lo stesso atto legislativo fu riscritto in pejus da noti giuristi di sinistra. Non è che l’elaborazione di Biagi del decennio precedente non era poi così sbagliata?

Un po’ contradditoria mi appare la posizione del leader CGIL, come d’altronde quella del suo parigrado PD, quando giudica positivamente la convocazione di Conte al Quirinale, ma chiede un governo con forte discontinuità: quasi che al grillino devoto di San Pio debba chiedersi una buona dose di scissione bipolare.

Dopo le solite menate sugli investimenti e l’evasione fiscale,Landini ha chiesto nuove politiche del lavoro e cambiamenti sul Jobs Act: un attacco concentrico a Renzi e Di Maio insomma, quasi che i neo La pira e De Gasperi siano il bersaglio del neo Berlinguer di Corso Italia.

La verità, secondo me, è altra!

Al di là del fallito tentativo di spallata filo-sondaggista del segretario leghista, del timore di sparizione dei grillini e delle minacce di scissioni renziane, la ricerca del “nuovo centro” DC mi sembra una folle corsa verso i posti migliori allo Yankee Stadium per il mitico concerto dei “4 scarafaggi” di Liverpool, ivi compresa la coerente -secondo il nostro Segretario generale- scelta dell’ex ministro confindustriale Calenda. In mezzo a tutte queste forze “balena bianca” di governo, ci deve pur essere una forza di opposizione, altrimenti la piazza sarà proprietà di Salvini.

La cosa che, personalmente, come FAST  e come CONFSAL, più mi preoccupa sono stati i passaggi di Landini sulla questione del confronto fra le parti sociali (lui però si era presentato dall’ex ministro degli interni) e sulla rappresentanza sindacale, chiedendo rispetto da parte della politica per i 12 milioni di iscritti ai sindacati confederali “(…) che rappresentano qualcosa (…)” e con cui la politica medesima deve discutere “(…) perché quando si prendono certe misure bisogna sempre ascoltare gli interessati e mettersi nei panni di chi quelle misure riguardano (…)”.

Ricordo che questi sono temi questi molto cari al buon Bersani, l’uomo cui Grillo e Bibitaro fecero il “gran rifiuto”, che, memore di un articolo su “la Repubblica” del 27/3/2000, in cui voleva sminuzzare i c.d. sindacati minori conteggiando anche la parte datoriale, oggi gironzola in TV richiamando questa convulsa idea di una legge sulla rappresentanza sindacale che stranamente somiglia alla proposta di legge n. 788/2018 delle Onorevoli Gribaudo e Cantone (ex segretaria SPI-CGIL), ben analizzata in commissione dal Prof. Santoro-Passerelli, presidente dell’Autorità di garanzia sullo sciopero e noto sostenitore dei tagli alle piccole sigle sindacali.

Io che, ribadisco, sono un noto mangiapreti e senza Dio, al netto della questione UGL-Lega ora che il “capitano” dovrebbe restare, non si sa per quanto all’opposizione, oggi mi pongo il quesito se non sia meglio rivolgersi, più che all’otium di Seneca, all’atarassia epicurea.

Preferisco, a questo punto, l’ἀναρχία, cioè quella mancanza di governo a causa della cui confusione ciascuno agisce a suo arbitrio e senza ordine o regola. La preferisco, inoltre, anche in senso storico-politico come dottrina di Bakunin che propugnava l’abolizione di ogni governo sull’individuo e, soprattutto, l’abolizione dello stato, da attuare eliminando o riducendo al minimo il potere centrale dell’autorità, grazie ad un estremo decentramento dei poteri amministrativi della società, affinché i lavoratori possano organizzare da sé la proprietà e l’amministrazione dei mezzi di produzione.

La preferisco, comunque, nel senso che Erodoto e Platone attribuiscono ad essa nell’alternanza delle forme di governo delΛογός τριπολιτικός in quanto ad una subdola cripto-dittatura oligarco-catto-comunista, di natura politico-sindacale, che si riunisce in nome di un antifascismo militante secondo me totalmente strumentale, essa anarchia permette ad ognuno di avere un po’ di libertà. Ma la preferisco, caro Segretario generale, soprattutto perché “(…) se a me, socialista da sempre, offrissero la più radicale delle riforme sociali a prezzo della libertà, io la rifiuterei, perché la libertà non può mai essere barattata (…)”, e perché, come già detto, non voglio essere costretto a cadere in un esercito post democristiano tradito da fucili confederali grillo-comunisti, alla stregua di David Crockett a Fort Alamo.

Ed infine perché, al netto “della coerente” posizione di Calenda, la proposta 788/2018 lascia l’art. 39 della Costituzione inattuabile ad libitum!

Categoria: Interventi

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