LA BUFALA DELL’OCCUPAZIONE RECORD: I LAVORATORI AUMENTANO, IL LAVORO DIMINUISCE

La superficie dei dati diffusi dall’Istat nel consueto rapporto trimestrale sull’occupazione è scintillante. Nel periodo aprile-giugno 2019 il tasso dei senza lavoro si attesta al 9,9%, in calo di 0,4 punti percentuali rispetto ai primi tre mesi dell’anno, il livello più basso dopo il quarto trimestre del 2011 (9,2%). La doppia cifra a livello mensile si è persa a maggio per la prima volta dopo oltre sette anni. Spinti dall’aumento dei dipendenti a tempo indeterminato, gli occupati crescono di 130mila unità (+0,6%) rispetto al trimestre precedente e “a ritmi meno sostenuti” nel confronto annuo, con un incremento di 78mila unità (+0,3%). Tendenze che consentono al tasso di occupazione, sempre nel secondo trimestre, di salire al 59,1% (+0,3 punti), mentre il tasso di inattività (di coloro che non hanno un’occupazione né la cercano) rimane stabile al 34,3%. I numeri assoluti dicono che gli occupati stimati sono 23 milioni e 390mila, mentre i disoccupati ammontano a 2 milioni e 545mila persone.

Lo scenario è quasi da incorniciare. Dando un’occhiata sotto i numeri principali, però, emerge un quadro assai meno dorato. I lavoratori che sono riusciti a trovare un impiego aumentano. E questo non si discute. Ma l’occupazione è saltuaria, di scarsa qualità e mal pagata. Il dato più impressionante che balza agli occhi è quello del part time.  Nel secondo trimestre 2019, scrive l’Istat, i lavoratori a orario ridotto sono 4 milioni 483 mila e costituiscono il 19% del totale degli occupati. E proprio a questo esercito di dipendenti a mezzo servizio che si devono le percentuali in crescita. L’aumento tendenziale dell’occupazione nell’ultimo trimestre, spiegano gli esperti dell’istituto di statistica, “è stato sostenuto interamente dal part time, cresciuto in un anno di 83mila unità (+1,9%) a fronte della stabilità del tempo pieno”. Il fenomeno non è nuovo. La crescita dell’orario ridotto parte negli anni ’90 quando, a seguito della crisi che aveva caratterizzato l’inizio del decennio, è stata la prima forma di lavoro ad aumentare. La musica non è cambiata negli anni successivi.  Dopo una lieve diminuzione nel 2009, il lavoro a tempo parziale è cresciuto senza soluzione di continuità fino al terzo trimestre 2017, contenendo il calo dell’occupazione durante la crisi e trainando la crescita del 2014, quando il tempo pieno era ancora in diminuzione. Successivamente, però, la tendenza si è invertita. Tra la fine del 2017 e il 2018 il contributo del part time all’aumento dell’occupazione si è praticamente azzerato e la crescita è stata trainata dal tempo pieno. Difficile dire se il decreto dignità ci abbia messo lo zampino. Sta di fatto che negli ultimi tre trimestri il lavoro a tempo parziale ha ripreso forza. E non si tratta, si badi bene, di una trasformazione del mondo del lavoro dettata dal desiderio degli italiani di avere più tempo a disposizione. L’esplosione del part time è il frutto, purtroppo, di scelte obbligate. La crescita di oltre 1 milione di occupati part time dal periodo pre-crisi (+31,2% tra il secondo trimestre 2008 e il secondo 2019), scrive l’Istat, è “dovuta soltanto al part time di tipo involontario, svolto in mancanza di occasioni di lavoro a tempo pieno”.
Il dato si riflette, inevitabilmente, sulle ore lavorate. Nelle imprese con almeno 10 dipendenti, il monte ore lavorate nel secondo trimestre del 2019 è diminuito su base congiunturale dell’1,1% nell’industria e aumentato dello 0,3% nei servizi (dati destagionalizzati). Ma in termini tendenziali, al netto degli effetti di calendario, è cresciuto dell’1,2% nell’industria e dell’ 1,8% nei servizi. La situazione si ribalta, però, se si guardano le ore lavorate per dipendente. In questo caso l’Istat ha registrato una diminuzione dell’1,3% nell’industria e dello 0,8% nei servizi rispetto al trimestre precedente (dati destagionalizzati), mentre se confrontate con il secondo trimestre 2018 (al netto degli effetti di calendario) la diminuzione nell’industria e nei servizi è rispettivamente dell’1,0% e dello 0,7%. Insomma in Italia ci sono più lavoratori, ma meno lavoro. Quanto alle retribuzioni, anche senza considerare il taglio implicito dovuto alla riduzione dell’orario, c’è poco da stare allegri. Gli importi sono cresciuti in media dell’1,6% nell’industria e dell’1,5% nei servizi. Ma ancor di più sono cresciuti gli oneri fiscali e contributivi, balzati del 4,4% nell’industria e del 4,6% nei servizi. Il risultato è che nel complesso dell’economia le buste paga si sono ridotte su base annua dell’1,1%. A chiudere il quadretto ben poco idilliaco ci sono le ore di cassa integrazione. Nel secondo trimestre 2019 le imprese industriali e dei servizi privati con almeno 10 dipendenti hanno utilizzato 9,3 ore di Cig ogni mille ore lavorate, con un aumento di 3 ore ogni mille rispetto allo stesso trimestre del 2018.

Categoria: Attualità

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