RAPPRESENTANZA: CHI LA GOVERNA E CHI LA SUBISCE!

La nuova convenzione stipulata dall’Inps con le confederazioni CGIL, CISL, UIL e Confindustria, almeno per i sottoscrittori, è un passo avanti…

Roma, 1 Ottobre 2019

La nuova convenzione stipulata dall’Inps con le confederazioni CGIL, CISL, UIL e Confindustria, almeno per i sottoscrittori, è un passo avanti nella costruzione di un sistema di misurazione della rappresentatività dei sindacati. Personalmente ritengo che non risolva tutti i problemi in tema di applicazione erga omnes dei contratti di lavoro, così come richiede la carta costituzionale nell’articolo 39. La convenzione vuole essere il perfezionamento di un percorso che soddisfa le richieste di coloro i quali, da sempre, si battono contro il fenomeno dei cosiddetti “contratti Pirata”.

Di fatto questa è una definizione che troppo spesso, a torto, viene utilizzata per i contratti non firmati dalle Confederazioni CGIL CISL e UIL. In realtà esistono sentenze come quella di Torino n°1128/2019 del 09/08/2019 che certificano l’azione di dumping fatta da contratti firmati dalle stesse confederazioni o alcune di esse. Oltre alla necessità di certificare i livelli di rappresentanza dei sindacati per la stipula dei contratti collettivi di lavoro, questa necessità c’è anche per le dichiarazioni di sciopero. Quindi il tema che viene posto è quello dell’eccessiva frantumazione della contrattualistica che porta ad un conseguenziale sviluppo di situazioni di dumping sociale. Noi invece avvertiamo la mancanza di un moderno sistema di misurazione della rappresentatività effettiva delle organizzazioni sindacali e di quelle imprenditoriali che non dipenda dall’autocertificazione o passi attraverso un incarico di fatto assegnato a Confindustria, CGIL, CISL e UIL di certificare gli altri sindacati e le altre associazioni datoriali.

L’accordo è, a mio personale avviso, un passo avanti verso la certificazione proprio di quest’ultimo modello.

Le preoccupazioni nascono dal fatto che il meccanismo delineato dal Testo unico sulla rappresentanza sindacale firmato dalle confederazioni maggiori nel gennaio 2014 questa volta può mettersi in moto davvero: la nuova convenzione sottoscritta la settimana scorsa da Cgil, Cisl, Uil, Confindustria, Inps e Ispettorato nazionale del lavoro tenta di completare la strumentazione necessaria per tentare di imporre l’erga omnes con un successivo passaggio legislativo. L’analoga convenzione stipulata nel 2015 affidava all’Inps soltanto la raccolta del dato “associativo”, cioè il numero delle iscrizioni a ciascun sindacato azienda per azienda, mentre ora gli si affida anche la raccolta del dato “elettorale”, cioè i voti conseguiti da ciascun sindacato nelle elezioni per le rappresentanze sindacali unitarie.

Certamente in questa nuova convenzione vengono perfezionati i passaggi di contabilizzazione degli iscritti tramite gli uniemens, ma lascia perplessi il fatto che il dato elettorale, non disciplinato da una legge e garantito da un soggetto terzo, diventi elemento cogente per l’Inps nel momento della contabilizzazione.

Un vecchio adagio che viene spesso attribuito a Giulio Andreotti, dice che pensar male è peccato, ma molto spesso ci si indovina.

Secondo me, se i dati che nascono dalle elezioni delle RSU dovessero entrare nel conteggio  della rappresentanza hanno innanzitutto bisogno di una legge che disciplini le votazioni e, specularmente alle elezioni politiche, serve un soggetto terzo che ne certifichi il funzionamento, la trasparenza e la possibilità a tutti i sindacati di potervi partecipare se raggiungono determinati requisiti.

Proprio su questo argomento diventa imprescindibile che la delega associativa non possa essere gestita dalle imprese, ma da un soggetto terzo che potrebbe essere il CNEL, in modo che possa essere garantita al lavoratore la privacy rispetto alla società in cui opera la quale saprà che è iscritto ad un sindacato ma non a quale.

Certamente la costruzione di un sistema di relazioni sindacali ben regolato passa attraverso i contenuti dell’art 5 della convenzione, che prevede la pubblicazione di tutti i dati aggregati  raccolti e elaborati, settore per settore, entro il 31 luglio di ciascun anno. Procedura che nella valenza della scorsa convenzione non si è riusciti a fare.

Se si riesce a raggiungere tale obiettivo, per chiunque sarà possibile fare riferimento a quei dati ai fini dell’accertamento del livello di rappresentatività ottenuto da ogni sindacato anche per la proclamazione degli scioperi. A quel punto sarà necessario rivedere l’attuale legge, che limita eccessivamente il diritto costituzionale dello sciopero, e garantire il diritto di tribuna nella contrattazione, con tutte le conseguenze che ne derivano sul piano dell’efficacia dei contratti stessi.

La nuova convenzione ha degli obiettivi importanti e sicuramente segnerà il passo nel percorso della certificazione della rappresentanza sindacale, però diversi problemi restano aperti e non sembrano di facile risoluzione.

Il problema da cui partire, a mio avviso è che il sistema di relazioni industriali fondato sul Tu del 2014 copre per ora soltanto 22.400 imprese, per un totale di 2,4 milioni di lavoratori da esse dipendenti; e i contratti collettivi nazionali che si collocano nel suo alveo sono solo 68, rispetto ai quasi 900 censiti dal Cnel.

Ammesso che il sistema previsto nella nuova convenzione di rilevazione ed elaborazione dei dati funzionerà a dovere, potrà certamente rafforzare quei numeri di riferimento, ma non penso di dire castronerie se dubito che la copertura potrà mai essere totale.

È vero che qualcuno si è spinto nel vedere in questa convenzione l’attuazione dell’erga omnes, però ritengo non abbia fatto i conti con un problema straordinariamente complesso, che nasce proprio dallo stesso articolo 39 della Costituzione. Intanto perché esso prevede una misurazione della rappresentatività dei sindacati sulla base del solo dato associativo e non di quello elettorale e stabilisce il principio di libertà sindacale, che esclude la possibilità di precostituire le “categorie” nel cui ambito la rappresentatività dei sindacati debba essere misurata e in quale ambito la contrattazione collettiva debba obbligatoriamente incanalarsi. In base a questo principio, la categoria non esiste in base al contratto collettivo, ma al contrario è il contratto collettivo stesso che viene definito in base alla categoria.

Il sistema delineato nell’accordo interconfederale del 2014, impropriamente definito Testo Unico, si fonda sul presupposto che le categorie in base alla quali la rappresentatività va misurata siano quelle definite dai CCNL stipulati da CGIL CISL e UIL. Sotto l’aspetto negoziale la posizione è comprensibile, ma ritengo molto complicato che una legge possa recepire tale principio, perché è indubbio che la libertà sindacale impone di ammettere che altri sindacati possano stipulare contratti diversi, riferiti alle stesse categorie ma riferiti a diversi perimetri produttivi.

Senza la pretesa di spiegare la Costituzione di cui non ho né il titolo né, tanto meno, la capacità, appare chiaro che l’art. 39 della costituzione esordisce stabilendo il principio di libertà sindacale ed esclude la possibilità di predeterminare le categorie entro le quali i sindacati possono essere misurati e possono contrattare e dichiarare sciopero. Poi è vero che nel quarto comma prevede il concetto dell’erga omnes dei contratti collettivi i quali presuppongono la predeterminazione delle categorie stesse.

Quindi: se sindacati diversi possono stipulare contratti collettivi che disegnano categorie con perimetri diversi rispetto ai sindacati confederali, come si individua la categoria a cui si deve fare riferimento per misurare la maggiore rappresentatività delle associazioni stipulanti? Sembra chiaro che la scelta in proposito non può evidentemente essere affidata a una delle parti interessate.

Per quanto riguarda le due proposte di legge depositate in Parlamento è bene fare una premessa: o i sindacati ricadono tutti sotto il primo comma dell’art. 39 della Costituzione e quindi sono pienamente legittimati alla stipula o sono tutti pirati. Non esiste, infatti, una norma che affermi o possa affermare che tu sei pirata e io no. Se questo concetto è passato è solo perché il sistema comunicativo messo in piedi in questi anni può essere eufemisticamente definito “maleducato”. Nel senso letterale del termine.

E’ bene ricordare, anche a noi stessi, che i pirati più famosi devono la loro fama alla Regina Elisabetta I che utilizzò l’organizzazione al comando di Sir Francis Drake  affinché l’impero spagnolo perdesse i propri territori e le proprie prerogative. Col trattato di Tordesillas del 1494, infatti, Spagna e Portogallo si erano spartiti le terre scoperte da Colombo con la mediazione del Papa Alessandro VI.

Oggi sembra accadere la stessa cosa col patto dell’EUR (testo unico e convenzione), dove assistiamo alla mediazione (silenzio) di uno Stato che invece dovrebbe essere arbitro. Di fatto si cerca di prendere una norma pattizia e renderla amministrativamente gestibile senza che una legge gli dia cogenza.

La prima cosa da capire, dunque, è: l’attuale Governo vuole lavorare in Parlamento o con atti amministrativi, cioè procede con l’applicazione dell’art. 39 in toto come dichiarato da premier Conte o in altro modo? Ora ci sono due progetti di legge sul tavolo, il governo li fa suoi o no?

Detto questo, il primo punto da mettere in evidenza è che la problematica affrontata dai due disegni di legge sulla rappresentatività sindacale e sulla titolarità ed efficacia della contrattazione torna in auge dopo diversi anni di silenzio. L’unica proposta di legge che si può ricordare in merito all’attuazione dell’art. 39 della costituzione risale al 1960 grazie al CNEL, al netto della breve esperienza della cosiddetta legge Vigorelli n° 741 del 1959. La grande rappresentanza del sindacalismo confederale ha fatto si che negli anni l’attività sindacale, come la contrattazione collettiva, trovasse fondamento unicamente sul primo comma dell’art 39. Lasciando a poche ed isolate voci la richiesta di dare attuazione all’intero articolo costituzionale.

Ora, però, i due disegni di legge devono fare i conti con l’intero testo dell’art. 39 della Costituzione, che incombe come un macigno e spinge per la formulazione di una legge articolata e completa che possa cogliere appieno gli obiettivi fissati dall’accordo interconfederale del 2014.

Nel merito, i due disegni di legge colgono aspetti importanti che meritano attenzione. I tentativi di far rientrare nella legge, come soft law, come norme pattizie, gli accordi interconfederali, sono però evidenti.

Il DDL Polverini coglie la necessità di registrare la rappresentatività attraverso i risultati delle RSU indette periodicamente in una volta su tutto il territorio  nazionale contemporaneamente e non per azienda, al fine di favorire la raccolta dei dati come chiede il TU. È evidente che necessita una starting line che permetta a tutti di partecipare, ripercorrendo quanto accaduto nel pubblico impiego quando si è applicato il dlgs 165/2001.

Per evitare discriminazione e interpretazione contrarie allo spirito costituzionale, come Confsal chiediamo che le regole minime per partecipare alla elezioni delle RSU e il metodo vincolante dell’iscrizione sindacale, vengano dettate per legge dopo una attenta riflessione sulla materia ed evitando meri allineamenti agli accordi pattizi.

A differenza del DDL Polverini, nel DDL Gribaudo si vuol introdurre per le RSU il livello regionale e territoriale, andando sia contro il sistema attuale storicamente consolidato sia contro il TU che prevede un livello nazionale e aziendale. Sicuramente ci appare evidente sia più attuale il DDL Polverini, soprattutto in considerazione dell’articolo 51 del jobs act che dà rilevanza al contratto aziendale. Meglio prediligere i due livelli negoziali al netto di eventuali scelte per questioni occupazionali o politiche del territorio.

La rilevazione della rappresentatività, se fatta dall’inps e certificata dal CNEL, dovrebbe essere triennale. Per cui raggiunta la soglia del 5% si ha il diritto per tutta la tornata di validità del contratto collettivo sia a stare al tavolo sia alle prerogative sindacali.

Il dato elettorale deve vedere il Cnel quale attore principale e la legge deve essere esplicita nell’assegnare tale ruolo, con commissioni nominate da tutti gli attori in maniera paritaria, Nel DDL Gribaudo, invece, il Cnel rimane in secondo piano.

Esiste l’urgenza di proporre un avviso comune per una starting line. Inoltre, la legge dovrà essere chiara e stabilire una volta per tutte se definire come perimetro la categoria oppure l’area contrattuale, altrimenti è necessario rivedere l’art. 2070 c.c. in forma non contraria alla norma costituzionale.

Riassumendo: il DDL Polverini coglie meglio l’esigenza dei tempi ma dovrebbe prevedere la conta dei datori di lavoro. Tutti gli attori hanno condiviso il TU prediligendo le RSU alle RSA, quindi se il TU e la contrattazione devono essere inseriti in una legge allora il protocollo Inps vale per tutti o per nessuno. L’Inps deve essere il titolare della elaborazione dei dati quale arbitro imparziale, mentre il CNEL sarebbe il certificatore che provvede alla registrazione e a dirimere il contezioso in sostituzione delle inutili commissioni nelle ITL che non funzionano. Alla stessa stregua va prevista una norma chiara che attribuisca la competenza al giudice del lavoro su ogni controversia di merito in seno alla rappresentanza e alle elezioni delle RSU.

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Categoria: L'Editoriale

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