NIENTE POLEMICHE CON L’EMERGENZA, MA I FURBI NON LA PASSERANNO LISCIA

Anno bisesto, anno funesto” dice la saggezza popolare, per ricordare che il febbraio con 29 giorni è foriero di sventure. Beh, per quanto riguarda il 2020 possiamo affermare che il proverbio calza perfettamente. L’Italia, in queste ore, è chiamata ad una prova terrificante. Il contagio si allarga, le vittime crescono. E assistiamo quasi quotidianamente agli interventi e ai provvedimenti che si rincorrono nel tentativo di tamponare e trovare la giusta strada per far fronte ad una infezione che sembra non avere precedenti nella storia dell’umanità per la sua aggressività e la sua capacità di diffusione.

In molti ripetono come un mantra che non è il tempo delle polemiche, che bisogna fare squadra. Ed è vero, solo così possiamo concentrarci sulla priorità: arrestare la propagazione dell’infezione. Quindi, tutti chiusi a casa! Almeno chi può. Già, perché oltre agli operatori della sanità e della sicurezza, che in queste settimane stanno prestando la propria opera con straordinaria dedizione ed encomiabile spirito di sacrificio, continuano a compiere il proprio dovere anche tutti gli operatori dei servizi essenziali, a partire dal settore dei trasporti fino alla filiera dell’agroalimentare. A tutti coloro che, in questi momenti difficili, malgrado la paura e la minaccia reale, continuano a svolgere regolarmente la propria attività, consentendo che l’Italia non si fermi, va ovviamente il nostro primo pensiero e la nostra profonda gratitudine.

Chi ne ha la possibilità, invece, continua a lavorare da casa. Chi parla bene lo chiama “smart-working”. Pur riconoscendo che le forme di tele-lavoro possano risultare preziose in situazioni come quella che stiamo vivendo e rappresentino una grande opportunità, in tempi non emergenziali, per consentire un maggiore equilibrio tra vita professionale e vita privata, temo che il massiccio e non regolamentato ricorso a queste formule avvenuto nelle scorse settimane possa rappresentare una prova generale di un rischioso cambio di prospettiva: calcolare la quantità e il valore del lavoro solo in base alla produttività, senza più tenere conto delle ore necessarie ad ottenerla. Spero di sbagliare, ma già da tempo in diversi settori c’era chi, timidamente, sosteneva che “il lavoro del terzo millennio non può più essere misurato con le ore lavorate”. E non vorrei che, approfittando della disgrazia in atto, qualcuno pensi di gettare le basi di una nuova società senza dover superare gli ostacoli o il forte contrasto sociale che tale trasformazione in tempi normali implicherebbe.

Da anni come sindacato contestiamo l’idea di poter valutare l’occupazione in Italia solo in base alle persone impegnate, senza tener conto delle ore lavorate, purtroppo drasticamente diminuite nell’ultimo decennio. Pur senza voler vestire i panni della Cassandra, riteniamo sia nostro compito tenere alta la guardia su questi temi, anche a costo di essere accusati di scarsa lungimiranza. Del resto, chi ci conosce sa che siamo sempre stati disposti al confronto e mai abbiamo avuto atteggiamenti di chiusura, anche rispetto a novità non facilmente digeribili dal sindacato tradizionale. Quando il confronto e il dialogo sono chiari e leali, a nostro avviso i vincoli pregiudiziali non devono e non possono far parte di un negoziato.

Restiamo dunque ben attenti a quello che accade, ma allo stesso tempo, convinti che non sia il tempo delle contrapposizioni, riteniamo per ora opportuno fare un passo di lato e lasciare a chi ha l’onere e l’onore di governare la tranquillità che in momenti come questi serve per poter prendere decisioni anche forti.

Questo ovviamente non significa che intendiamo venir meno al nostro compito e ai nostri doveri: nei modi e nei tempi che ci vengono consentiti continueremo ad onorare la fiducia che i lavoratori hanno riposto in noi e nella nostra organizzazione. E quando tutto finirà, perché tutto questo finirà, e potremo riappropriarci pienamente del nostro ruolo, troveremo il modo di denunciare e contestare adeguatamente chi oggi ha scelto di dialogare solo con alcune parti sociali, costringendo il nostro sindacato a trasformarsi in un “letterificio” per consentire alle nostre idee e proposte di essere ascoltate. Ci ricorderemo di chi, con la scusa dell’urgenza, ha tentato di scavalcare il confronto sociale sul delicato tema della concessione di diverse forme di ammortizzatori sociali. Ci ricorderemo di coloro i quali nelle aziende, sottovalutando la drammaticità del momento, hanno rallentato le operazioni di sanificazione, sanitizzazione e bonifica degli ambienti, magari sperando che passasse la nottata. Purtroppo, la nottata si è palesata lunga e turbolenta e tutti ora hanno dovuto prenderne atto. Ci ricorderemo, infine, di quelle aziende che stanno cercando di scaricare i costi della pandemia sui lavoratori, imponendo ferie forzate o assenze non retribuite, come se non ci fosse un domani da gestire Salvo poi presentarsi con il cappello in mano davanti al governo per chiedere compensazione dei mancati guadagni nelle pieghe dei vari provvedimenti emanati in questi giorni.

Nel frattempo, come FAST-Confsal abbiamo sensibilizzato la nostra confederazione Confsal a richiedere all’esecutivo una tutela reale e concreta per chi è costretto a lavorare e rischia l’infezione da COVID-19, allargando la fattispecie dell’infortunio sul lavoro e dell’eventuale conseguente malattia professionale. Dal canto suo, la Confsal, con le associazioni datoriali con le quali tiene normali relazioni industriali come Conflavoro, Sistema Impresa ed altre, sta lavorando ad un accordo interconfederale e ad un “protocollo per la sicurezza anti-contagio” che sarà inviato a tutte le autorità competenti, a partire dal governo. I documenti che saranno prodotti rappresentano posizioni, timori e proposte dei lavoratori che non si riconoscono nelle parti sociali con le quali oggi l’esecutivo si interfaccia più volentieri. Non pretendiamo, ovviamente, che essi vengano interamente recepiti o presi a riferimento per i prossimi atti normativi, ma siamo convinti che possano offrire un contributo concreto alla definizione delle contromisure allo studio.

Nonostante le difficoltà che la situazione e le nuove regole ci impongono, con videoconferenze e comunicazioni telematiche, per noi che siamo nati in un altro millennio, in questo periodo continuiamo senza sosta ad appoggiare chi lavora, cercando di dare risposte e assistenza a chi ne ha bisogno.

In questo difficile frangente esiste comunque un’opportunità, come sempre accade nelle grandi crisi. Tutti hanno compreso l’importanza di servizi essenziali come la sanità, la tutela dell’ordine pubblico, i trasporti e la logistica, che sono funzioni fondamentali per i cittadini. Deve però essere chiaro che questa opportunità si può cogliere solo se chi lavora viene dotato degli strumenti idonei, perché senza un’adeguata protezione non può esistere alcun servizio! Non accettiamo e non vogliamo che si parli di eroi, perché gli eroi muoiono giovani, mentre chi svolge questi lavori ha il diritto di tornare a casa, vivere con le proprie famiglie e veder crescere i propri figli e nipoti.

Le varie parole di conforto e incoraggiamento elargite in questi giorni da molti top manager, tra cui l’ad del Gruppo FSI, Gianfranco Battisti, sono certamente apprezzabili, ma resteranno vuote se a queste non seguiranno i fatti. Oggi applaudiamo. Domani valuteremo i comportamenti concreti. Ci ricorderemo… 

Categoria: L'Editoriale