PIEMONTE: IN CAMPO LA TASK FORCE PER GESTIRE LA CRISI

Nome in codice: COVID-19: 50418 positivi, 6077 decessi, 7432 guariti. Sembra un bollettino di guerra ma non lo è: sono i dati aggiornati al 23 marzo 2020 ore 18.00 della situazione in Italia causa emergenza epidemiologica.

Ormai è emergenza nazionale e per indebolire l’agente virale in modo da ridurre il rischio contagio sono state adottate diverse misure dettate dai vari DPCM: chiusura attività produttive non essenziali o strategiche, riduzione dell’offerta commerciale da parte delle ferrovie, del traporto pubblico locale, degli aerei, delle navi, chiusura dei bar e ristoranti.

Tutto ciò delinea uno scenario apocalittico: una Italia in ginocchio pronta a combattere ma indebolita da un virus che non perdona, una Italia costretta a vedere i lavoratori lasciati a casa causa contrazione della produzione, una Italia che nonostante i colpi inferti dal “nemico” è pronta ad aiutare e tutelare i suoi figli.

Molte sono le manovre messe in campo per i lavoratori che sono stati colpiti dalla “crisi”, molti sono stati i tavoli attraverso i quali aziende e sindacati si sono confrontanti, molte sono ancora le incognite ma la parola d’ordine è solo una: andare avanti.

Considerando che le problematiche a sfondo nazionale sono di diversa natura e molte delle quali assumono carattere di specificità regionale, con il presente articolo restringo il campo d’azione sul Piemonte e sulle relative dinamiche che lo hanno coinvolto a seguito del Covid-19.

A seguito della emergenza epidemiologia in data 17 marzo il presidente della Regione Piemonte, Alberto Cirio, il vicepresidente Fabio Carosso e gli assessori alla Sanità, Luigi Icardi, e alla Protezione civile, Marco Gabusi, hanno presentato il nuovo commissario straordinario per l’emergenza Covid-19, Vincenzo Coccolo, già consulente del governo per molte altre emergenze nazionali quali l’emergenza rifiuti in Campania e il terremoto di Mirandola, è stato inoltre direttore della Protezione Civile del Piemonte e dell’Arpa.

Il Decreto legge 17 marzo 2020 n.18, “Cura Italia”, riattiva la cassa integrazione in deroga a gestione regionale, stanziando circa 3,3 miliardi di euro, da ripartire tra le Regioni. Il Decreto estende a tutti i datori di lavoro, a eccezione di quelli domestici, la copertura assicurata dagli ammortizzatori in costanza di rapporto di lavoro per evitare un’ondata di licenziamenti, in seguito alla chiusura di numerose imprese. Dalla data del 17 marzo 2020 e per 60 giorni, i datori di lavoro non possono licenziare per giustificato motivo oggettivo (legato cioè a situazioni di crisi aziendale) e nemmeno avviare procedure di licenziamento collettivo. Queste ultime sono sospese se avviate dopo il 23 febbraio.

In linea generale la CIGD copre circa l’80% dello stipendio (gli importi sono soggetti a massimali, aggiornati annualmente dall’Inps). All’integrazione salariale è associata la copertura della contribuzione figurativa, valida a fini pensionistici e l’accordo sindacale, previsto dalla normativa, non è richiesto alle aziende fino a 5 dipendenti, che dovranno al più allegare una dichiarazione che giustifichi il ricorso alla CIGD; è invece previsto per i datori di lavoro al di sopra di tale soglia occupazionale, e può essere concluso anche in via telematica

Gli assessori regionali alle Attività produttive, Andrea Tronzano, e al Commercio, Turismo e Cultura, Vittoria Poggio, hanno voluto evidenziare alcune mancanze del decreto Cura Italia, che non risulta completamente soddisfacente per la realtà economica piemontese.

Tronzano sostiene che “L’elemento più critico è l’assenza di contributi diretti, reali, immediati. I piccoli negozi, gli alberghi, le micro e piccole imprese hanno necessità senz’altro di cassa integrazione e garanzie, ma devono rimanere in piedi anche attraverso contributi a fondo perduto: solo così potremo farle ripartire. Nel testo non si parla dei liberi professionisti, e si agisce poco e in modo quasi offensivo sui lavoratori autonomi e sulle partite Iva e questo trovo che sia oggettivamente penalizzante: non sono lavoratori di serie B. Pertanto continua l’interlocuzione con l’Associazione bancaria italiana per capire che cosa sia più opportuno fare con il fondo di garanzia, viste le ingenti risorse inserite dal Governo; su questo tema un nodo critico presente nel decreto Cura Italia è rappresentato da una cifra troppo bassa di finanziamento massimo garantito dal fondo: 3.000 euro sono un importo irrisorio che deve essere portato almeno a 10/20.000. Lavoreremo quindi perchè il fondo sia inserito nella conversione dell’attuale decreto”.

L’assessore Vittoria Poggio chiede invece misure per la “quarantena del commercio” poiché il decreto  “ha dimenticato interi settori: penso a moda, gioielleria, fioristi, cartolibrerie, negozi di arredamento e tutto ciò che è incluso nella sospensione dell’attività ma escluso dalle misure di sostegno. Penso anche alle attività che possono stare aperte per rendere servizi di prima necessità, ma vedono drasticamente ridotti i loro fatturati e sono escluse da importanti misure. L’impatto sul turismo non ricade solo sulle attività turistico-ricettive, ma anche su distribuzione, commercio al dettaglio e mondo della cultura. Per i turisti internazionali lo shopping è la terza voce di spesa“.

Poggio sostiene anche che “non si capisce perché il decreto preveda in alcuni casi la sospensione dei versamenti da autoliquidazione per il solo periodo 8-31 marzo, mentre per i settori riconosciuti come più colpiti il periodo è esteso al 30 aprile 2020. Anche i settori che ho citato dovrebbero essere inseriti fra i maggiormente colpiti: meritano attenzione, sono un traino del made in Italy”.

Altre lamentele arrivano dai rappresentanti dell’Unione industriale e dell’Api i quali evidenziano che “fare degli elenchi rigidi per settore o per codice di attività, i cosiddetti codici Ateco, non ha senso”, nello specifico sottolinea Giuseppe Gherzi, direttore dell’Unione Industriale Torino, “Un’azienda metalmeccanica potrebbe produrre un componente fondamentale per il macchinario usato nella filiera del latte la vogliamo chiudere? E chi fa il tappo di plastica della confezione di latte? Non rientra nel codice Ateco, ma è fondamentale che quello specifico tipo di produzione rimanga attivo”.

Ben vista risulta invece l’iniziativa intrapresa dall’Assessorato all’Agricoltura in tandem con le rappresentanze agricole e agroindustriali, attraverso la quale si è avviata una collaborazione con Inalpi S.p.A.di Moretta (CN) che sta provvedendo al ritiro del latte non ritirato dalle aziende di trasformazione a causa dei cali delle vendite sul mercato interno ed estero, specie per il comparto dei prodotti lattiero-caseari freschi e freschissimi destinati al canale della ristorazione collettiva. Laddove lo stabilimento piemontese non riesca ad utilizzare tutto il latte ricevuto, le eccedenze saranno trasferite ad un importante azienda nazionale. Per tutto il latte conferito presso lo stabilimento di Moretta, Inalpi S.p.A, in ragione dell’emergenza in atto, applicherà delle condizioni allineate a quelle degli accordi di filiera.

E’ recente la notizia della creazione di una task force per il dopo crisi. L’assessore alle Attività produttive Andrea Tronzano ha dichiarato in Consiglio regionale che “stiamo iniziando a creare una task force per il dopo Coronavirus. Con noi, ne faranno parte le associazioni di categoria, i sindacati, gli enti locali e altri soggetti che hanno a cuore il Piemonte. L’organismo sarà aperto ai suggerimenti di tutti i consiglieri di maggioranza e opposizione”.

La nostra economia – ha aggiunto – deve sopravvivere. Dobbiamo mantenere in vita le nostre imprese, stiamo rivedendo il Piano di competitività alla luce dell’emergenza, e appena sarà pronto la Giunta lo metterà a disposizione del Consiglio regionale“.

 

Segretario Regionale Piemonte

SLM FAST-Confsal

Categoria: Interventi

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