IL TEMPO DELLE IDEOLOGIE E’ FINITO. PER ALITALIA E TIRRENIA ORA L’UNICA OPZIONE E’ LO STATO

Marzo 2020 è stato un mese incredibile, vissuto come fossimo in un film che certamente resterà a lungo scolpito nella memoria di ognuno di noi.

A causa del Coronavirus, ad oggi, contiamo più di tredicimila morti, soprattutto anziani. Una strage che ci provoca un dolore sempre crescente. Sinceramente, anche vedere i Sindaci celebrare un minuto di silenzio davanti ai municipi, accogliendo la proposta dell’amministrazione comunale di Bergamo, è stato particolarmente emozionante.

Ora, ovviamente, la priorità è contrastare la propagazione epidemica. Ma è bene anche cominciare a pensare a come gestire la ripresa, a come governare il domani. E questo richiede già da oggi un grande sforzo di programmazione, una “vision” della società che vogliamo e dobbiamo ridisegnare. In altre parole, è il momento di fare di necessità virtù. Ma solo riuscendo a capire dove si voglia andare sarà possibile cogliere delle opportunità anche da questi tragici momenti. Ci conforta in questa convinzione un celebre aforisma di Seneca: “Nessun vento è favorevole per il marinaio che non sa a quale porto vuole approdare.”

Il governo, trovandosi a fronteggiare una situazione del tutto nuova e senza precedenti, probabilmente ha avuto posizioni altalenanti, come chi lo ha criticato. Ma su alcune cose non ha avuto dubbi. Come, ad esempio, sulla nazionalizzazione di Alitalia. Nessuna valutazione è stata fatta in merito allo stato dell’arte del vettore e alle difficoltà che continuava a registrare prima che scoppiasse la pandemia, né sui rischi che tale operazione potrebbe comportare. Di fronte al blocco dei voli da parte delle principali società internazionali e all’isolamento dell’Italia, costretta a utilizzare anche aerei non di linea per recuperare i suoi concittadini sparsi per il mondo, il governo ha semplicemente scoperto che avere una compagnia di bandiera può essere utile e che i trasporti sono strategici per il Paese.

Decisione frettolosa e avventata? Difficile dirlo. Non siamo fan dello Stato imprenditore, né pensiamo che i privati non siano in grado di svolgere egregiamente un servizio pubblico. Anzi, negli ultimi settant’anni di storia nazionale abbiamo verificato più volte che le aziende pubbliche hanno pensato più a distribuire poltrone e prebende agli amici che profitti ai soci e servizi agli utenti. Non è un caso che dall’Iri a oggi lo Stato abbia progressivamente ceduto, interamente o parzialmente, gran parte delle sue partecipazioni. Detto questo, bisogna anche riconoscere che in alcuni settori il pubblico se la cava egregiamente. Pensiamo all’energia o alle Ferrovie, ad esempio, dove numerose aziende controllate del tutto o in parte da soggetti pubblici riescono a far bene sia sotto il profilo economico, sia sotto quello industriale.

Ora che l’emergenza scatenata dall’epidemia ha spazzato via in un colpo solo le pregiudiziali ideologiche e di principio che da anni dividono statalisti e liberisti, il dibattito sulla convivenza di pubblico e privato nelle democrazie occidentali si è riaperto. Nel momento in cui lo Stato è chiamato a sopportare il peso della violenta tempesta che si sta abbattendo sulle nostre economie, che mette a rischio la sopravvivenza delle imprese e del nostro tessuto produttivo, c’è chi sta rivalutando la necessità di una maggiore presenza delle istituzioni proprio a garanzia del corretto funzionamento del mercato.

Ci sarà tempo, finita la pandemia, per riflettere su nuovi equilibri e nuovi scenari. Ci sono questioni, però, che non possono aspettare. E se il tempo corre veloce per Alitalia, sembra che la corsa sia iniziata anche per Tirrenia – Cin, la compagnia da un paio di giorni paralizzata dal sequestro dei conti correnti disposto dall’amministrazione controllata della vecchia bad company Tirrenia.

La società, che fino a oggi ha garantito i collegamenti con le nostre isole e la continuità territoriale, non è più in condizione di effettuare un servizio che, oggi, dove gli approvvigionamenti di cibo e medicinali via mare sono essenziali, risulta determinante e ineliminabile. Il gruppo controllante ha garantito che si farà carico di ripristinare alcuni collegamenti con le isole attraverso la flotta di Moby. Ma per quanto? E cosa accadrà se i problemi finanziari del gruppo dovessero non risolversi? Che fine faranno la continuità territoriale e i lavoratori che oggi ne consentono il rispetto?

Come per l’Alitalia, parlare di pubblico per Tirrenia non è facile. Dal 2000 al 2007 la compagnia di navigazione, allora controllata dal Tesoro, ha bruciato risorse dei contribuenti per un miliardo e mezzo di euro, con perdite di circa 200 milioni l’anno. E la vendita nel 2012 al gruppo guidato da Vincenzo Onorato, pur con tutte le possibili obiezioni sul terreno delle regole antitrust, ha finora garantito la fine del salasso di risorse pubbliche e la sopravvivenza della società. Ma ora che le nubi si addensano di nuovo all’orizzonte, il governo dovrebbe forse essere capace di fare una scelta con la stessa rapidità con cui ha finalmente preso in mano la questione Alitalia. La rinazionalizzazione di Tirrenia può e deve essere un’opzione sul tavolo. L’emergenza può essere l’occasione per voltare pagina rispetto agli sprechi e alla malagestione del vecchio azionista pubblico, per ripartire e far ripartire i traghetti. Una recente decisione della Commissione Ue ha stabilito che i circa 127 milioni che ogni anno lo Stato versa a Tirrenia e Siremar per navigare tra le isole non sono aiuti di Stato, ma il corrispettivo per il servizio pubblico effettuato. Lo Stato è già in buona parte, quindi, il principale finanziatore della compagnia. Salvare la continuità territoriale e i lavoratori che da decenni navigano tra i mari, riprendendo il controllo della compagnia, potrebbe non essere una cattiva idea.

Categoria: L'Editoriale