NON SI PUÒ COMBATTERE LA PANDEMIA METTENDO A RISCHIO I LAVORATORI CHE TENGONO IN PIEDI IL PAESE

Com’era? C’è un’emergenza epidemica senza precedenti e non è il tempo delle polemiche! Poi ci troviamo presidenti di regione che contestano i ritardi del governo, sindaci che appoggiano il governo e contestano i presidenti di regione che contestano il governo.
Nel frattempo il mondo gira. Più lentamente, ma gira. Condividiamo la posizione di chi dice che la situazione attuale sia paragonabile a una guerra, quindi chi ha l’onore e onere di guidare la nazione va rispettato e solo dopo verrà giudicato. Quindi, per ora rispettiamo le imposizioni disposte dal governo, con tutte le restrizioni democratiche che esse implicano, ma fin quando avremo voce e forza, non smetteremo di impegnarci per tutelare quel mondo del lavoro che ci ha delegato a rappresentarlo.
È evidente che in una prima fase della pandemia, quando ancora non era chiara la portata e l’aggressività del virus, l’esecutivo abbia tentato di fare da solo, pensando di poter governare l’emergenza. Quando, però, le istituzioni hanno preso coscienza della gravità della situazione e delle complessità che la pandemia si portava dietro, hanno ricercato un dialogo con l’opposizione, con i cittadini e con le parti sociali. Per ora, tuttavia, l’unico tavolo che si è veramente aperto è quello con i tre sindacati confederali, che si sono guadagnati il posto minacciando, con scarso senso di responsabilità, di distruggere quel poco di attività produttiva che è rimasta in piedi.
In questo contesto creato dalla crisi epidemica, dietro le legittime paure delle persone abbiamo il timore possa nascondersi un ripensamento del modello di società che conosciamo. Potremmo spingerci verso un’analisi più ampia che però non ci compete, quindi ci limitiamo a guardare cosa sta accadendo nel mondo del lavoro, su cui si è abbattuto un cataclisma violento e mai visto prima che rende il futuro quantomai incerto e imprevedibile, se non ai pontificatori di professione, che snocciolano profezie comodamente seduti sui loro divani.
Al fine di non creare apprensione, il governo rinvia di settimana in settimana la ripresa, auspicando che con il caldo il virus trovi maggiore difficoltà di propagazione. Ammesso che questa strategia abbia qualche fondamento, è difficile pensare che prima di maggio si avvierà un allentamento delle norme di contenimento. Auspicando che il prossimo autunno non si verifichi una recrudescenza, è abbastanza scontato che dovremo cambiare il nostro modo di vivere, almeno fin quando non saranno completate tutte le ricerche e i protocolli per mettere in commercio il vaccino e garantirne la diffusione. Non penso di essere un folle se ipotizzo che per un graduale ritorno alla vita normale bisognerà aspettare un paio di anni.
Nel frattempo? Quante aziende saranno costrette a chiudere, quanti lavoratori perderanno il posto, quante famiglie avranno difficoltà a sopravvivere? Per quanto tempo il governo, ma forse dovremmo dire i governi, potrà continuare a sostenere il Paese con forme di ammortizzatori sociali, impedendo a chi non ha più fatturato di non licenziare? Sarà possibile continuare a dare garanzie così a lungo, mantenendo in moto la macchina dello Stato che va dai settori amministrativi, alla sanità, all’istruzione, all’ordine pubblico fino ai trasporti?
Potrei continuare a porre e a pormi domande, che mi creano grande angoscia e alle quali sinceramente non so dare risposta. Anche a costo di cadere in contraddizione – ma chi non ne ha, in questo periodo? – dalla mia posizione di osservatore privilegiato del mondo del lavoro mi pongo però il problema della natura strumentale, e miope, di molte richieste che il mondo imprenditoriale sta spacciando come strumenti necessari a gestire l’emergenza. Richieste che vanno dalla modifica degli orari di lavoro ai tempi di riposo, dalla scarsa attenzione alla protezione individuale alla sanificazione degli ambienti, via via fino al tentativo di escludere dal tavolo degli interlocutori i sindacati, quelli autonomi, solitamente poco inclini ad accettare compromessi.
Problemi che meriterebbero ciascuno una lunga trattazione. Ci limitiamo, per ora, ad occuparci di chi pensa che la crisi possa essere utilizzata come un grimaldello per scardinare l’attuale sistema dell’orario di lavoro. Il settore che ci riguarda da vicino è quello del trasporto, e in particolare del trasporto merci dove, sia esso su ferro o su gomma, stiamo trovando enormi difficoltà di confronto. Da una parte ci sono le Imprese ferroviarie, soprattutto il polo merci del Gruppo FSI, che dopo aver presentato domanda per gli ammortizzatori sociali ora pretendono allungamenti degli orari di lavoro (in pratica si tenta di mantenere la produttività rimasta con meno addetti di quanti in realtà ne servirebbero, in barba ai limiti previsti non solo dal CCNL ma forse anche dalle attuali norme legislative), dall’altra ci sono le associazioni datoriali degli autotrasportatori su gomma, che hanno chiesto al governo di poter derogare ai tempi di guida e di riposo previsti dalla nostra legislazione nazionale e dalle direttive comunitarie.
Questi, in attesa di ulteriori priorità, sono gli allarmi che riteniamo di dover lanciare prima di ogni altra cosa: va bene contrastare la pandemia con tutti gli strumenti a nostra conoscenza e possiamo anche accettare la compressione dei diritti costituzionali sulle libertà individuali se è l’unico modo per salvare vite umane, ma è inaccettabile che possa passare il solo tentativo di sfruttare l’emergenza per mascherare vecchie inefficienze organizzative e gestionali, invocando la necessità di comprimere i tempi di riposo e di allungare quelli di lavoro. Tentativo che risulta quanto mai inopportuno e indecoroso in un momento nel quale ai trasporti, e alla sicurezza di chi ne permette il funzionamento, è appeso gran parte del destino del nostro Paese.

Categoria: L'Editoriale

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