STORIE DI DIRITTI, PAURE E SENTIMENTI AI TEMPI DEL CORONAVIRUS

Ci sono le foto, reperibili in ogni angolo del web, di tutti quanti loro. Volti segnati dalla stanchezza e dalle mascherine (quando ci sono). Volti che in divisa, fai fatica a riconoscere perché le fattezze fisiche sono nascoste sotto strati di materiale che dovrebbe servire a isolarti dal pericolo, e ti diversifica dai colleghi soltanto per una scritta sulla schiena, necessaria a identificarti, forse l’unica cosa umana di questa guerra assurda, dove anche i gradi, a meno che non siano quelli sotto la tuta protettiva, si sciolgono e ti rendono soldato al fronte, la prima linea che combatte contro l’inflazionato “nemico invisibile” che poi tanto invisibile non è, visto che è ben conosciuto, e soprattutto, in un paradosso assurdo, potenzialmente trasmesso dalle persone che curi.

Ci sono i numeri, riportati da tutti i quotidiani, un bollettino di guerra continuo che registra i contagi di quello che è catalogato semplicemente come “personale sanitario”, niente nomi e cognomi, come è giusto che sia ai tempi della privacy, un numero che non potrà più essere utile alla causa, perché è finito l’effetto Pac-Man, e l’inseguitore diventa d’un colpo inseguito, e la persona è colpita da una illogica damnatio memoriae, senza possibilità di appello, a volte senza poter riscattare l’immagine quantomeno lavorativa di un sottobosco di non-regole, che porta alla ribalta cose che tutti sanno, e alle quali reagiscono tutti allo stesso modo: stupiti, con quel dito critico che non manca mai nei confronti di chi “doveva controllare”. Ecco, di un colpo il videogame si ferma, va in tilt come i vecchi flipper da sala giochi, e la pallina scivola mestamente lenta verso il game over, e ci sentiamo tutti in diritto di sindacare e criticare, scoviamo il colpevole e lo giudichiamo in un attimo solo: sentenza-appello-cassazione.

Ma in molti casi il colpevole è nascosto in ognuno di noi, in tutti quelli che sanno ma “è sempre andata così”, in tutti coloro che inconsciamente, forse, fiancheggiano il proliferare di una cultura lavorativa che spersonalizza l’essere e lo rende quel numero di matricola, in tutti noi che affolliamo la fila dei consiglieri, dei moralizzatori, lasciando tristemente vuota quella di chi fa davvero, ma anche e soprattutto in tutti coloro che affollano le strade al passaggio del milite ignoto, perché un eroe è tale solo quando è morto, ma non riescono a stare accanto moralmente agli eroi che in vita stanno combattendo per noi cittadini, e anche per noi persone, perché sotto quello strato di anonimato c’è qualcosa che non può essere ritratto nelle foto o riportato nei numeri… c’è la paura che ti stringe la gola, per non poter essere più utile alla causa a cui dedichi la vita e, infine ci sono le emozioni, i sensi di colpa, i dubbi, i perché … c’è il vivere una vita lavorativa in isolamento quanto quella privata, perché rientrando tra le mura domestiche ti isoli ancor di più per non contagiare i tuoi cari e renderli vittime, e l’unico sollievo è affidare all’orizzonte di una finestra il tuo sguardo carico di speranza, magari sforzando un sorriso, che non sarà neanche capito da chi ti circonda, come nella più italica delle tradizioni: da vittima a carnefice il passo è breve… d’altronde anche la Nazionale del ’70 venne accolta dai pomodori, ma cinque giorni prima giocò e vinse la partita del secolo… e per chi sta combattendo la partita della vita, sulla sua pelle per salvare la pelle degli altri, a volte basterebbe semplicemente sentirsi dire “Andrà tutto bene, anche grazie a te…”

Segretario Regionale

SLM FAST -Confsal Campania

Categoria: Attualità

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