ORA BISOGNA VOLTARE PAGINA. PER RIDISEGNARE IL LAVORO NON BASTA UN DPCM

Cosa sta succedendo? L’imprevedibilità della pandemia e la velocità di propagazione del COVID 19 sono fatti assodati. Così come è fuori di dubbio che l’emergenza abbia colto di sorpresa i governi e le organizzazioni della sanità. Si è detto che è un evento che non ha precedenti storici. Il che può anche essere vero. Ma a distanza di qualche mese il sospetto che questo sia diventato un alibi è forte. Da qualche giorno è partita la cosiddetta “fase 2”. Ed è difficile individuare una strategia definita della politica. Da una parte c’è chi ha responsabilità di governo, che si muove forse con eccessiva prudenza, tentando di scaricare ogni responsabilità sui comitati tecnico-scientifici, dall’altra c’è chi sta all’opposizione, che preme per una ripresa in sicurezza ma più rapida possibile, forse sottovalutando la potenza del virus.

Di fronte a questa contrapposizione, legittima sotto l’aspetto democratico, non ci stancheremo mai di ripetere che a pagare le spese di incertezze, di tentennamenti e delle continue polemiche saranno i lavoratori e i cittadini più deboli. Categorie che si possono dividere in due: chi già prima della pandemia viveva condizioni di disagio economico o sociale e chi, viceversa, si è trovato in una condizione di debolezza a causa della pandemia. Andando ancora più a fondo, coloro che hanno modificato enormemente il proprio status sociale sono quelli che prima lavoravano a pieno regime e si potevano permettere una vita dignitosa. Tra questi c’era chi pagava regolarmente le tasse, lavoratori dipendenti o liberi professionisti che fossero, e chi, al contrario, versava al fisco meno di quanto incassava o, addirittura, svolgeva la sua attività in nero. Non è nostro compito occuparci di questioni etiche né porre rimedio alle ingiustizie sociali, ma è evidente che qualsiasi analisi della situazione attuale e degli interventi necessari a ricostruire il Paese deve partire anche da queste considerazioni. Che non significa lasciare qualcuno indietro, ma essere consapevoli che ci sono fasce della società che meritano maggiore attenzione. Per quanto ci riguarda, la nostra attenzione, mai come in questa fase, è principalmente rivolta a come viene gestito il rapporto di lavoro di chi ci ha dato mandato di rappresentanza.

Chi come me ha vissuto momenti storici di fine ‘900 ricorda che il confronto con le imprese veniva rappresentato come lotta fra “lavoratori” e “padroni”. I capi azienda venivano chiamati “quelli del vapore”, erano facilmente riconoscibili, potevi dargli un nome e un cognome e sapevi che sopra di loro c’erano solo la politica e le leggi nazionali. Oggi non è solo cambiato il modo di definire i ruoli. Oltre all’aspetto semantico c’è anche quello sostanziale. Quei “padroni” sono stati sostituiti dalla speculazione finanziaria che ha man mano mangiato l’economia reale arrivando addirittura a sostituirsi ad essa.

In questo scenario, la politica si è trasformata in uno scontro tra “cortigiani” e “oppositori”. Quasi nessuno cerca più di dominare i processi, di governare la realtà. E lo stesso accade sul terreno della rappresentanza del mondo del lavoro, dove ormai conta più la contrapposizione o il sostegno a questo o quello schieramento, piuttosto che il risultato concreto. Situazione che ci rende sempre più convinti dell’importanza del sindacato autonomo e libero come strumento in mano ai lavoratori per difendere le tutele basilari, le garanzie salariali e la sicurezza.

È indubbio che l’organizzazione del lavoro non sarà più come prima, le varie fasi che si susseguiranno di allentamento del lockdown saranno difficili e complesse da affrontare e il sindacato dovrà saper interpretare le nuove esigenze. Siamo certi che, nei prossimi mesi, non sarà più possibile isolare le rappresentanze di lavoratori, con varie e poco onorevoli scuse, come è stato fatto nel periodo di emergenza. Il Governo dovrà smettere di sottostare ai “comodi” ricatti negoziali e accettare l’idea, aumentando il perimetro del confronto, di complicarsi un po’ la vita. Di contro, le associazioni datoriali dovranno prendere atto che non è sufficiente fare accordi pattizi e magari sperare che il governo li recepisca in qualche DPCM per modificare l’organizzazione del lavoro. Certamente non sfugge a nessuno che per applicare intese e financo leggi non è sufficiente sottoscriverle o promulgarle, ma bisogna anche farle accettare, spiegandone il senso e lo spirito, ai lavoratori e ai cittadini.

Frutto di questo rapporto distorto tra istituzioni è società è la lettera inviata alle organizzazioni sindacali, poi anche alle associazioni datoriali e, per conoscenza, ai Presidenti di Senato, Camera del Deputati e del Consiglio dei Ministri, dal Presidente della Commissione di Garanzia dell’attuazione della legge sullo sciopero nei servizi pubblici essenziali, per redarguire e bacchettare preventivamente le associazioni sindacali che avessero intenzione o potessero anche solo pensare di avviare azioni di protesta nei riguardi di chi, operando indisturbato, sta in questo periodo mortificando il lavoro, nascondendosi dietro l’evento epidemico imprevedibile.

Dal punto di vista operativo, abbiamo già fatto pervenire al governo le nostre priorità. Piano per i trasporti, sblocco dei cantieri e accelerazione nel pagamento degli ammortizzatori sociali. Sono questi i tre punti principali su cui la federazione Fast-Confsal ritiene indispensabile che l’esecutivo concentri la sua attenzione nei provvedimenti allo studio.

Il primo punto, prioritario con l’ingresso nella Fase 2, è necessario per garantire al Paese l’operatività del trasferimento di persone e merci via terra, via mare e via aria. Bisogna subito mettere a punto un piano specifico per ogni settore. Il trasporto pubblico locale ha bisogno di regole certe per l’organizzazione del lavoro e lo svolgimento delle attività nel rispetto delle misure di sicurezza volte a tutelare lavoratori e cittadini in vista di un’affluenza sempre maggiore di utenti. Servono, inoltre, dispositivi di protezione sia per gli operatori sia per i passeggeri eventualmente sprovvisti. Stesso discorso vale per il trasporto ferroviario ad l’alta velocità, per i collegamenti su gomma e via mare e per il trasporto aereo. In tutti i settori, oltre alle modalità per garantire il servizio in sicurezza, saranno necessarie da parte del governo misure di sostegno economico volte a compensare il sostanziale azzeramento del fatturato derivante da bigliettazione nei due mesi appena trascorsi a causa del lockdown e la prospettiva di molti mesi di attività con coefficienti di riempimento dei mezzi ridotti di almeno due terzi per garantire il distanziamento sociale.

Il secondo punto è di rilevanza strategica. Accanto ad un piano di investimenti pubblici per rilanciare il settore delle opere infrastrutturali il governo dovrà mettere a punto una serie di corsie preferenziali, sul modello del Ponte di Genova, per azzerare i vincoli burocratici e i processi autorizzativi che anche prima della pandemia rallentavano l’apertura dei cantieri. Considerato che una modifica del codice appalti non è ipotizzabile in tempi stretti, in attesa che si arrivi ad una riforma indispensabile per il rilancio dell’economia italiana, sarà necessario valutare la possibilità di deroghe alla normativa vigente in considerazione della situazione di straordinaria emergenza in cui il Paese si trova.

A tutti i lavoratori dei trasporti, rimasti sempre in prima linea durante la fase più acuta della pandemia e a cui ora spetta il compito di fare da volano per la ripartenza del Paese, bisognerà infine garantire un’adeguata copertura in termini di ammortizzatori sociali per l’intero periodo in cui l’emergenza pandemica comporterà una riduzione delle attività e una conseguente riduzione dell’organico. Per far sì che nessun posto di lavoro venga perso, come è stato promesso dal governo, e che i lavoratori possano provvedere al sostentamento personale e delle proprie famiglie sarà, però, necessario prevedere norme ad hoc per velocizzare il pagamento della cassa integrazione che, per stessa ammissione dell’Inps, si trova ancora impantanato nelle maglie delle burocrazia.

Concludo ricordando che la data del primo maggio, conosciuta da tutti come la festa dei lavoratori, fu scelta dopo i gravi fatti accaduti nei giorni di maggio 1886 a Chicago e passati alla storia come la “rivolta di Haymarket”. Nella metà dell’800 i lavoratori non avevano diritti: sgobbavano anche 16 ore al giorno in pessime condizioni e rischiando continuamente la vita. Finché il 1 maggio 1886, stufi di essere trattati da schiavi, i lavoratori di tutti gli Stati Uniti d’America proclamarono uno sciopero generale per rivendicare la giornata lavorativa di 8 ore. La protesta si protrasse per ben tre giorni e culminò il 4 maggio con una repressione che portò ad una vera e propria battaglia nella quale morirono 11 persone.

Auspichiamo che il primo maggio da poco trascorso, vissuto senza manifestazioni di piazza, sia servito a tutti per avviare una riflessione generale che ci permetta di riportare la persona al centro e rilanciare tutti insieme il sistema industriale italiano senza contrapposizioni di bandiera, ma con la disponibilità ad individuare nuove soluzioni per le nuove sfide che ogni giorno il mondo ci riserva.

Categoria: L'Editoriale

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