INFRASTRUTTUE E GRANDI OPERE: NON SI PUO’ RIPARTIRE SENZA CAMBIARE MARCIA

Gli Stati generali per ascoltare le diverse parti sociali sono senza dubbio una gran bella immagine. Creare task force di esperti per supportare decisioni politiche è senza dubbio una buonissima iniziativa. Nonostante ciò, questo esercizio di espressione democratica lascia spazio a continue polemiche.

Il volume di soldi annunciati e che probabilmente verranno prima o poi messi a disposizione non ha precedenti nella storia d’Italia e neanche in quella internazionale. Malgrado ciò e malgrado il denaro già distribuito a pioggia, il dissenso non è mai sopito e sembra che il malumore cresca ogni giorno. Sui social media, per il valore che possono avere, l’idea che va per la maggiore si può sintetizzare così: questi al governo non vanno bene, ma quelli all’opposizione sono peggio! Infatti, in rapporto equivalente, si leggono insulti al governo e all’opposizione. Anche il fatto di attaccare e dare responsabilità a chi non è a Palazzo Chigi, appare una novità dei tempi.

In questo scenario vale la pena ricordare che la nostra tanto bistrattata Costituzione ha previsto come muoversi anche in questo straordinario e imprevedibile evento di epidemia mondiale. L’organo costituzionale al quale a mio avviso il governo e il parlamento avrebbero dovuto appoggiarsi per gli incontri con parti sociali e con esperti, facendo se necessario gruppi di lavoro mirati, è il CNEL (Consiglio Nazionale Economia e Lavoro).

La domanda, a questo punto, potrebbe essere: cosa sarebbe cambiato? Difficile dirlo. Ma una cosa è certa, almeno avremmo rispettato la Carta, senza passerelle e lustrini che distraggono dai problemi, alimentano polemiche e avviliscono il confronto democratico.

Ormai da troppi anni, da un osservatorio privilegiato come quello del sindacato, ho la fortuna di assistere alle dinamiche (spesso vivendole in prima persona) del confronto fra le forze sociali e la politica. Penso di poter affermare che quello attuale sia il Governo che più ascolta e fa quello che il sindacato confederale chiede. Soprattutto dopo l’inizio della pandemia.

Dopo la promulgazione del cosiddetto decreto liquidità, il dialogo si è aperto anche con le altre forze sociali, a cominciare dal sindacalismo autonomo, e con gli Stati generali si è consumata la più ampia manifestazione di ascolto delle forze sociali Italiane. Certamente, ora, se non si vuole che tale operazione finisca ricordata come una grande seduta psicologica, è necessaria una serie di interventi che dica dove mettere le risorse necessarie per riavviare e rilanciare l’attività industriale in Italia.

In questi giorni si rincorrono voci che parlano di taglio delle tasse, abbattimento del costo del lavoro, riduzione dell’Irpef, riduzione dell’Iva: bene tutto. I titoli sono i soliti, ora ci saremmo aspettati e ci aspettiamo soluzioni realistiche e proposte concrete. Nel frattempo, però, i problemi stagnano e sembra che anche il presidente del Consiglio Giuseppe Conte abbia cominciato a perdere un po’ di pazienza, soprattutto nei riguardi dell’Inps, che sta collezionando figuracce e ritardi nell’erogazione delle risorse stanziate dal governo.

La ministra dei Trasporti, Paola De Micheli, ha fatto una bellissima presentazione degli interventi che sta mettendo in campo per le infrastrutture ma, proprio su questo, la nostra preoccupazione sale alle stelle. Ascoltando il ministro che annuncia l’AV fino a Reggio Calabria mi sembra di vivere in un altro pianeta. Spero sinceramente di sbagliarmi. Per ora penso di poter dire che a Reggio Calabria arrivano treni dell’AV, con la stessa velocità massima prevista per i normali intercity, probabilmente al costo dei treni dell’AV. E non solo quelli di Trenitalia, ma anche quelli di Italo (elemento che è sfuggito al ministro).

Gli annunci di investimenti fatti in questo periodo, che spesso suscitano dubbi e perplessità, sembrano più volti a tentare di risolvere problemi atavici che a sostenere una progetto di ripartenza e rilancio dei vari comparti o vettori. Sul fronte delle grandi opere riteniamo più importante oggi avviare un grande piano di manutenzione dell’esistente senza bloccare la viabilità italiana. Invece, dopo le diverse problematiche sui viadotti, a partire dalla tragedia del ponte di Genova, l’opera di mantenimento della rete infrastrutturale ha di fatto nuovamente paralizzato il Paese, o forse è più corretto dire che ha notevolmente rallentato l’Italia. Probabilmente, una seria programmazione manutentiva con la previsione delle vie alternative, ben annunciate e organizzate, avrebbe permesso una più fluente circolazione delle merci e delle persone.

Sul fronte delle grandi opere continuiamo a insistere con il Ministro per capire come mai lavori finanziati come la seconda stazione di Foggia AV non riescano a partire. Purtroppo né il precedente ministro né l’attuale hanno avuto la capacità di avviare i cantieri. E neanche si sono curati di dare riscontro alle nostre lettere e alle interrogazioni di parlamentari interessati all’opera.

Sul tema delle infrastrutture stradali e del piano di messa in sicurezza delle cosiddette “3000 opere d’arte” (vecchi ponti da monitorare, manutenere e mettere in sicurezza), come al tema delle concessioni autostradali, ci permettiamo solo di evidenziare un paio di numeri che, a differenza di quello che passa nel cosiddetto immaginario collettivo, rendono l’idea dell’efficienza che aziende pubbliche ben organizzate possono dare se messe in condizione di lavorare e di disporre del personale necessario. Autostrade, a fronte di una rete da gestire di circa 3000 km, ha 7000 dipendenti. Anas, a fronte di una rete da gestire di circa 33000 km ha solo 6000 dipendenti. I più attenti potrebbero eccepire che diverse attività in Anas vengono esternalizzate. Proprio questo ritengo sia il tema che il governo e il mondo industriale dovrebbero affrontare, perché il lockdown e la grande crisi del 2020 ha messo in evidenza e consentito di valutare la miriade di aziende e cooperative che opera nel sistema degli appalti. Il reset che questo periodo ci costringe a mettere in atto dovrebbe servire per rivedere l’intero sistema degli appalti, soprattutto quello che riguarda servizi come pulimenti, manutenzioni e assistenza, che non può continuare a essere gestito da aziende o cooperative che non hanno un adeguato capitale sociale e non riescono a garantire diritti e salari minimi al personale. Oltre alla necessaria rivisitazione di una normativa di supporto, sarebbe opportuno, da parte dei grandi gruppi industriali, strutturare imprese dedicate alla gestione di determinate attività all’interno di un progetto di internalizzazione dei lavori, chiedendo al sindacato un’adeguata normativa contrattuale.

La Confsal sta avanzando una serie di proposte che, se affrontate con la giusta attenzione, potrebbero essere non solo da stimolo, ma soprattutto da base di confronto per ridisegnare il modello Italia dopo il blocco e garantire una ripresa che, volenti o nolenti, rischiamo di non vedere prima della primavera 2022. Servono, quindi, interventi tampone, ma anche una grande visione verso il futuro.

Categoria: L'Editoriale