UTILIZZIAMO I SOLDI DELL’EUROPA PER CONNETTERE VELOCEMENTE L’ITALIA

Sembra che nei mesi più caldi dell’anno il genere umano peggiori i propri comportamenti, ecceda nelle esternazioni di ira, mal sopporti il prossimo e sia meno propenso ad accettare compromessi. Se in questo modo di dire ci fosse un minimo di verità o di prova scientifica, la mediazione raggiunta dal Presidente Conte nell’ultimo consiglio europeo avrebbe un ulteriore motivo di apprezzamento e che il risultato raggiunto sia positivo per l’Italia è indubbio. Personalmente ritengo naturale che certe scelte siano molto sofferte e arrivino solo dopo ampie discussioni. Quando il diritto di veto pesa più del dovere di governare processi difficili ci si dimentica che l’obiettivo è quello di portare i Paesi Europei a confrontarsi unitariamente con comunità come quella statunitense, russa o cinese. È evidente che questo comporterebbe non solo una cessione di sovranità nazionale su alcuni temi, ma anche una necessaria presa di coscienza e di responsabilità di chi governa l’Europa nei confronti di tutti gli stati membri. Il che significherebbe, in primo luogo, abbattere le attuali differenze fiscali, retributive e contributive e garantire a tutti le stesse opportunità!

Purtroppo oggi non è così e probabilmente non lo sarà ancora per molto tempo.

Premesso ciò, senza voler entrare più di tanto nelle polemiche sollevate in questi giorni, come sindacato è nostro dovere capire in che modo e da chi tutte queste risorse economiche che dovrebbero arrivare dall’Europa (il condizionale è sempre d’obbligo) saranno utilizzate. Il quesito è quello che dovrebbero porsi tutti. Qualunque sia il mezzo con cui i soldi arriveranno, è certo che buona parte di essi dovranno essere restituiti e il debito pubblico che pesa sull’Italia e che costringe, ogni anno, a parlare di tagli, sarà aggravato. La conseguenza è che, nonostante da alcuni anni i bilanci dello Stato registrino un saldo attivo fra entrate e uscite, saremo costretti ancora a lungo a fare i conti con l’enorme mole di interessi da pagare sui titoli di Stato.

In questo scenario sarà indispensabile, come e più di prima, fare in modo che le risorse promesse dalla Ue siano utilizzate per finanziare politiche volte a rilanciare il lavoro, abbattere la pressione fiscale e programmare gli investimenti, con modalità che saranno presto realizzabili e che rispondano ad una logica di interconnessione reciproca. Regole che dovrebbero essere rispettate soprattutto per quello che riguarda gli interventi infrastrutturali.

In merito agli investimenti sulle infrastrutture la FAST-Confsal ha avviato uno studio approfondito che sarà diffuso a settembre e costituirà l’oggetto di un convegno al CNEL, previsto per ottobre, dove la nostra confederazione si confronterà con la politica e con le parti sociali. Senza voler anticipare le analisi che il nostro ufficio studi sta elaborando, è già fin d’ora evidente che la discussione sarà focalizzata sulle progettazioni che i vari governi hanno fatto negli ultimi anni. Lo spunto più recente è rappresentato dagli ultimi due progetti messi in campo dal Ministero dei Trasporti e delle Infrastrutture: il primo è “Connettere l’Italia” e il secondo, pubblicato pochi giorni fa, è “Italia Veloce”. Di qui l’idea per il titolo del nostro convegno, che sarà Italia Velocemente Connessa. Non si tratta di uno slogan, ma di un modo per poter dare sin da subito una chiara idea della posizione della Confsal e, in particolare, della FAST-Confsal, la federazione attiva nel mondo dei trasporti e delle infrastrutture. Il concetto chiave è quello della velocità: mai come in questo momento abbiamo bisogno di essere pragmatici e iniziare a fare investimenti sulle grandi opere che possano essere immediatamente collegate alla viabilità italiana. Interventi che vanno di pari passo con una serie e concreta programmazione della manutenzione delle infrastrutture siano esse marittime, aere, ferroviarie o stradali. Un tema di stretta attualità che ha suscitato più di una polemica (si pensi alla situazione in Liguria), ma che è ancora circoscritto ad azioni tampone che sono dettate più dalle necessità contingente che da un grande piano strutturale. Un piano che permetta di partire dall’emergenza per arrivare al consolidamento, e di dare vita ad un vero e proprio volano per la ripresa e il rilancio delle attività industriali.

Ogni giorno sentiamo dire che la nostra prima risorsa è il turismo. Bene, ma per aiutare le strutture ricettive e attirare clienti dobbiamo velocizzare le vie di comunicazione, accorciando le distanze e riducendo i costi di trasferimento. Non è sufficiente però limitare i nostri sforzi all’industria dell’intrattenimento. Infatti, se vogliamo mettere benzina nel Paese non possiamo non tenere conto che la nostra manifattura è la seconda d’Europa e che, tanto per fare un esempio, il settore tedesco dell’automotive utilizza circa il 40% della componentistica di produzione Italiana.

Questo ci impone di analizzare l’aspetto della logistica delle merci. Perché si preferisce attraccare a Rotterdam anziché in un qualsiasi porto italiano per rifornire l’Europa? Le nostre ricerche dimostrano che, anche a causa degli alti costi di passaggio delle navi per lo stretto di Suez, gli spedizionieri internazionali preferiscono circumnavigare l’Africa, facendo più di dieci giorni di navigazione aggiuntiva, piuttosto che sbarcare in Italia. Il motivo è semplice: arrivando a Rotterdam si può fare affidamento su una logistica organizzata che permette di compensare i maggiori costi.

I risultati delle nostre indagini, uniti al fatto che il pedaggio sullo stretto di Suez ultimamente ha visto un notevole abbattimento dei costi, impone di riflettere su ciò che serve alla nostra Nazione: concentriamo gli investimenti sullo sviluppo dei maggiori porti italiani e facciamo in modo che lo smaltimento dei container avvenga con la stessa efficienza, se possibile anche maggiore, di quella che offrono i porti del nord Europa. Non siamo noi a dover spiegare che se ad esempio si sviluppasse il gateway nei porti di Taranto e Gioia Tauro con collegamenti ferroviari e stradali degni di questo nome, potremmo probabilmente competere con gli “amici” olandesi che oggi si permettono di correggere le nostre manovre economiche con la penna rossa delle maestrine.

Si tratta di ragionamenti che approfondiremo nelle prossime settimane e che per ora vanno presi come un piccolo assaggio dei temi che saranno discussi nel convegno di ottobre, con cui intendiamo portare le idee e le proposte della Confsal al centro del dibattito in atto.

A questo proposito riteniamo interessante puntare una lente d’ingrandimento sui rapporti fra politica e parti sociali, con una particolare attenzione ai rapporti fra le stesse forze che rappresentano la società. Nella fase successiva al lockdown il governo ha finalmente aperto il confronto, forse ha dialogato più con alcune parti sociali che con l’opposizione, ma questo certamente non è un nostro problema. L’aspetto che ci riguarda è che non tutte le parti sociali hanno avuto la stessa attenzione. Il sindacato autonomo, per una volta potremmo dire “per fortuna”, è stato tenuto un po’ in disparte, ma la sensazione è che anche all’interno del cosiddetto gruppo dei sindacati confederali ci siano stati livelli di attenzione differenti. Con una preferenza accordata a chi, per tradizione e per opportunismo, predilige le posizioni più estreme.

Per quanto riguarda le misure emergenziali messe in atto dal governo, purtroppo siamo stati facili profeti quando, durante il lockdown, abbiamo avanzato il sospetto che alcune imprese avrebbero approfittato della situazione per “spillare” più risorse assistenziali possibili. Oggi sentiamo parlare sempre con maggiore insistenza di indagini in questo senso, alla ricerca di chi ha speculato sulla tragedia facendo pagare i costi solo ai lavoratori. È sempre brutto dire «lo avevamo detto», ma non possiamo esimerci dal far notare che avevamo avvisato che se era facile chiudere l’Italia, sarebbe stato complicatissimo poi riaprirla.

Il caos di questi ultimi giorni lo ha evidenziato in tutta la sua durezza. È chiaro che gli interessi in gioco sono molti e consistenti, ma come molti la domanda che ci facciamo in merito alla confusione che si è creata sui treni AV di Italo e Trenitalia è: con chi è stata valutata la possibilità di derogare alle norme sul distanziamento, aumentando la capacità di riempimento dei treni fino al 100%? Dal momento che conosco bene i management delle due imprese ferroviarie, resterei molto sorpreso se si scoprisse che la decisione sia stata presa solo dopo analisi interne e autonome.

Al netto delle polemiche che poco ci appassionano, riteniamo che il vero problema sia quello della scarsa omogeneità delle norme. Sarebbe interessante, ad esempio, conoscere la differenza di climatizzazione fra aerei, navi, treni e autobus. Saranno sicuramente differenti, viste le differenti disposizioni per il riempimento, ma per una migliore e più efficace applicazione delle norme, basare le leggi su qualche elemento tecnico avrebbe aiutato la loro comprensione e condivisione. Inoltre, coinvolgere tutti i soggetti interessati ed ascoltare i consigli degli esperti per essere sicuri di fare la scelta più adeguata quando si scrivono regole invasive sulla sfera individuale o economica, come in questo caso, dovrebbe essere una regola aurea.

Categoria: L'Editoriale

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