L’EMERGENZA E’ L’ULTIMO ALIBI DEI BUROCRATI INCAPACI

L’emergenza epidemiologica da COVID-19, come è noto, ha inciso profondamente sulle abitudini delle persone e, in alcune aree del paese, l’effetto distruttivo del virus ha modificato la situazione esistente in modo irreversibile.

Nessun settore è stato risparmiato: sanità, economia reale, lavoro, istruzione, nonostante i numerosi provvedimenti legislativi, hanno subito una (a volte ingiustificata) battuta d’arresto limitando, di fatto, la fruizione di diritti costituzionalmente garantiti. A volte, alcuni di questi, hanno ceduto il passo all’aspetto sanitario che ha invertito l’ordine delle priorità e ha giustificato un isterico ricorso alla decretazione d’urgenza, d.p.c.m. ovvero decreto legge, per far fronte alle situazioni emergenziali.

Un assetto del potere di tipo prudenziale volto a reagire allo sviluppo dell’emergenza nonché alla presa di tempo per le risposte dell’Unione Europea.

Assetto che, a parere dello scrivente, poteva andar bene nella fase acuta, ma mantenere un atteggiamento normativo asistematico può provocare, nel medio-lungo periodo, disfunzioni al circuito, soprattutto, economico oltre a quello ordinamentale.

Provvedimenti di sospensione d’imposta e adempimenti, contributi erogati a sostegno del reddito e/o della contrazione dei ricavi, modalità telematiche di erogazione di attività essenziali (es. la didattica a distanza) nonché l’istituto dello Smart Working sono tutti interventi utili, ma di breve periodo, poiché, la necessità di ripristinare il nuovo equilibrio abbisogna di misure ad ampio respiro.

Dopo il contenimento dell’epidemia, ancora si contano delle perdite, non in termini di vite umane, ma nel senso di attività produttive cessate o non ripartite, posti di lavoro perduti (nonostante il debole tentativo di contenimento attraverso incostituzionali provvedimenti interdittivi del licenziamento), erogazione dei servizi ordinari da parte degli enti istituzionali.

Uno scenario post apocalittico che potrebbe far invidia alle migliori scenografie cinematografiche.

Come al solito, esclusa dall’area d’intervento, a parte la revisione del Codice degli Appalti, è la burocrazia.

Moltiplicazione degli adempimenti da produrre per l’accesso ai contributi, ridimensionamento dei servizi di assistenza prestati dagli Enti pubblici sono le cause di una grave interruzione delle prestazioni ordinarie verso i contribuenti.

Appare comprensibile un corto circuito nell’implementazione dei nuovi istituti, ma quello riferito alle prestazioni ordinarie risulta ingiustificato.

Tra le prestazioni oggetto di sospensione e/o rallentamento si ricordano soprattutto quelle in materia previdenziale/assistenziale, tra le quali, le visite propedeutiche al riconoscimento dell’invalidità necessarie per l’ottenimento del relativo supporto reddituale alle categorie disagiate.

Un ulteriore caso emblematico è ravvisabile nella totale impossibilità di ricevere un minimo servizio di assistenza per le questioni (apparentemente) semplici.

Caso emblematico di un imprenditore individuale il quale ha commesso l’errore di avviare una nuova attività commerciale.

Il caso di specie riguarda un operatore assicurativo, produttore IV gruppo, il quale ha comunicato all’INPS l’inizio attività nelle modalità previste dalla normativa. Per il presente articolo, è necessario sapere che questa categoria gode di un regime previdenziale di favore nel senso della dispensa dall’obbligo di corrispondere i minimali fissi IVS (ammontare di contributi che esulano dal reddito prodotto e che devono essere comunque pagati) e, quindi, di pagare i contributi sul reddito effettivo. Appare chiaro che, soprattutto, nella fase di start up dove ancora deve essere cristallizzata la redditività aziendale è necessario un risparmio in questi termini.

Continuando la narrazione, l’operatore ha ricevuto un provvedimento dell’INPS nel quale attestava la creazione della propria posizione previdenziale. Successivamente, operata una visura dell’estratto conto contributivo emerge l’addebito delle rate trimestrali riferito ai minimali in misura fissa. Tempestivamente, l’operatore ha, in prima battuta, cercato di contattare l’istituto previdenziale per via telefonica (tentativo risultato infruttuoso) e, successivamente, inviato una comunicazione pec avente ad oggetto la problematica. Questo ad aprile 2020. L’assenza di risposta ha indotto l’operatore a proporre un ricorso amministrativo avverso il provvedimento proprio per non incorrere al termine decadenziale previsto dalla legge.

Un ricorso per dirimere una questione definibile da remoto attraverso l’intervento di un operatore.

Appare indubbio che la giustificazione del rallentamento della macchina amministrativa non può esimere la stessa da responsabilità attinenti alla gestione dell’ordinario.

Categoria: Attualità

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