TICKET LICENZIAMENTO: SE IL RECESSO E’ CAUSATO DAL LAVORATORE E’ LUI A RIMBORSARLO

Con una recente (e molto discussa) sentenza, il Tribunale di Udine ha affermato che quando è il lavoratore, con il suo comportamento ostruzionistico, a costringere il datore a licenziarlo anziché dimettersi volontariamente, il c.d. “ticket licenziamento” – ossia il contributo di cui è onerata l’azienda che adotti un recesso soggettivo o oggettivo, ai sensi dell’art. 2, commi 31-35, L. n. 92/2012 – deve essere posto a carico del dipendente e non a carico di quest’ultima.

La decisione in parola – la n. 106 del 30 settembre 2020, giudice la dott.ssa Vitulli – ha definito la controversia sorta tra un’impresa del settore delle riparazioni termo-idrauliche ed un suo dipendente il quale, per ragioni personali, aveva comunicato l’esigenza di lasciare il posto di lavoro, ma affermando di non voler dimettersi per non perdere la possibilità di ottenere l’indennità Naspi, attivabile solo per licenziamento o in presenza di una giusta causa di dimissioni (artt. 1-14 D. Lgs. n. 22/2015). Al rifiuto del datore di lavoro di disporre un licenziamento nei suoi confronti, il lavoratore aveva risposto con la strategia di assentarsi deliberatamente dal lavoro, di fatto costringendo l’impresa, dinanzi al prolungarsi dell’assenza, a disporre il recesso per giusta causa ed a pagare conseguentemente il relativo ticket.

Dopo il licenziamento, però, l’azienda, nell’occasione del giudizio di opposizione al decreto ingiuntivo ottenuto dal dipendente per le spettanze di fine rapporto non liquidate, aveva chiesto al giudice di attribuire in capo a quest’ultimo la responsabilità esclusiva per lo scioglimento del rapporto, con conseguente addebito dei costi di recesso (incluso il ticket) e compensazione parziale di queste somme con il credito vantato.

Ebbene, il Tribunale di Udine ha parzialmente accolto le richieste del datore di lavoro, affermando che, nel caso di specie, non poteva attribuirsi all’azienda alcuna intenzione di scioglimento del vincolo, dato che l’atto di recesso era stato integralmente dovuto all’atteggiamento del lavoratore. Questi, infatti, al fine di ottenere la Naspi, aveva posto l’azienda nella condizione di dover necessariamente ricorrere al licenziamento, sottraendosi all’obbligo lavorativo e ignorando i successivi inviti a rientrare in servizio. Se dunque è vero che il licenziamento è atto datoriale, che ne esprime la volontà di interrompere il rapporto con il lavoratore, quando tale atto sia sostanzialmente imposto dal comportamento del licenziato, quale unica soluzione per ovviare alle sue inadempienze, il costo del contributo connesso a tale recesso non è imputabile al datore – che comunque lo anticipa all’INPS – bensì al dipendente licenziato. Gli esporsi a titolo di ticket, dunque, possono essere compensati con altre eventuali somme dovute dall’impresa nei confronti del lavoratore, come, ad esempio, le spettanze di chiusura del rapporto.

 

Avv. Gennaro Ilias Vigliotti

Studio Legale Pizzuti

Categoria: Lavoro & Diritto

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