IL TRIBUNALE DI PALERMO RIAPRE IL “CASO” DEI RIDES: SONO LAVORATORI SUBORDINATI A TUTTI GLI EFFETTI

Con una recente decisione a firma della dott.ssa Paola Marino, il Tribunale di Palermo è tornato, a pochi mesi dalla discussa sentenza della Corte di Cassazione (la n. 1663 del 2020), sul tema dell’inquadramento giuslavoristico dei lavoratori del settore del food delivering e, specificamente, dei c.d. “riders”, cioè del personale che si occupa della consegna programmata, tramite strumenti propri di locomozione, di prodotti da ristorazione e simili.

Com’è noto, questi lavoratori erano stati inclusi dai giudici di legittimità all’interno del campo di efficacia dell’art. 2 del D. Lgs. n. 81/2015 («Collaborazioni organizzate dal committente»): secondo tale norma, nella versione precedente alla novella del 2019, «si applica la disciplina del rapporto di lavoro subordinato anche ai rapporti di collaborazione che si concretano in prestazioni di lavoro esclusivamente personali, continuative e le cui modalità di esecuzione sono organizzate dal committente anche con riferimento ai tempi e al luogo di lavoro». In applicazione di tale disposizione, dunque, ai collaboratori delle app di consegna a domicilio era stato riconosciuto l’apparato di tutele previsto per il lavoro subordinato come, ad esempio, il diritto a ricevere la retribuzione stabilita dai contratti collettivi dei settori merceologici che contemplano la loro professionalità e le loro funzioni lavorative (che, nel caso di specie, è quello del settore merci, trasporti e logistica), conservando però il loro inquadramento nell’ambito del lavoro autonomo, con rilevanti conseguente anche in ordine alle effettive protezioni disponibili.

Sul punto, la discussione dottrinale degli ultimi mesi è stata molto intensa, con gli osservatori che si sono divisi tra chi, aderendo alla ricostruzione fornita dalla Cassazione, ha sostenuto la natura autonoma delle prestazioni rese dai ciclo-fattorini, con conseguente loro inquadramento, al ricorrere dei requisiti della etero-organizzazione, nello schema legale dell’art. 2 summenzionato; altri, invece, hanno affermato come la presenza di stringenti vincoli esecutivi imposti al rider dalla piattaforma digitale che organizza la prestazione (su tutte, Deliveroo, Just Eat, Uber Eats e Glovo) non può che attrare la loro collaborazione nell’ambito della subordinazione di cui all’art. 2094 cod. civ.

Sinora le sentenze di merito sul punto erano state di numero esiguo, tutte sostanzialmente allineate alla tesi dell’autonomia del rapporto di lavoro dei ciclo-fattorini.

Con la sentenza n. 3570 del 24 novembre 2020, invece, il Tribunale di Palermo ha fornito una ricostruzione totalmente diversa, ribaltando la lettura sinora fornita sul fenomeno del lavoro digitale dei riders. Discostandosi da quanto affermato in giurisprudenza, infatti, il Tribunale siciliano ha messo in discussione l’impianto ricostruttivo riguardante le modalità di collaborazione dei riders, affermando che i ciclo-fattorini del marchio “Glovo” (lo stesso coinvolto nella controversia conosciuta dalla Cassazione nella sentenza sopra menzionata), per le modalità concrete di esecuzione della prestazione, non possono che essere qualificati come lavoratori subordinati.

Dagli accertamenti istruttori compiuti durante il processo, infatti, sarebbe emerso specificamente che la piattaforma digitale non si limitava a fornire al lavoratore le indicazioni essenziali per permettergli il ritiro dei prodotti e la loro consegna, bensì imponeva tassativi adempimenti, quali il necessario permanere in una zona prossima ai locali, l’accesso ad una app gestita da remoto con livelli minimi di batteria al cellulare, il rispetto di uno specifico percorso per ottimizzare i tempi di arrivo alle destinazioni, le penali in caso di ritardo o in caso di rifiuto di eseguire turni già accettati e programmati (tramite un complesso meccanismo di rating qualitativo solo falsamente premiale).

Nel caso di specie, peraltro, il rider ricorrente era stato “disconnesso” dalla piattaforma, cioè privato della possibilità di continuare a lavorare con Glovo, all’improvviso e senza alcuna formale comunicazione, molto probabilmente in diretta connessione con il suo attivismo sindacale.

Da tali circostanze, a detta del Giudice di merito del capoluogo siciliano, deriverebbe la conclusione che «l’organizzazione del lavoro operata in modo esclusivo da [Glovo, n.d.r.] sulla piattaforma digitale nella propria disponibilità si traduce, oltre che nell’integrazione del presupposto della etero-organizzazione, anche nella messa a disposizione del datore di lavoro da parte del lavoratore delle proprie energie lavorative per consistenti periodi temporali […] e nell’esercizio da parte [di Glovo, n.d.r.] di poteri di direzione e controllo, oltre che di natura latamente disciplinare, che costituiscono elementi costitutivi della fattispecie del lavoro subordinato ex art. 2094 c.c.».

Il riconoscimento di un contratto di lavoro subordinato “puro” tra la piattaforma ed il rider ha comportato, sotto il profilo delle conseguenze sostanziali, la condanna di Glovo a pagare tutte le differenze retributive sul CCNL di riferimento (quello del Commercio e della Distribuzione), ad applicare tutte le tutele previdenziali ed assicurative previste dalla disciplina legale e, in ragione dell’interruzione non formalizzata del rapporto, la reintegra in servizio per licenziamento orale, in violazione del disposto dell’art. 2, L. n. 604/1966.

Categoria: Lavoro & Diritto

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