MANTENIMENTO DEI FIGLI MAGGIORENNI. PRINCIPIO DI AUTORESPONSABILITA’

La Corte di Cassazione, con ordinanza n. 17183/2020, ha affrontato il tema del mantenimento, a carico di entrambi i genitori, dei figli maggiori di età ma non ancora economicamente indipendenti.

Il dovere di mantenimento dei figli non autosufficienti è previsto dall’art. 337 septies, comma 1, c.c., secondo cui “il giudice valutate le circostanze, può disporre in favore dei figli maggiorenni non indipendenti economicamente il pagamento di un assegno periodico”.

Pertanto, affinché la disposizione menzionata abbia effetto, occorre eliminare ogni automatismo, rimettendo la decisione al giudice.

La relativa valutazione delle circostanze che giustificano il permanere dell’obbligo di mantenimento in capo ai genitori va fatta, quindi, dal magistrato, caso per caso, secondo dei criteri di relatività, ossia: il percorso scolastico, universitario e post-universitario nonché l’attuale situazione del mercato del lavoro, con specifico riguardo al settore nel quale il figlio abbia indirizzato la propria formazione, investendo impegno personale ed economie familiari (Cass. 26 gennaio 2011, n. 1830).

La Suprema Corte già in passato ha precisato come la citata valutazione debba essere condotta con “rigore proporzionalmente crescente, in rapporto all’età dei beneficiari, in modo da escludere che tale obbligo possa essere protratto oltre ragionevoli limiti di tempo e di misura, al di là dei quali si risolverebbe in forme di parassitismo di ex giovani ai danni dei loro genitori sempre più anziani” (Cass. 22 giugno 2016, n. 12952).

Una parte della giurisprudenza di merito ha cercato di fissare un limite temporale all’obbligo di mantenimento a carico dei genitori che non può protrarsi, secondo il Tribunale di Milano, oltre la soglia dei 34 anni, età a partire dalla quale lo stato di non occupazione del figlio maggiorenne non può più essere considerato come presupposto del mantenimento.

Secondo l’ordinanza in commento, non è tuttavia necessaria una prescrizione legislativa che fissi in modo specifico l’età in cui l’obbligo di mantenimento viene meno, in quanto, secondo le norme in vigore, tale limite è rinvenibile e risiede già nel raggiungimento della maggiore età, salvo la prova che il diritto permanga per l’esistenza di un percorso di studi ancora in corso e in costanza di un tempo ancora necessario per la ricerca di un lavoro.

In ogni modo, si è affermato che l’obbligo a carico dei genitori non possa protrarsi per sempre e che esso cessi nei seguenti casi: quando i figli si siano già avviati ad una effettiva attività lavorativa da consentir loro una prospettiva d’indipendenza economica; quando siano stati messi in condizioni di reperire un lavoro idoneo a sopperire alle normali esigenze di vita; o quando, pur posti nelle condizioni di raggiungere l’indipendenza economica, non ne abbiamo approfittato, sottraendosi volontariamente alla attività lavorativa, o comunque quando abbiano raggiunto una età tale da presumere la capacità di provvedere a se stessi.

In sostanza, il figlio deve attivarsi nella ricerca di un lavoro al fine di garantirsi un sostentamento autonomo. Il rifiuto rispetto ad offerte di lavoro non perfettamente corrispondenti alle proprie aspettative può rappresentare, se non giustificato, indice di una condotta colpevolmente inattiva.

Nell’ordinanza in commento, la Suprema Corte si è poi soffermata sul principio di autoresponsabilità che condiziona anche l’attribuzione del diritto al mantenimento.

Assume, infatti, rilievo giuridico l’inerzia del figlio maggiorenne, il quale non può indugiare nel reperire un lavoro da lui ritenuto consono alle proprie aspettative, continuando a fare affidamento sul mantenimento da parte dei propri genitori.

Pertanto, trascorso un ragionevole lasso di tempo sufficiente dopo il conseguimento di un titolo di studio per la ricerca di una occupazione lavorativa, non potrà più affermarsi il diritto del figlio ad essere mantenuto.

Alla luce dei principi esposti, la Suprema Corte rigettava il ricorso con il quale, viceversa, si sosteneva il diritto al mantenimento del figlio maggiorenne sempre e per sempre in quanto quest’ultimo (33 anni) non godeva di redditi sufficienti al proprio mantenimento e svolgeva un lavoro non adeguato alle sue aspirazioni.

 

Alessandra Pillinini                                                                         Daria Pietrocarlo

Categoria: Lavoro & Famiglia

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