I DIRITTI DEL CONIUGE DIVORZIATO SULLA QUOTA DI TFR PERCEPITA DALL’ALTRO CONIUGE ALL’ATTO DELLA CESSAZIONE DEL RAPPORTO DI LAVORO

La legge sul divorzio disciplina e riconosce in capo al coniuge divorziato il diritto ad una quota del trattamento di fine rapporto spettante all’ex coniuge lavoratore.

Tale disciplina è contenuta nell’art. 12 bis della Legge n. 898/1970 – norma introdotta dalla legge 6 marzo 1987, n. 74 – secondo la quale il “coniuge nei cui confronti sia stata pronunciata sentenza di scioglimento o di cessazione degli effetti civili del matrimonio” ha diritto a “una percentuale dell’indennità di fine rapporto percepita dall’altro coniuge all’atto della cessazione del rapporto di lavoro”.

Il Legislatore, in una ottica di solidarietà post-unione, ha, quindi, inteso tutelare la parte più debole del rapporto al fine di compensare il contributo personale ed economico fornito da quest’ultima alla formazione del patrimonio di ciascuno e di quello comune. Infatti, la ratio della norma si basa sulla considerazione che l’indennità di fine rapporto consiste in somme che avrebbero dovuto essere percepite e, quindi, godute da entrambi i coniugi in costanza di matrimonio, ma che invece sono state accantonate per disposizione di legge.

Tuttavia, la norma richiede, per il riconoscimento del diritto in commento, la sussistenza di tre presupposti:

  • l’ex coniuge richiedente sia titolare di un assegno di divorzio, in forza di sentenza passata in giudicato;
  • l’ex coniuge richiedente non sia passato a nuove nozze;
  • l’indennità dell’altro (ex) coniuge venga a maturare al momento o dopo la proposizione della domanda di divorzio.

Qualora si verifichino tali presupposti, il coniuge richiedente avrà diritto ad una percentuale pari al 40% dell’indennità totale riferibile agli anni in cui il rapporto di lavoro è coinciso con il matrimonio.

Di converso, l’indennità non sarà riconosciuta, oltre nei casi in cui manchi uno dei presupposti sopra elencati, quando il TFR:

  • è maturato in costanza di matrimonio perché in tal caso il coniuge beneficiario potrà disporne liberamente;
  • è maturato nel corso del giudizio di separazione personale o successivamente alla conclusione del giudizio di separazione personale, ma prima del deposito della domanda di divorzio.

Conseguentemente, risulta indispensabile che il diritto al TFR sia maturato dopo la proposizione della domanda di divorzio.

Questo è l’orientamento giurisprudenziale prevalente della Suprema Corte, ribadito anche con l’ordinanza n. 7239 del 2018, con la quale si è evidenziato come il diritto possa ritenersi attribuibile anche ove il trattamento di fine rapporto sia maturato prima

della sentenza di divorzio, ma dopo la proposizione della relativa domanda, quando invero ancora non possono esservi soggetti titolari dell’assegno divorzile, divenendo essi tali dopo il passaggio in giudicato della sentenza di divorzio.

Tale interpretazione giurisprudenziale appare conforme alla «ratio» della norma che è quella di subordinare il diritto alla quota di indennità, al riconoscimento del diritto all’assegno divorzile, che in astratto sorge contestualmente alla proposizione della domanda di divorzio, divenendo però esigibile solo con il passaggio in giudicato della

sentenza che lo liquidi (Cass., 06/06/2011, n. 12175; Cass., 20/06/2014, n. 14129).

Del pari, nel calcolo della quota spettante al coniuge non dovrà tenersi conto delle anticipazioni del TFR percepite durante la convivenza matrimoniale o la separazione personale, considerato che, come già detto, quelle anticipazioni sono entrate nell’esclusiva disponibilità dell’avente diritto, senza che possa essere riconosciuto alcun diritto all’altro coniuge (Cass. Civ., sez. I, ordinanza 29 ottobre 2013 n. 24421, Cass. 19427/2003; Cass. 19046/2005).

Da ultimo, in merito all’ambito di applicazione dell’art. 12 bis della Legge n. 898/1970, la Suprema Corte ricomprende nella dizione “indennità di fine rapporto” tutti i trattamenti di fine rapporto (sia da lavoro subordinato che da lavoro parasubordinato), comunque denominati, che condividano la medesima funzione, e cioè rappresentino una quota differita della retribuzione, a riscossione sospensivamente condizionata all’evento dell’estinzione del rapporto (Cass., 17 dicembre 2003, n. 19309).

Avv. Daria Pietrocarlo

Avv. Alessandra Pillinini

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Categoria: Lavoro & Famiglia

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