LE RELAZIONI INDUSTRIALI NELL’ERA DELLA DIGITALIZZAZIONE

I mutamenti tecnologici incidono inevitabilmente sulle forme di organizzazione del lavoro e sui conflitti sociali che si vengono a determinare. Negli anni Ottanta del secolo passato era cominciata una automazione dei processi, prima nell’industria manifatturiera, poi nei servizi, che ha modificato il panorama delle relazioni industriali. Le fabbriche cominciavano ad essere popolare di robot che sostituivano il lavoro umano con un processo tecnologico in parte rilevante della catena di produzione. Il surplus di manodopera si è trasformato in parte in diffusione della micro imprenditorialità esternalizzata e in parte in trasferimento di lavoro verso il settore terziario. In qualche modo è stato gestito un potenziale conflitto sociale con la politica dei redditi. Per altri versi alcuni Paesi, tra cui il nostro, hanno deciso di accompagnare verso la pensione anticipata centinaia di migliaia di lavoratori, ottenendo pace sociale in cambio di esplosione del debito pubblico.

Ora avanza a passi forzati la digitalizzazione, destinata ad essere una forza ancora più dirompente rispetto alla robotizzazione, perché disintermedia il rapporto tra manifattura e consumatore, tra servizi e clienti, generando una rivoluzione nella organizzazione sociale che non si ferma solo nei luoghi di lavoro, ma permea la vita quotidiana di tutti i cittadini.

Sul mercato del lavoro diventerà ancora più dirompente il dualismo tra quella che Bob Reich ha definito la “classe creativa” e gli operatori di base della digitalizzazione. Una quota sempre più ridotta di lavoratori sarà portatrice delle competenze innovative capaci di disegnare i processi di trasformazione, mentre una quota crescente di addetti sarà chiamata a svolgere funzioni routinarie in una nuova “catena di montaggio” della digitalizzazione. Poi crescerà il numero delle persone dell’iPad nei processi lavorativi perché non adeguate nemmeno a gestire la parte ripetitiva delle funzioni digitali.

Si pone una drammatica questione di formazione e di riconversione professionale, ancor più grave dal momento che la spesa pubblica non è in grado di accompagnare alla pensione anticipata quella generazione che è stata abituata a svolgere i suoi compiti dentro in modello precedente di organizzazione del lavoro. Non siamo stati in grado, nel corso dei passati decenni, di mettere in piedi una macchina formativa adeguata a gestire queste transizioni così drastiche nel mutamento delle competenze necessarie. Più del 90% degli addetti è stato escluso dai processi formativi che non fossero la cosiddetta formazione necessaria, principalmente attraverso l’addestramento. Ora questo passaggio verso la digitalizzazione richiede un profondo ripensamento sulle competenze indispensabili. La digitalizzazione non è un elemento aggiuntivo che possa fare la differenza. È un fattore abilitante: chi non possiede queste capacità verrà espulso dal mercato del lavoro.

Diventa quindi indispensabile per il sindacato contrattare la riconversione professionale in tempo utile, senza attendere che i cambiamenti nei modelli di organizzazione del lavoro la rendano cogente e probabilmente tardiva.

La digitalizzazione richiede proattività, non reattività. Chi starà in attesa degli eventi, si troverà spiazzato e senza possibilità di ricollocazione.

C’è poi un tema che riguarda l’assetto dei poteri nei luoghi di lavoro. Paesi che hanno già sperimentato la digitalizzazione lo comprendono meglio che da noi. Come scrive Shoshana Zuboff, “la maggior parte delle democrazie liberali ha ceduto la proprietà e la gestione del mondo digitale al capitale privato della sorveglianza, che ormai si contende con la democrazia i diritti ed i principi fondamentali che definiranno il nostro ordine sociale in questo secolo”.

Il capitalismo delle piattaforme cancella i diritti tradizionali del ventesimo secolo e introduce forme di organizzazione del lavoro basate su uno sfruttamento indipendente della manodopera. In qualche modo, esso trova una risposta per i lavoratori inadeguata rispetto alle competenze della digitalizzazione, offrendo loro “lavoretti” di bassa qualità, di bassa remunerazione e senza alcun diritto.

Il meccanismo di creazione del valore disarticola le figure professionali su tre livelli molto distinti:

⁃ i “creativi” che governano i processi;

⁃ gli operatori digitali che stanno nella catena di montaggio delle operazioni ⁃

⁃ i nuovi servi della gleba, che debbono accettare regole del gioco senza alcun tipo di contrattazione

Questa è la sfida che sta nelle mani di imprese e sindacati nei prossimi anni. Una sfida difficile, tutta nuova, alla quale non è possibile dare risposte con l’armamentario culturale del ventesimo secolo.

Andranno scritte nuove regole, dovranno essere definiti nuovi strumenti, serviranno nuovi istituti di relazioni industriali.

Pietro Spirito            

                                                                                                           Prof. Universitas Mercatorum

Categoria: Interventi

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