LA SENTENZA MATZAK E IL SUO IMPATTO SUI CONTRATTI DI LAVORO

La sentenza pronunziata a febbraio scorso potrebbe avere effetti similari nel campo del diritto del lavoro

Ci sono sentenze, emesse dalla Corte di Giustizia dell’Unione Europea (CJEU) in forza della predominanza delle norme europee su quelle nazionali, che modificano completamente il sistema legale dei paesi membri dell’Unione.

Famosa, specialmente tra chi segue lo sport, è la Sentenza Bosman del 1995 con la quale la CJEU, in nome del principio della libera circolazione dei lavoratori all’interno dell’Unione sancito dal Trattato di Roma del 1957, rimuoveva le restrizioni apposte dalle singole Federazioni calcistiche nazionali a tale libera circolazione equiparando totalmente i calciatori nazionali a quelli nati o naturalizzati in altri paesi dell’Unione.

Una nuova sentenza, emessa lo scorso febbraio – Sentenza Matzak – potrebbe avere effetti simili nel campo del diritto del lavoro.

È tipico, specialmente nei Servizi e nel lavoro a turni, che siano richieste in aggiunta al “regolare” orario di lavoro prestato, attività lavorative a chiamata per sostituzioni di assenze dell’ultimo minuto o per altre improvvise ed impreviste esigenze di servizio.

In tali circostanze, la lavoratrice o il lavoratore devono rispondere in tempi ben definiti alla chiamata del datore di lavoro o di un suo incaricato e rendersi disponibili, entro tempi certi, per le citate esigenze.

Lo scorso febbraio, la CJEU si è pronunciata su questo argomento. Nel caso giudiziario che ha portato alla Sentenza Matzak, si è trattata la vicenda di un gruppo di Vigili del Fuoco volontari operanti nella città di Nivelles, a 30 Km da Bruxelles, dove questi svolgevano la loro attività, in aggiunta al regolare impiego, principalmente la sera e nei fine settimana.

Secondo le norme contrattuali, applicate ai Vigili del Fuoco volontari della città, questi pur avendo l’obbligo di essere reperibili a domicilio e recarsi sul posto della chiamata entro 8 minuti, venivano retribuiti solamente in caso di effettiva chiamata mentre non veniva in alcun modo retribuito il tempo trascorso al proprio domicilio in attesa della chiamata stessa.

Per ottenere che tale tempo venisse retribuito, Matzak e alcuni altri Vigili del Fuoco volontari si sono rivolti al sistema giudiziario belga ma il Tribunale nazionale, in sede di appello, ha girato la questione alla CJEU, stabilita in Lussemburgo, per esprimersi secondo le norme Europee.

Il 21 Febbraio 2018, la CJEU ha così emesso la sua sentenza, disponendo che “il vincolo derivante, da un punto di vista geografico e temporale, dalla necessità di raggiungere il luogo di lavoro entro 8 minuti, sono di natura tale da limitare in modo oggettivo le possibilità di un lavoratore che si trovi nella condizione del sig. Matzak di dedicarsi ai propri interessi personali e sociali.”

Sempre secondo la CJEU, “alla luce di tali vincoli, la situazione del sig. Matzak si distingue da quella di un lavoratore che deve, durante le sue ore di guardia, essere semplicemente a disposizione del suo datore di lavoro affinché quest’ultimo possa contattarlo”.

In altre parole, se il dovere di una lavoratrice o di un lavoratore è quello di restare a casa o altrove con l’obbligo di rispondere alla chiamata del suo datore di lavoro e recarsi sul posto richiesto con un breve intervallo di tempo, (in questo caso, otto minuti) ebbene questo deve essere considerato orario di lavoro.

La norma presa a riferimento nella redazione della sentenza è la Direttiva 2003/88/CE del Parlamento Europeo e del Consiglio, del 4 novembre 2003, concernente taluni aspetti dell’organizzazione dell’orario di lavoro che, nell’articolo 2, “definizioni”, disciplina la sola esistenza dell’orario di lavoro e del periodo di riposo, disponendo come il primo sia “qualsiasi periodo in cui il lavoratore sia al lavoro, a disposizione del datore di lavoro e nell’esercizio della sua attività o delle sue funzioni, conformemente alle legislazioni e/o prassi nazionali” mentre il secondo è “qualsiasi periodo che non rientra nell’orario di lavoro”. Poiché tali definizioni, ai sensi della Direttiva stessa, non sono in alcun modo derogabili, ne è conseguita la Sentenza.

Va però notato che la Direttiva presa a riferimento è orientata principalmente al benessere del lavoratore mentre non stabilisce esplicitamente un diritto alla remunerazione ciò nonostante è prevedibile che le ricadute della sentenza saranno su entrambi questi due aspetti, individuazione del monte orario lavorativo annuale e settimanale e remunerazione dello stesso.

Va infine considerato, che lo stringente limite temporale richiesto a Matzak per il suo intervento è ovviamente diverso da quello che viene richiesto nei diversi settori lavorativi interessati ma nonostante questo è indubbio che tale Sentenza avrà un grande impatto e sarà ora dovere delle Organizzazioni Sindacali di ogni paese e categoria interessate quello di ingaggiare le Amministrazioni e i datori di lavoro per regolamentare e retribuire le prestazioni di lavoro svolte in questo regime senza però che questo maggior onere diventi una comoda giustificazione, per tali amministrazioni, per diminuire i livelli di servizio alla cittadinanza.

Direttiva 2003_88 IT
Sentenza Matzak IT

Categoria: Analisi & Studi

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Article by: Giancarlo Saviantoni