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Giusta Transizione è un’espressione, entrata a far parte del linguaggio comune di chi si occupa di cambiamento climatico 

È il risultato dell’incontro tra le istanze ambientaliste e per uno sviluppo sostenibile attento alle istanze sociali sia a livello locale/nazionale che a livello internazionale, con l’impegno del movimento sindacale globale che da anni si batte per la giustizia climatica, rivendicando l’urgenza di decarbonizzare l’economia, ma senza che a pagarne le conseguenze siano i lavoratori e le comunità dipendenti economicamente dalle fonti fossili, sia in Italia che nei paesi impoveriti.

 L’espressione Giusta Transizione riassume in sé l’insieme delle misure per garantire un cambiamento equo verso la sostenibilità, attraverso politiche sociali ed economiche, investimenti sostenibili, promozione di lavoro dignitoso, creazione di posti di lavoro sostenibili, protezione sociale e politiche attive del mercato del lavoro, sostegno al reddito, riqualificazione, dialogo sociale e rispetto dei diritti del lavoro.

 La lotta per la Giusta Transizione ha trovato riconoscimento nelle linee guida dell’OIL – Organizzazione Internazionale del Lavoro – ed è entrata nel Preambolo dell’Accordo di Parigi, in cui le Parti si sono impegnate a tenere conto “dell’imperativo di una Giusta Transizione per la forza lavoro e della creazione di posti di lavoro decorosi e di qualità, in linea con le priorità di sviluppo definite a livello nazionale”.

Negli anni il concetto di Giusta Transizione si è allargato e ha assunto un significato più ampio e trasformativo. L’attuale dibattito sulla Giusta Transizione non si limita alle misure occupazionali nella decarbonizzazione ma allarga la visione per attivare un processo di radicale cambiamento del modello di sviluppo verso un modello economico che tenga conto di tutti gli obiettivi di sviluppo sostenibile e democratico, “ecologicamente sostenibile, equo e giusto per tutti, con l’obiettivo della piena occupazione, in cui tutti i lavori sono sostenibili e dignitosi, le emissioni nette sono azzerate, la povertà è eradicata e le comunità sono fiorenti e resilienti”.

Il perseguimento della Giusta Transizione riguarda l’ambiente, la democrazia, l’accesso all’energia per tutti, il controllo democratico dell’energia e delle reti, la giustizia sociale, i diritti umani, l’equità di genere, la difesa dei diritti delle popolazioni indigene e l’autodeterminazione delle comunità.

 Per raggiungere questi obiettivi di giusta transizione è necessario attivare percorsi democratici e partecipativi con il pieno coinvolgimento di tutta la società civile, delle parti sociali, degli enti locali, delle comunità coinvolte, delle associazioni e dei movimenti impegnati nell’azione per il clima, delle Università e dei ricercatori. Per essere giusta la transizione deve garantire il rispetto dei diritti umani a tutti i livelli.

Nel nostro Paese non è ancora stato fatto niente di concreto per la Giusta Transizione, nel 2017 è stata approvata la SEN (strategia energetica nazionale) con cui il nostro paese ha deciso, giustamente, il phase out del carbone nella generazione elettrica entro il 2025, ma non è stata fatta contemporaneamente una valutazione degli effetti occupazionali di questa decisione.

Il nuovo Governo, in continuità con i precedenti, sta ignorando la questione e non sta attivando percorsi democratici e partecipativi per la definizione di un Piano per la Giusta Transizione, del Piano nazionale clima-energia, previsto dalla Governance europea sull’energia, né di una Strategia per la decarbonizzazione al 2050. Tutti strumenti pianificatori urgenti e necessari per garantire il contributo del nostro paese alla lotta al cambiamento climatico e alla Giusta Transizione.

Sempre in continuità con il passato, anche nei testi ad oggi disponibili della Legge di Bilancio 2019, non c’è una visione sistemica né una previsione degli investimenti necessari per infrastrutture per le energie rinnovabili, digitalizzazione delle reti, efficienza energetica degli edifici, mobilità sostenibile e ricerca e sviluppo in questi settori, mentre si continuano ad assicurare circa 16 miliardi annui di sussidi dannosi per l’ambiente, e alle fonti fossili.

La transizione ecologica può godere del consenso necessario per potersi attuare in una sola generazione, come imporrebbe il cambiamento climatico? Il tema è quanto mai attuale, soprattutto nel settore più arretrato, quello della mobilità e dei trasporti, dopo la clamorosa rivolta dei gilet jaune in Francia. È noto infatti che il motivo scatenante della rivolta francese fosse l’incremento di qualche centesimo dell’accise sul gasolio, carburante più inquinante, per finanziare il bonus acquisto di auto elettriche e l’abbassamento della velocità massima per i veicoli a combustione. A rivoltarsi inizialmente è stato il pendolare delle aree periurbane, quelle non servite dai mezzi pubblici e dalle forme innovative di mobilità condivisa e multimodale: i “condannati” al diesel, né cittadini, né sedentari delle aree rurali. Quelli che il diesel se l’erano acquistato perché sono i mezzi ed è il carburante promosso e fiscalmente meno tassato dalle scelte pubbliche in Francia, come in Italia e Europa. Frutto di scelte politiche e industriali sbagliate di decenni. Cambiarle improvvisamente oggi, con limitazioni e balzelli, in nome della sostenibilità ambientale, ha fatto infuriare: “la transizione ecologica fatela pagare ai ricchi”, a quelli che possono comprarsi un’auto elettrica. Giusto, ma così conserviamo la dipendenza dai diesel, dall’inquinamento, dalla costosissima mobilità proprietaria. La transizione ecologica non si afferma solo attendendo l’innovazione tecnologica che, sotto spinta della globalizzazione, si sta imponendo rapidamente e prepotentemente nelle città del mondo. Si tratta di processi potenti, da comprendere e riconoscere a fondo, al fine di poterli governare per metterli a disposizione di tutti, accessibili a tutti, soprattutto all’utenza debole. Leggiamo allora rapidamente il cambiamento tecnologico e comportamentale in corso nella mobilità e trasporti: non sta cambiando solo il motore (elettrico, a zero emissioni) ma anche i mezzi di trasporto (sempre più adatti allo scopo, Soprattutto connessi(internet delle cose), accessibili e condivisi: posso scegliere di volta in volta il mezzo o il servizio di mobilità disponibile più comodo. Cambiano gli stili di mobilità: la domanda cambia con la vita, si segmenta e si polarizza, c’è chi si muove di meno e chi molto di più, chi si sposta di continuo (“multimobile”), è più attivo e pronto a cogliere più opportunità, è sempre più “intermodale”.

Una parte crescente della popolazione (il 28% in Italia, il 60% a Milano) può permettersi una mobilità sempre meno “proprietaria” e generalmente meno costosa a parità di risultati. I “ricchi”, quelli che possono permettersi un’auto “ecosistema” (come propone Tesla), potranno controllare, con App e tecnologie proprietarie, la mobilità insieme alla produzione di energia rinnovabile, l’accumulo, gli scambi con la rete. Possono “cavalcare” individualmente l’innovazione tecnologica con il telecomando in mano. Tutti gli altri possono farlo solo se si organizzano insieme, grazie a politiche, istituzioni e imprese. Su questo pianeta non ci si salva “da soli”.

Una transizione anche socialmente sostenibile prevede un cambiamento culturale e di stili di vita. Da questo punto di vista le città del mondo, rappresentano laboratori di cambiamento, gli ambiti che per primi hanno saputo cominciare a costruire una mobilità insieme socialmente e ambientalmente sostenibile. Un cambiamento che si alimenta dell’evoluzione tecnologia (zero emissioni, condivisione, innovazione sociale), è capace di governarne le novità creando offerte e sistemi aperti, non si limita a riproporre il mezzo pubblico tradizionale (sempre più costoso e incapace di inseguire la domanda). Una nuova capacità di governo che non si limita a difendere la mobilità debole e lenta (pedonale e ciclabile), ma è capace di ridisegnare in modo partecipato lo spazio pubblico, sottraendolo al parcheggio e alle careggiate, per restituirlo non solo a tutte le forme di mobilità (anche alla nuova micromobilità elettromuscolare) ma anche e soprattutto alla relazione sociale, al mercato (bancarelle e tavolini), al gioco (bambini e adulti), alla conoscenza (turismo e la bellezza), alla fruizione, al verde, ai servizi urbani, per tutti.

La mobilità e il trasporto, l’accesso per tutti a tutti i quartieri della città, è un “bene comune” da amministrare creando norme, leggi, forme di galateo di convivenza delle funzioni cittadine.

Nelle città italiane in cui la mobilità delle persone sta cambiando rapidamente si comincia a considerare, a tutti i livelli, la mobilità come parte delle politiche di welfare: dalla fiscalità nazionale (detrazioni, inclusione nel reddito), alle politiche locali (sconti, servizi) sino alle politiche del lavoro (mobility manager, più recentemente risorse umane e servizi aziendali), della conoscenza (mobility manager universitari o scolastici). L’Università di Catania ha recentemente incluso nell’iscrizione annuale l’abbonamento al TPL locale. Sono ormai centinaia di migliaia gli abbonamenti annuali ai mezzi pubblici di città come Torino, Bologna e Milano pagati o rateizzati su busta paga ai dipendenti pubblici e privati (e famigliari a carico) che godono di esenzione totale dal reddito. Sono centinaia le aziende che associano i dipendenti ai servizi di sharing mobility, rimborsando la spesa per le trasferte. Si cominciano a diffondere servizi di corporate car sharing alternativi alle flotte aziendali o all’uso promiscuo in esclusiva. Speriamo, in prossimo futuro, che tutta la mobilità davvero sostenibile venga riconosciuta dallo stato e dal datore di lavoro come parte del welfare, del servizio pubblico. Le politiche di welfare possono consentire di portare la mobilità sostenibile anche fuori dai grandi centri cittadini, liberare i “condannati al diesel”, arginare la spesa delle famiglie italiane per i trasporti (11% secondo l’Istat, in continua crescita).

Anche la transizione ad una mobilità pulita costa e necessita, per la rivoluzione industriale “verde”, di uno stato imprenditore e innovatore, richiede cioè governi capaci “di visione e “spingere” davvero in direzione dello sviluppo delle tecnologie pulite (condizionando) l’entità degli investimenti. I paesi che portano avanti politiche disorganiche in materia non riusciranno a stimolare gli investimenti in misura sufficiente a modificare la loro “impronta ecologica” e probabilmente le future aziende leader del settore pulite saranno dislocate altrove. (…) Le “spintarelle” (nudge) non bastano per mettere in moto una “rivoluzione verde”. Per diventare matura, una tecnologia ha bisogno di maggiori misure di sostegno finalizzate a preparare, organizzare e stabilizzare un mercato sano. Molti degli strumenti per fare tutto questo sono già in uso in tutto il mondo, ma se strategia, strumenti e tasse non mancano, la risorsa chiave che spesso scarseggia e la volontà politica.

La sostenibilità ambientale e quella sociale non possono che procedere parallelamente, pena la crescita dell’impatto ambientale e l’aumento delle ingiustizie. Non solo, non si improvvisano e nessuno oggi ha la capacità di governare politiche integrate e coerenti senza interlocuzione, dialogo, continuo negoziato sociale. Non usiamo la parola “concertazione”, fonte spesso di immobilismo. Ma non c’è dubbio che la delegittimazione reciproca della politica e dei così detti “corpi intermedi” (locuzione orribile) rende impossibile un cambiamento a costi sociali e ambientali contenuti. Ma la costruzione di interlocuzione, dialogo e negoziato, precondizione di una moderna governance dei processi complessi, non si improvvisa. Si costruisce, si fonda, nelle democrazie su un riconoscimento reciproco e graduale, tra governo e rappresentanze sindacali, si rafforza col tempo, con i risultati acquisiti, accreditando reciprocamente i diversi interlocutori. L’uomo solo al governo, anche con tanti followers, non salva neppure se stesso. Questa è la forza e la fragilità della capacità di governo della sostenibilità: che è la quarta gamba, spesso dimenticata, dello sviluppo sostenibile accanto all’ambiente, il sociale, l’economico.

Categoria: Attualità

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Article by: Marco Manna