La sensazione a più di tre mesi dall’inizio dell’epidemia, poi con irresponsabile e discutibile ritardo dichiarata pandemia dall’OMS, è che non tutti abbiano ancora capito la gravità della situazione.
Il riferimento è anche alla potenza di fuoco mediatico che noi poveri cittadini, costretti a casa, subiamo quotidianamente ad opera dei soliti esponenti del mondo politico, istituzionale e imprenditoriale che, con arroganza e tanta retorica credono di essere non solo convincenti ma anche necessari per gestire il futuro che si dovrà ricostruire.
Un paese libero e democratico si misura anche sulla qualità della informazione. Su tutti i mezzi di comunicazione assistiamo ad una miserabile corsa di tanti apprendisti stregoni per apparire con dichiarazioni spudoratamente circostanziali. Assistiamo a programmi televisivi nei quali, sistematicamente, illustri scienziati provano a spiegarci il motivo del distacco sociale e vengono puntualmente interrotti da “necessarie” pubblicità da mettere in onda. Per non parlare di fastidiosi dibattiti tra personaggi che si reputano esperti ma, di fatto, conoscono solo gli interessi corporativi e credono che chi li ascolta sia cosi stupido da non capire e ricordare.
In tutto questo strazio, un venerdì pomeriggio un uomo vestito di bianco, Papa Francesco, capendo la gravità della situazione, irrompe sui nostri schermi e, nelle sue vesti da Vicario sulla terra di Dio, prima di procedere ad intercedere con il Padre per impartire l’indulgenza plenaria al mondo intero, ci consegna una catechesi sociale senza uguali, prendendo spunto da un racconto del vangelo ambientato su una barca in mezzo al mare nel bel mezzo di una tempesta evidenziando la paura che gli apostoli manifestarono a Gesù.
Il pensiero, a quel punto, si è subito rivolto ai nostri colleghi marittimi, sempre in giro per il mondo, sempre ad affrontare da soli, lontani da qualsiasi affetto, la tempesta di turno per permettere la continuità del 90% del commercio mondiale.
Donne e uomini che, anche se dimenticati o addirittura mai conosciuti, da sempre svolgono la loro attività in silenzio, con la dignità e la consapevolezza dell’importanza del proprio lavoro che gli permette di sostenere le famiglie che li attendono a casa.
E’ notizia di questi giorni che vi sono decine di migliaia di marittimi, di tutte le nazionalità , a cui è vietato il rientro a casa. Addirittura ci sono navi da crociera con a bordo deceduti, ammalati ed infettati dal Covid19 che vagano per i mari in cerca di approdi per poter ricevere cure ed assistenza, uomini e donne abbandonati a loro stessi nella indifferenza totale dei canali di informazione, dei governi, delle istituzioni, della politica e dei corpi intermedi nazionali europei ed internazionali, a dimostrazione dell’invisibilità di questi lavoratori dei trasporti.
Questi lavoratori, che da sempre hanno affrontato circostanze e situazioni lavorative nel più assoluto precariato, si sentono oggi precari anche di fronte ad un diritto riconosciuto per tutti alla vita e alla salute.
L’attività marittima è disciplinata, per lo più, da leggi e norme decise da organismi internazionali, Onu, Ilo ed Imo, che dovrebbero, in teoria, regolamentarne lo svolgimento corretto, equo e dignitoso per tutti. In realtà queste organizzazioni non sono altro che strumenti al servizio di potenti lobby mondiali dell’armamento che gestiscono, con totale arbitrarietà, diritti e salari dei marittimi.
Il settore dello shipping fino all’inizio della pandemia veniva, positivamente, definito globale, ma con l’esplosione dell’emergenza si sta mostrando la vera natura di una globalizzazione che, con regole fittizie e compromessi al ribasso, ha favorito solo la corsa al profitto di pochi soggetti.
Le multinazionali del trasporto marittimo, utilizzando bandiere di convenienza ovvero di Stati con bassissima tassazione e con norme interne praticamente inesistenti, con la complicità degli enti governativi internazionali, hanno determinato invece che una libera, corretta e sana concorrenza in un mercato globale, un disastroso dumping socio/economico mondiale.
L’odissea dei 250.000 marittimi bloccati, che non sanno come raggiungere la propria abitazione o una nave per sostituire colleghi in scadenza di contratto, potrebbe essere risolta, stando alle attuali regole, chiedendo l’intervento, ad esempio, dello Stato di bandiera della nave, nella maggioranza dei casi rappresentato da società di manning/raccomandatari marittimi, molte delle quali italiane, o dello Stato di appartenenza del marittimo imbarcato. Anche in questo secondo caso si tratta sempre di marittimi provenienti da Stati in via di sviluppo ingaggiati da società di manning/raccomandatari marittimi anche italiane. Basta andare sul sito della Itf e stampare il fac-simile di un contratto (Cba o Ibf) per capire di cosa si stiamo parlando.
Ora è il momento dell’emergenza, ci è stato chiesto di stare in casa e ci è stato detto che andrà tutto bene e noi ci crediamo. Ma ci è stato anche promesso che nessuno italiano resterà solo e tutti saranno riportati a casa. Si ha però l’impressione che siamo in mano ad incompetenti e la gestione della nave italiana Costa Diadema ne è la prova.
Non è il momento delle critiche e neanche dei giudizi, che verranno espressi alla fine della emergenza, ma una cosa è certa: nessuno potrà più esimersi da una seria analisi del grado e livello di rappresentanza, pilastro principale per una democrazia partecipativa, necessari, nella malaugurata possibilità di future pandemie, per individuare e risolvere le vere e necessarie esigenze davvero di tutti e non solo di alcuni, come adesso sta accadendo.
Ora è il momento di risolvere il dramma dei nostri marittimi imbarcati sulla Costa Diadema e di tutti quelli imbarcati anche su navi di altre bandiere. E’ necessario che qualcuno intervenga per far ormeggiare la nave in uno dei qualsiasi porti sparsi lungo gli 8.000 km di costa del nostro paese. Gli enti preposti, ministero, comando generale delle capitanerie, presidenti delle Adsp, etc si assumano le loro responsabilità. Non è difficile risolvere il dramma dei nostri equipaggi, anche nel caso molto verosimile di mancanza di competenze, si provi a chiedere al Giappone, magari coinvolgendo anche il Comandante Gennaro Arma o uno dei tanti marittimi italiani.
Ci troviamo a vivere una tragica situazione provocata da persone incompetenti ed autoreferenziali che hanno agito per il proprio interesse. La storia futura inizia da adesso, inizia dalla consapevolezza di tutti dell’importanza nel dare fiducia e mandato a chi poi avrà la responsabilità della ripartenza che, per quando riguarda il mare e le attività collegate, parte dall’ipotesi di ricostituire una flotta nazionale, integrata, magari, in un sistema logistico di trasporti che comprenda gli approvvigionamenti e lo stoccaggio. Per poter dare certezze di scambio al nostro sistema produttivo bisogna riconoscere al lavoro marittimo garanzie e tutele fidelizzanti, magari progressive, utilizzando integralmente strumenti normativi come la legge 30/98 cd registro internazionale, a partire dalla completa applicazione della disciplina del collocamento centralizzato, non escludendo, visto che stiamo vivendo una emergenza sanitaria, la ricostituzione di un sistema di assistenza e di welfare autonomo cosi come era la vecchia cassa marittima poi diventata Ipsema che, in una situazione come quella che ci troviamo ad affrontare, sarebbe stata fondamentale per il settore.
Responsabile Nazionale
FAST Mare -Confsal