FINITA L’EMERGENZA BISOGNA AFFRONTARNE UN’ALTRA

Siamo tutti rimasti coinvolti e sorpresi da una tragedia che sta provocando danni enormi, al momento non quantificabili, sia dal punto di vista umano che socio-economico.

L’attenzione di queste ore è ovviamente rivolta a contrastare e combattere il terrore che sta disseminando questo nemico violento e invisibile che ha già causato tanti, troppi decessi, troppo dolore, in particolar modo a chi ha potuto solo piangere i propri cari senza aver avuta la possibilità di accompagnarli nel loro ultimo cammino nemmeno con una carezza.

Ma ad accompagnare necessariamente questi momenti è anche lo sguardo che dobbiamo dedicare al futuro di medio e lungo termine per trovare le giuste soluzioni ai costi economici e sociali che questa pandemia sta generando per essere pronti e preparati ad affrontare il conseguente periodo di recessione. Credo purtroppo, realisticamente, sia questo il termine che mai avrei voluto usare: RECESSIONE!

Nel frattempo guardiamo, con speranza, alla cosiddetta fase 2, a quella che dovrebbe consentire un minimo di vita normale seppur con le misure di prevenzione da adottare e, nel contempo, soprattutto a  riprendere parte delle nostre attività produttive.

La Task Force appositamente costituita ha il compito di individuare come e quando avrà inizio questa fase di medio termine e certamente individuerà le fasi più a lungo termine.

Accanto a tali difficili scelte organizzative vi sono i processi e le scelte, ancora più difficili e determinanti, della politica e che dovranno riguardare l’economia e il sociale, per spingere la domanda e rilanciare la crescita e supportare i nuovi poveri destinati a crescere.

Le turbolenze, a volte anche scomposte, a cui abbiamo assistito in questi giorni francamente non inducono all’ottimismo e rimango convinto che un’emergenza di tale portata va affrontata necessariamente uniti anziché necessariamente divisi.

Ad oggi, invece, assistiamo ad una finta unità e perfino i tentativi finora posti in essere dagli “esclusi”, sia parti sociali che politiche, non hanno determinato i risultati auspicati, trascurando che quest’ultimi rappresentano anch’essi una parte rilevanti di interessi e quindi trascurando il grave e alto rischio di accentuare il divario fra inclusi ed esclusi.

Oggettivamente, l’unità di azione diventerà l’arma fondamentale per poter affrontare e risollevarci dalle macerie e credo che il cammino intrapreso porterà a questa scelta.

Le prime schermaglie sono già in corso e parte delle divisioni si sono già consumate sia in campo politico che scientifico tant’è che le disposizioni, le scelte e le iniziative adottate finora dal Governo centrale spesso vengono disattese dai Governi territoriali per non parlare delle scelte determinate dal Comitato Tecnico Scientifico troppo spesso motivate e divisi da ragioni scientifiche difformi che generano ansie e timore anziché certezze che, peraltro, allo stato delle cose sembra non ci siano, data la riconosciuta poca conoscenza di questo Coronavirus.

Analogamente, nel mondo, gli stessi Stati hanno adottato misure e scelte, sia in campo sociale che in quello economico, difformi fra loro.

Presto si confronteranno in sede europea i Capi di tutti i governi che la compongono, e sono chiamati a scelte difficili che auspico possano essere determinate e improntate alla ricerca della piena solidarietà per affrontare questo momento difficile per tutti, dove possa prevalere il “noi” anziché “l’io” invece di dividersi tra i sostenitori del Mes e quelli dell’Eurobond.

Non è poi così difficile comprendere che questa epidemia non ha colori e riguardo, colpisce tutti indistintamente, e le differenze sul come affrontarla non devono dividere ma rafforzare l’unità di intenti!

Quali le conseguenze di queste scelte? E’ difficile dare una risposta plausibile, più facile la domanda sul come utilizzare le risorse economiche che derivano da queste scelte che, senza se e senza ma, andrebbero realisticamente indirizzate innanzitutto al sostegno di chi ha perso o perderà il lavoro e a chi il lavoro lo genera, mettendo al “centro la persona” che non a caso sono alcuni degli obiettivi programmatici rilanciati, in tempi non sospetti, dalla nostra Confsal di cui oggi, e solo oggi, se ne appropriano in tanti!

E ciò comporterebbe un cambio di passo verso quelle riforme tante auspicate e mai realizzate a cominciare ad esempio dalla semplificazione della burocrazia che consentirebbe a tanti Enti e Aziende, pubbliche e private, locali e nazionali, di liberare le risorse economiche destinate allo sviluppo.

Il modello Genova insegna pur qualcosa!

E Anas, fra i tanti, ne è un esempio essendo una delle prime stazioni appaltanti del Paese; liberare le risorse economiche, e parliamo di tanti miliardi di euro, da lacci e lacciuoli, significa far ripartire le infrastrutture che da sempre rappresentano il volano per la crescita economica e sociale di qualsiasi Paese e  garantirne, nel contempo, il livello di monitoraggio, di efficienza e soprattutto il livello di sicurezza ancora una volta minato dal crollo del viadotto di Albiano.   

Il Paese, ad oggi, ha saputo rispondere con grande senso di responsabilità e civiltà alle misure imposte ed è pronto a contribuire al rilancio del nostro bel Paese ma anche consapevole che è giunto il momento delle scelte e del coraggio.

Segretario Nazionale Sada FAST-Confsal

Categoria: Interventi

Article by: Nicola Apostolico