PER CELEBRARE LE DONNE NON DOBBIAMO FESTEGGIARE, MA RIMBOCCARCI LE MANICHE

Non è il momento delle polemiche né della retorica. Non è il momento dell’indifferenza, ma neanche quello delle frasi fatte o delle celebrazioni di rito. Questo 8 marzo arriva ad un anno esatto dalle prime misure restrittive imposte dal governo, a un anno esatto dall’improvvisa e violenta esplosione di una pandemia che ha cambiato la vita di ognuno di noi e che ha, purtroppo, portato alla luce le troppe fragilità del nostro sistema sociale e della nostra organizzazione del lavoro.

La questione femminile che ci è stata prepotentemente sbattuta in faccia dall’emergenza sanitaria in questi ultimi dodici mesi non riguarda le dispute lessicali che hanno tenuto banco negli ultimi giorni, né le recenti risse politiche sulla spartizione delle poltrone. La clausura forzata, le scuole chiuse, il lavoro a distanza, l’assistenza ai bambini e agli anziani, la mancanza di sostegni e l’assenza di una adeguata rete di protezione hanno prodotto effetti concreti, devastanti e ben quantificabili sul nostro tessuto sociale che meritano un’attenzione che dovrà necessariamente traguardare le 24 ore dedicate alla Giornata internazionale della donna.

Tutti conosciamo il tributo incredibile che le donne hanno dovuto pagare con la pandemia. Circa 400mila disoccupate in più sui 600mila posti di lavoro complessivi distrutti dal virus. Già questo basterebbe a dimostrare il fallimento del nostro modello culturale, politico, ed economico, così attento a pesare le parole e così disattento alla vita reale, dove le donne sono ancora costrette a dover fare sacrifici enormi per conciliare il lavoro con la famiglia. Ma c’è di più. Perché l’Ufficio studi dei Consulenti del lavoro solo un paio di giorni fa ci ha rivelato che il calo della forza lavoro femminile in Italia è stato del 4,2%, esattamente il doppio della media europea del 2,1%. Intervenire è un dovere, non un’opzione.

Ma ancor prima di leggi e contratti, servirà un cambiamento di prospettiva di vita. Il gap che ci divide dall’Europa non potrà essere colmato con imposizioni dall’alto, ma con una rivoluzione dal basso. Che porti ad una vera condivisione dei compiti familiari, che coinvolga allo stesso modo uomini e donne. Non bisogna avere paura del tempo passato ad allevare, a crescere. E’ un tempo prezioso, per noi e per i nostri figli. E’ un investimento sulle future generazioni. Generazioni che dovranno ridisegnare, ma lo stanno già facendo, un modello di società e di famiglia che è ormai superato dai fatti e non ha più alcuna ragione di esistere.

Lo Stato dovrà fare la sua parte. Dovrà mettere le famiglie nella condizione di crescere e svilupparsi senza vincoli o sacrifici. La cura dei propri cari non dovrà richiedere rinunce o ritardi nella realizzazione delle aspirazioni individuali, dei talenti, delle ambizioni. Ma dobbiamo ricordare che i cambiamenti devono essere prima compresi e poi promossi dalla società nella sua interezza. Si deve partire sempre da una presa di coscienza condivisa, sia delle specificità che delle differenze.

La parità di genere è un fattore di arricchimento, non di impoverimento, è un principio da seguire nella vita sociale e in quella lavorativa sia per motivi etici sia per motivi pratici. Aumenta il livello di civiltà di un Paese, ma anche la produttività di un’azienda e l’avanzamento delle arti e delle scienze. I giovani lo sanno e stanno già andando in quella direzione. Ma è necessario accelerare il processo. E mai come ora, che ci troviamo a ripartire dalle macerie, è il momento giusto. Dobbiamo rimboccarci le maniche per accompagnarli verso la costruzione di modelli che includano e comprendano tutte le potenzialità e tutte le risorse, nessuno escluso. Ne ha bisogno il mondo. Ne abbiamo soprattutto bisogno noi.

Categoria: Attualità

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Article by: Roberto Faranda