Quando si parla di pensioni, non si può non pensare alla manovra che ad oggi non è stata ancora ben definita e pertanto nell’approvazione della legge di bilancio potrebbero essere modificate, in sede Parlamentare, le norme previste nel Consiglio dei Ministri.
La stessa perequazione stabilita il 9 novembre, quando il ministro dell’economia Giancarlo Giorgetti firmò il decreto con il quale disponeva l’ adeguamento del 7,3% dei trattamenti pensionistici, un importo calcolato sulla base dell’inflazione certificata a sua volta dall’Istat, potrebbe essere modificata con i dati dei mesi di novembre e dicembre 2022, nei quali si può ipotizzare un tasso d’inflazione almeno pari al 10%, cosi come viene percepito dai consumatori.
Le pensioni in ogni caso aumenteranno, ma non tutte mediante l’applicazione della stessa percentuale del tasso d’inflazione. La bozza della manovra prevista dalla legge di bilancio 2023 definisce, almeno allo stato delle cose, un adeguamento progressivo dei trattamenti pensionistici all’inflazione, basato su una divisione in sei fasce di reddito. Questo è il primo cambiamento sostanziale previsto dal nuovo governo, infatti nel 2022 le fasce di reddito sulle quali insistevano gli adeguamenti perequativi erano solo tre:
- 100% dell’inflazione per le pensioni di entità economica fino a 4 volte il trattamento minimo;
- 90% dell’inflazione per le pensioni di entità economica compresa tra 4 e 5 volte il trattamento minimo;
- 75% dell’inflazione per le pensioni di entità economica superiore a 5 volte il tratta mento minimo.
Gli aumenti progressivi per l’anno 2023 calcolati sull’inflazione
Il governo, con la nuova manovra di bilancio, ha deciso per una strutturazione degli adeguamenti perequativi su sei fasce di reddito (e non più tre), per le quali si prevede una diversa indicizzazione: a beneficiare, in termini percentuali, della novità saranno le pensioni più basse.
Ogni fascia di reddito vedrà quindi una rivalutazione, che decresce percentualmente al crescere dei trattamenti pensionistici percepiti:
Le pensioni minime usufruiranno nell’anno 2023 di una rivalutazione maggiorata dell’8,8% che salirà poi al 10% per l’anno 2024. Quindi nel 2023 in trattamenti pensionistici minimi saliranno di 46 euro netti, superando pertanto i 570 euro. Nel 2024 poi il loro valore arriverà a circa 580 euro;I trattamenti pensionistici contenuti entro 4 volte il trattamento minimo INPS (Euro 2.100 euro lordi massimo): rivalutazione al 100%, cioè il 7,3%, percentuale stabilita dal Ministero su base dell’inflazione calcolata dall’Inps;
- I trattamenti pensionistici compresi tra 4 e 5 volte il trattamento minimo INPS usufruiranno di un adeguamento pari all’80%;
- I trattamenti pensionistici compresi tra 5 e 6 volte il trattamento minimo INPS usufruiranno di un adeguamento pari al 55%;
- I Trattamenti pensionistici compresi tra 6 e 8 volte il trattamento minimo Inps usufruiranno di un adeguamento pari al 50%;
- I trattamenti pensionistici compresi tra 8 e 10 volte il minimo Inps usufruiranno di un adeguamento pari al 40%;
- I trattamenti pensionistici superiori a 10 volte il minimo Inps usufruiranno di un adeguamento al 35%
Resta inteso che a queste percentuali di rivalutazione bisogna sottrarre il 2% già anticipato da ottobre 2022
Diritto alla quiescenza con Quota 103: di che si tratta, come funziona e cosa comporta
Nella bozza del governo, finanziata sostanzialmente dai risparmi ottenuti con la riduzione degli adeguamenti pensionistici legati al tasso inflattivo, è stata prevista anche “Quota 103”, una misura che consentirebbe, se approvata in sede di conversione in legge dal Parlamento, di lasciare il lavoro ed accedere alla quiescenza alle lavoratrici ed ai lavoratori che abbiano compiuto 62 anni e che abbiano versato almeno 41 anni di contributi. Parimenti il governo ha anche previsto una serie di incentivi, in via di definizione, per coloro che dovessero decidere invece di spostare in avanti il momento del pensionamento.
Infatti, per coloro che decideranno di non andare in pensione nel 2023, pur in possesso di tutti i requisiti di Quota 103, sarà garantito un bonus del 9,19% in busta paga, che corrisponde alla quota di contributi che altrimenti sarebbe dovuta essere versata all’Inps. Questa forma d’incentivazione persegue l’obiettivo di spingere le lavoratrici ed i lavoratori a continuare l’attività lavorativa pur essendo in possesso dei requisiti, al fine da limitare il più possibile la platea di coloro che anticipano l’uscita dal mercato del lavoro e ridurre così la spesa pensionistica. Il riconoscimento della misura non è automatico, ma è il lavoratore che deciderà, nei termini e nei modi che saranno definiti, di usufruirne o no. Questa nuova modalità di accesso alla quiescenza varrà solo per il 2023, in quanto per il 2024 la maggioranza di governo si propone di modificare strutturalmente l’impianto della legge Fornero.
In ragione della scarsità delle risorse economiche disponibili e al fine di contenere nel novero dei circa 50.000 tra lavoratrici e lavoratori che potranno usufruire di quota 103, il governo ha posto anche il vincolo sull’importo massimo della pensione liquidata che non potrà superare il limite dei 5 volte l’assegno minimo INPS, compresa quindi tra gli euro 2.670,00 e euro 2.850,00, in ragione di quanto sarà modificato l’assegno minimo INPS. Il vincolo impedirà sicuramente alla classe medica, questo potrebbe essere uno dei motivi fondanti che hanno ispirato la norma oltre alla scarsità delle risorse economiche disponibili, di accedere alla quota 103. Saranno esclusi da questa possibilità di accedere alla quiescenza ovviamente anche le lavoratrici ed i lavoratori collocati nei parametri più alti dei rispettivi CCNL.
Al fine di contenere ulteriormente le spese sarà prevista, questo almeno si dice, una finestra d’uscita e pertanto le prime quiescenze dovrebbero avere inizio ad aprile 2023.
Opzione donna, nuovi requisiti 2023
Opzione donna introdotta per la prima volta con la legge 234/2004, prorogata più volte, ha permesso alle lavoratrici dipendenti con 58 anni di età e 35 anni di contributi ed alle lavoratrici autonome con 59 anni di età e 35 anni di contributi di accedere ai trattamenti pensionistici in anticipo sulle norme previste, pur in presenza di decurtazioni congrue sull’entità economica delle pensioni, atteso che in questo caso le stesse venivano calcolate interamente con il sistema contributivo.
Anche per il 2023 il governo ha previsto di estendere questa possibilità, pur prevedendo nuove limitazioni: l’età viene innalzata da 58 a 60 anni per le donne senza figli, mentre per le donne con un figlio l’età scenderebbe a 59 anni di età, con due o più figli l’età prevista sarà prevista a 58 anni, resta inalterato il limite contributivo di 35. Anche per questa tipologia d’uscita resta tutto da definire, in quanto esistono ipotesi che oltre ai limiti di età e di contributi, al fine di ridurne drasticamente il numero d’accesso, si possano prevedere ulteriori limitazioni legate a condizioni d’invalidità o presenza di stato di crisi nelle aziende di appartenenza.
Resta in ogni caso il sistema di calcolo contributivo intero per i trattamenti pensionistici che comporta perdite del 20/30% sull’entità economica delle pensioni.
Ape sociale sino al 31/dicembre/2023
Verrà prorogata fino al 2023 la sperimentazione sull’Ape sociale, per questa tipologia di lavoratrici/lavoratori non dovrebbero esserci modifiche, resterebbero quindi le quattro le platee previste:
- lavoratrici/lavoratori che hanno esaurito la disoccupazione indennizzata;
- invalidi con almeno il 74% d’invalidità riconosciuta;
- Caregivers;
- Lavoratrici/lavoratori addetti alle cosiddette mansioni gravosi