TRASPORTI, INVECE DI RIDURRE LE ORE DI SCIOPERO RIDUCIAMO I CONTRATTI

Le prospettive dell’economia italiana si fanno più incerte. Se per l’anno in corso, come si legge nell’ultimo bollettino di Bankitalia, la crescita è stimata invariata all’1,3%, nel 2024 infatti il dato è stato modificato al ribasso, allo 0,9%, mentre nel 2025 la crescita del Prodotto Interno Lordo si attesterà all’1%.

Una dinamica su cui pesano il calo degli investimenti privati e la contrazione dell’attività manifatturiera, dovuta all’indebolimento del ciclo industriale a livello globale. Ma a preoccupare di più non è la congiuntura, anche perché l’Italia su crescita e occupazione si sta dimostrando tutto sommato più resiliente delle grandi economie europee, bensì le criticità che il Paese si porta appresso da anni e su cui la soluzione non sembra all’orizzonte. La prima è quella segnalata nel rapporto annuale dell’Istat, che fotografa un’Italia che vive divari sempre più ampli tra territori, generi e, soprattutto, generazioni.

Ragazzi e ragazze mostrano i livelli più bassi in Europa per gli indicatori di benessere. Quasi uno su due ha almeno un segnale di deprivazione e circa uno su cinque, nella fascia di età tra i 15 e i 29 anni, rientra tra i Neet che non studiano, né lavorano, né sono impegnati in percorsi di formazione. Le opportunità di realizzazione delle aspirazioni di una larga parte di giovani, secondo il rapporto, vengono compromesse dalla precarietà e dalla frammentarietà delle esperienze lavorative e dalla scarsa mobilità sociale.

L’ascensore sociale si è bloccato e lo dimostra un meccanismo chiamato la “trappola della povertà” che studia la trasmissione delle difficoltà economiche di padre in figlio. In termini tecnici, quasi un terzo degli adulti a rischio di povertà ha genitori che, quando erano ragazzi di 14 anni, versavano in cattive condizioni finanziarie. A questo si aggiunge il dramma della denatalità. L’età media delle neo-mamme al parto ha raggiunto quasi 32 anni e mezzo, uno in più rispetto al 2010 e il numero medio dei figli è sceso a 1,24 nel 2022 (in Francia è 1,80). Anche le nascite sono calate, lo scorso anno, fino a finire, per la prima volta, al di sotto di quota 400mila.

La seconda questione riguarda il lavoro e si collega al dibattito in corso in queste settimane. Nell’ultimo rapporto sulle Prospettive dell’Occupazione 2023 l’Ocse riconosce che “i mercati del lavoro hanno dato prova di una notevole resilienza nell’ultimo anno e restano tonici, malgrado l’elevata inflazione e l’aumento del costo della vita abbiano eroso i redditi reali”. Quanto ai salari, però, il nostro Paese registra il calo più significativo tra i big globali. “Alla fine del 2022 – avverte l’Ocse – i salari reali erano calati del 7% rispetto al periodo precedente la pandemia. La discesa è continuata nel primo trimestre del 2023, con una diminuzione su base annua del 7,5%. Si prevede che torneranno a crescere del 3,7% nel 2023 e del 3,5% nel 2024, mentre l’inflazione dovrebbe attestarsi al 6,4% nel 2023 e al 3% nel 2024”.

A pesare, secondo l’Organismo internazionale con sede a Parigi, sono principalmente i significativi ritardi nel rinnovo dei contratti collettivi (oltre il 50% dei lavoratori italiani è coperto da un contratto scaduto da oltre due anni)” che – sottolinea l’Ocse – rischiano di “prolungare la perdita di potere d’acquisto per molti lavoratori”. Sui contratti di lavoro, ha spiegato l’economista dell’Ocse, Andrea Garnero, la prima annotazione è che “vengono rinnovati con più lentezza” che altrove, anzi “l’Italia è uno dei Paesi più lenti. In Francia i contratti si rinnovano ogni anno, in Germania ogni due anni. In Italia le regole prevedono un rinnovo ogni tre anni” e il ritardo “viene amplificato dal fatto che in Italia, unico tra i Paesi Ocse che conosco, i contratti non vengono rinnovati alle scadenze previste. Ad aprile, il 50% dei lavoratori, il 42% nel privato, avevano un contratto scaduto da oltre due anni. In categorie importanti, come il commercio, il contratto è scaduto dal 2019 e da allora è successo di tutto”.

E’ in questo scenario, davvero poco confortante, che bisogna inserire il recente braccio di ferro tra governo e sindacati che ha riaperto la mai risolta questione in Italia del diritto di sciopero.
Cambiano i ministri, cambiano i partiti di governo, cambiano i componenti della commissione di garanzia sul diritto di sciopero nei servizi pubblici essenziali, ma l’attacco al diritto di sciopero continua inesorabilmente!

Con l’immancabile ipocrisia. Tutti coloro che di fatto mettono in discussione il diritto di sciopero iniziano i loro interventi spiegando che è un diritto costituzionalmente garantito, che non va toccato, che è sacrosanto e bla, bla, bla, però…

Dopo quel “però” si inizia a parlare dell’altrettanto costituzionale e sacrosanto diritto alla mobilità, che nessuno mette in dubbio ma che troppo spesso maschera l’intenzione di fare in modo che le aziende non subiscano troppi danni dallo sciopero. Cosa che non è assolutamente garantita dalla Carta Costituzionale.

Il sospetto che questo sia il vero motivo degli interventi sulle mobilitazioni dei lavoratori diviene certezza quando si fa prevalere il diritto alla mobilità rispetto al quello di sciopero, pur sapendo che la legge sul diritto di sciopero nei servizi minimi essenziali tiene ben conto delle necessità dei passeggeri e che oltre alle norme ci sono spesso anche accordi di autoregolamentazione fra le parti volti proprio a contemperare il rispetto dei due diritti costituzionalmente garantiti.

La legge 146/1990 e s.m.i. infatti, rappresenta un importante strumento normativo che regola l’esercizio del diritto di sciopero nei servizi pubblici essenziali, ponendo particolare attenzione alla salvaguardia dei diritti della persona. È fondamentale sottolineare che tale legge non si occupa della tutela degli interessi economici delle singole aziende, ma mira a garantire la continuità dei servizi indispensabili per la collettività. Nell’attuale contesto in cui operano anche attori privati nel settore dei servizi pubblici essenziali, è necessario adottare regole che coinvolgano in maniera generale l’intero comparto del trasporto ferroviario. Questo perché le prestazioni indispensabili devono essere individuate considerando l’offerta commerciale presente sul mercato e la disponibilità dei servizi alternativi.

Questo implica la definizione di criteri chiari e oggettivi per individuare i servizi essenziali, quelli alternativi e l’adozione di misure idonee a garantirne la continuità anche durante lo svolgimento di uno sciopero. In conclusione, è fondamentale trovare un equilibrio tra il diritto di sciopero nei servizi pubblici essenziali e il diritto alla mobilità dei cittadini. In quest’ottica la legge 146/1990, che rappresenta un punto di riferimento importante e imprescindibile, deve essere adattata al nuovo scenario e alle nuove dinamiche del settore, dove si è ormai consolidata una forte presenza di attori privati e dove si è registrato un considerevole aumento dell’offerta a disposizione dei viaggiatori. Fattori che consentono di garantire la necessaria continuità dei servizi indispensabili per la collettività in maniera molto più agevole e meno restrittiva per le iniziative di protesta dei lavoratori di quanto fosse in passato.

Sulla base di questi presupposti, abbiamo accolto con stupore e rammarico la decisione del Ministro dei Trasporti Matteo Salvini di intervenire a gamba tesa nelle dinamiche relazionali e di lotta tra le Organizzazioni Sindacali e le principali Imprese Ferroviarie del nostro Paese, emettendo un’ordinanza di precettazione che ha dimezzato le ore di uno sciopero proclamato – ovviamente – nel pieno rispetto delle regole e con i tempi previsti dalla legge.

Anche Salvini, purtroppo, ha voluto far precedere il suo annuncio in merito al dimezzamento dell’azione di lotta fuori tempo massimo dalla frase, ormai abusata da tutti, siano essi politici o giornalisti, “pur rispettoso del diritto di sciopero”. Sembra che la sua preoccupazione fosse quella “di lasciare a piedi un milione di italiani in un mercoledì di luglio”. Un timore che possiamo anche riconoscere legittimo, ma che è sopraggiunto solo a poche ore dallo sciopero e non quando l’iniziativa è stata proclamata, più di un mese prima.

Detto questo, apprezziamo il dichiarato intento del Ministro di farsi garante nella ricerca di trovare soluzioni alle vertenze in atto. Anche se in generale, riteniamo che se qualcuno urla di dolore, il buon medico interviene sulla causa, cercando una cura, non tappando la bocca al sofferente per non sentire i suoi lamenti. Crediamo, cioè, che l’azione d’impulso al dialogo tra le parti, importante e preziosa prerogativa di un ministro, sia tanto più valida ed efficace quanto più sia tempestiva. E viceversa.

Cogliamo l’occasione per ricordare, prima a noi stessi, che parliamo di un settore in cui, a causa dell’incoerenza contrattuale – quattro contratti nazionali e una miriade incalcolabile di contratti aziendali – è palpabile il rischio di dumping o, comunque, di assenza di pari condizioni tra lavoratori, oltre al danno per le imprese stesse che si fanno concorrenza non già con l’offerta di un prodotto migliore, ma con il restringimento delle prerogative dei propri dipendenti.

Quindi, certi che dovremmo anche affrontare nel dettaglio la materia del diritto di sciopero, auspichiamo che il Ministro tenga sotto pressione i tavoli negoziali e non persegua il vecchio adagio, lontano dalla sua cultura, del “passata la festa, gabbato il Santo!”.

Categoria: L'Editoriale

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Article by: Pietro Serbassi