di Spartaco Stagnetti*
Venerdì 8 novembre si è consumato l’ennesimo sciopero degli autoferrotranvieri per il rinnovo del contratto. Uno sciopero senza fasce, che non si faceva da ben 20 anni, e chi scrive ricorda bene quello sciopero. Al governo c’era un certo Silvio Berlusconi. Fu indetto prima del periodo natalizio e in molte città non vi fu la ripresa pomeridiana del servizio. Quel rinnovo avvenne perché il governo di allora trovò le risorse aggiungendo un’accisa sul costo della benzina. Erano altre ere geologiche lavorative, chiamiamole così.
Lo sciopero di ieri, molto partecipato, ha strappato un tavolo al Ministero dei Trasporti con la compagine governativa, che tenterà di far parlare nuovamente sindacati e parti datoriali. Vedremo nei prossimi giorni cosa produrrà. Questo articolo, però, non vuole essere una critica allo sciopero, che è un diritto sacrosanto di chi lavora, e le battute del Ministro le lasciamo cadere nel vuoto, visto che, forse non lo sapeva o non era stato informato, il 30% dei mezzi ha circolato, seppur in “modalità sciopero senza fasce” nelle fasce garantite dalla legge. Il mio intento è invece criticare quei lavoratori un po’ smemorati che hanno prestato, nuovamente, il fianco a chi, negli anni, non li ha difesi né sul piano salariale né su quello lavorativo.
Tutto è scaturito da una foto che ho visto girare sui profili social di una delle sigle sindacali. Sorvolo sul fatto che i social ci impongano di vivere nell’istantaneità e non ci permettano un’analisi più profonda di quello che leggiamo, ma quella foto ritraeva un lavoratore con un cartello che recitava: “Più equità per l’Allegato A”. Mi ha colpito molto. Ma come si può issare quel cartello nella manifestazione di chi ha sottoscritto l’accordo sull’allegato A? Eppure, chi lo teneva non era un neoassunto; almeno, se lo fosse stato, ci sarebbero state attenuanti generiche che potevano difenderlo. Questo lavoratore non sa, o fa finta di non sapere, che un manipolo di pirati, passatemi il termine, è riuscito a farsi riconoscere ciò che chiedeva: il giusto inquadramento all’interno del CCNL. E per non parlare degli autisti. Come si può accettare di scioperare con chi è stato complice, assieme alla parte datoriale, nel peggioramento dei turni di lavoro?
Certo, il malessere è grande tra la categoria: non si arriva a fine mese, i salari sono stati erosi dalla fiammata di inflazione post-pandemica ed è difficile far quadrare i conti familiari. E pensare che fino a due lustri fa era un lavoro ambito, il nostro. Ora, l’autista non lo vuole fare più nessuno. Provate voi a guidare per le strade trafficate di Roma, Napoli o Milano, e sono puerili le scuse di qualche amministratore delegato che scarica sui giovani, sempre loro, la responsabilità di non avere voglia di lavorare durante il weekend! Oppure provate voi a passare 6 ore del vostro tempo in galleria, su e giù per i binari di una metropolitana, con i passeggeri che fanno gare di salto in lungo al suono del campanello di chiusura delle porte della carrozza. Oppure rischiate ogni giorno di essere aggrediti da qualche passeggero.
E allora mi chiedo: perché hanno scioperato questi lavoratori? Una risposta me la sono data: hanno scioperato perché non hanno memoria. È così. È un vizio italico, avere—o non avere, scusate—memoria. Ecco spiegato il motivo. Come si fa a scendere in piazza con chi ha avallato ogni peggioramento delle nostre vite? Come si fa a credere ancora a questi signori (?) che, nei servizi dei telegiornali, chiedono il rispetto dei lavoratori, di diminuire i carichi di lavoro e poi firmano sugli accordi il contrario? Come si fa, mi chiedo. Ne abbiamo vissuti di rinnovi di contratti e abbiamo sempre visto peggiorare le nostre buste paga. Vogliamo parlare dell’accordo sulla malattia del 2005, dove è stato introdotto il cd comporto in 42 mesi, mentre in altri settori i mesi sono inferiori? Eppure siamo una categoria di lavoratori gravosi, e invece di tutelarci, ci danno le mazzate. E noi partecipiamo ai loro scioperi.
Per carità, siamo in un Paese libero e democratico, “partecipazione è libertà”, cantava Gaber, però essere presi per i fondelli no. Non si può continuare a infilare la testa sotto la sabbia solo per ricevere prebende, perché alla fine, con la testa sotto la sabbia, non ci si accorge dei paduli che possono colpire la parte esterna.
Lavoratori, svegliamoci prima che sia troppo tardi. Non possiamo continuare ad avallare questo sistema fallimentare fatto di rinnovi a perdere e accordi aziendali peggiorativi.