Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) aveva acceso speranze mai viste per il settore ferroviario italiano. La promessa era chiara: modernizzare la rete, potenziare le tratte strategiche, ridurre i divari territoriali e, non ultimo, rendere il trasporto ferroviario una scelta competitiva e sostenibile per passeggeri e merci. Eppure, a quasi tre anni dall’avvio di questa grande operazione, ci troviamo a fare i conti con una realtà fatta di progressi tangibili, ritardi preoccupanti e, soprattutto, un tempo che corre più veloce dei treni che si vorrebbero costruire.
La Missione 3 del PNRR dedicata alle infrastrutture per una mobilità sostenibile aveva tracciato un percorso ambizioso, destinando oltre 22 miliardi di euro al settore ferroviario. Progetti come la Napoli-Bari, il Terzo Valico dei Giovi, la Palermo-Catania-Messina e il potenziamento della linea Venezia-Trieste rappresentano l’asse portante di una visione che mira a trasformare il nostro Paese in un hub connesso e sostenibile. Fin qui, il sogno sembra intatto. Ma a uno sguardo più attento, emergono alcune crepe che rischiano di minare l’intero edificio.
Partiamo dai successi. Non si può negare che alcuni progetti siano a buon punto. La linea Brescia-Verona, ad esempio, è già operativa, e il Terzo Valico dei Giovi è vicino al completamento, con l’apertura prevista nel 2025. Anche i cantieri della Napoli-Bari stanno avanzando con un ritmo che fa ben sperare: il completamento è previsto entro il 2026, e alcune tratte sono già operative. Tuttavia, questa narrativa positiva si ferma qui.
Molti altri interventi sono in ritardo. L’Alta Velocità tra Salerno e Reggio Calabria è ancora in fase progettuale, con lavori appena avviati e scadenze che sembrano irrealistiche. Anche la linea Palermo-Catania-Messina, un progetto cruciale per la Sicilia, procede a rilento: l’avanzamento varia tra il 40% e il 60%, e il completamento potrebbe slittare oltre il 2027. Altri progetti, come l’intermodalità nei nodi logistici e l’elettrificazione di alcune tratte regionali, sono vittime di una burocrazia che sembra fatta apposta per rallentare ogni progresso.
La critica più forte che si può muovere riguarda l’incapacità di molte istituzioni di gestire un piano così complesso. Il PNRR ha imposto tempi stretti, e la macchina amministrativa italiana, purtroppo, non è famosa per la sua efficienza. Gare d’appalto lunghe e intricate, permessi ambientali che richiedono mesi, se non anni, per essere approvati, e una visione frammentata delle priorità sono solo alcune delle zavorre che rallentano il passo.
Non possiamo poi ignorare un problema strutturale: il mancato coinvolgimento di tutte le parti interessate, dalle comunità locali alle associazioni di vario genere. Molti progetti vengono calati dall’alto, senza un dialogo reale con chi vive e lavora nei territori coinvolti. Questo genera resistenze e incomprensioni che si traducono in ulteriori ritardi. La sensazione è che, troppo spesso, il PNRR sia visto come un elenco di opere da completare per rispettare scadenze europee, piuttosto che come un’opportunità per ripensare davvero la mobilità del Paese.
E allora, cosa fare? Una proposta chiara è quella di snellire gli iter autorizzativi, affidandoli a task force dedicate e dotate dei poteri necessari per sbloccare i cantieri. Ma non basta. Serve un piano di monitoraggio trasparente e accessibile, che permetta ai cittadini di capire dove e come vengono spesi i soldi pubblici. La fiducia si costruisce con la trasparenza, non con i proclami.
Occorre poi una maggiore attenzione alla manutenzione ordinaria della rete esistente. Negli ultimi anni, il trasporto ferroviario italiano ha sofferto di disservizi che non si possono spiegare solo con il volume del traffico. Se vogliamo costruire nuove linee, dobbiamo prima assicurarci che quelle esistenti funzionino in modo efficiente e sicuro. Qui entra in gioco il ruolo fondamentale di RFI, che deve mettersi nelle condizioni di operare con risorse adeguate e obiettivi chiari.
Infine, c’è il tema della sostenibilità sociale. Dietro ogni grande opera ci sono lavoratori che, troppo spesso, operano in condizioni difficili e senza le tutele necessarie. Il PNRR non è solo un progetto infrastrutturale: è anche una promessa di equità e sviluppo per tutti. Dobbiamo garantire che questa promessa venga mantenuta.
La lunga corsa verso il futuro ferroviario italiano è tutt’altro che terminata. Forse il traguardo è ancora lontano, ma questo non significa che dobbiamo fermarci. Al contrario, è il momento di accelerare, di correggere gli errori e di lavorare con determinazione per trasformare il sogno del PNRR in una realtà di cui tutti possano andare fieri. Il tempo stringe, ma la posta in gioco è troppo alta per permetterci di fallire.