PRIVATIZZARE LE FERROVIE: UNA CORSA A PERDERE PER LO STATO E I CITTADINI

C’è un tema che si ripropone ciclicamente nel dibattito pubblico italiano: la privatizzazione delle infrastrutture ferroviarie. Dietro al linguaggio tecnico e alle promesse di efficienza, si nascondono rischi enormi per i cittadini e per il Paese. L’ultimo capitolo di questa lunga storia riguarda la possibilità di adottare il modello “RAB” (Regulatory Asset Base), un meccanismo che promette di attrarre investimenti privati nella rete ferroviaria nazionale. Ma a quale prezzo?

Il modello RAB è già stato applicato in altri settori, come quello energetico e idrico, con risultati tutt’altro che confortanti. Il principio è semplice: garantire ai privati una remunerazione stabile e sicura del capitale investito, indipendentemente dai risultati ottenuti. A prima vista, può sembrare una soluzione intelligente per finanziare infrastrutture costose senza gravare direttamente sul bilancio dello Stato. Ma la realtà è ben diversa: questo sistema trasferisce il rischio economico dalla parte privata a quella pubblica, lasciando i profitti ai privati mentre le eventuali perdite ricadono sui cittadini.

Un esempio lampante di questo meccanismo fallimentare è rappresentato dal Regno Unito, dove negli anni Novanta venne attuata una privatizzazione radicale del sistema ferroviario. La rete infrastrutturale fu affidata a una società privata, Railtrack, con l’obiettivo di migliorarne l’efficienza e ridurre i costi per lo Stato. Il risultato fu disastroso: carenze di manutenzione, aumento degli incidenti e, infine, il fallimento della stessa Railtrack, con un enorme costo per i contribuenti britannici. Alla fine il governo dovette riprendere il controllo della rete, ma solo dopo aver pagato un prezzo altissimo sia in termini economici che di sicurezza.

Nonostante questi precedenti, il modello RAB continua a essere presentato come una panacea per i problemi del settore ferroviario. Anche in Italia la proposta si affaccia con insistenza, alimentata dalla retorica secondo cui lo Stato non sarebbe in grado di gestire in maniera efficiente le proprie infrastrutture. Una narrazione falsa e pericolosa. Le ferrovie italiane, pur con i loro limiti, hanno rappresentato un esempio virtuoso di investimento pubblico, incarnando il concetto di monopolio naturale tipico delle public utility. Come evidenziato da economisti del calibro di Luigi Einaudi, queste infrastrutture strategiche devono rimanere sotto il controllo pubblico non per questioni ideologiche o di principio, ma perché è il modo migliore per garantire un servizio equo, efficiente e sostenibile per tutti i cittadini. Basti pensare alla rete ad alta velocità, una delle più avanzate al mondo, realizzata interamente grazie a risorse dello Stato e oggi considerata un asset strategico per il Paese.

Il rischio, ora, è che si torni indietro, abbandonando una visione di lungo termine in favore di guadagni immediati per pochi. Privatizzare le infrastrutture significa consegnare nelle mani di soggetti privati il controllo di un settore cruciale per lo sviluppo economico e sociale dell’Italia. Significa mettere a repentaglio la capacità dello Stato di garantire un servizio efficiente, sicuro e accessibile a tutti. E significa, soprattutto, venire meno alla tesi condivisa da tutti secondo cui le infrastrutture strategiche del Paese devono rimanere sotto il controllo pubblico.

Un aspetto da non sottovalutare riguarda le tariffe e la qualità del servizio. Quando le infrastrutture vengono privatizzate, l’obiettivo principale diventa il profitto, spesso a scapito degli utenti. Tariffe più alte, meno investimenti nella manutenzione e una riduzione della qualità del servizio sono solitamente le conseguenze dirette di queste scelte. In un contesto come quello italiano, dove il trasporto pubblico è già segnato da inefficienze e disservizi, un ulteriore peggioramento sarebbe insostenibile.

A questo si aggiunge un altro elemento cruciale: la sicurezza. Le infrastrutture ferroviarie richiedono una manutenzione costante e rigorosa, che non può essere subordinata a mere questioni di carattere contabile. Gli incidenti ferroviari sono spesso il risultato di carenze manutentive o di scelte economiche che sacrificano la sicurezza per ridurre i costi. Affidare la gestione delle infrastrutture ai privati significherebbe mettere ulteriormente a repentaglio l’incolumità dei cittadini.

C’è, infine, un punto da non sottovalutare: la sostenibilità ambientale. In un momento storico in cui la transizione ecologica è diventata una priorità globale, le ferrovie giocano un ruolo fondamentale nella riduzione delle emissioni di CO2. Promuovere gli spostamenti su rotaia significa investire in un futuro più sostenibile, riducendo la dipendenza dal trasporto su gomma e favorendo una mobilità più pulita. Privatizzare le infrastrutture potrebbe mettere a rischio questi obiettivi, compromettendo la capacità dello Stato di orientare le scelte strategiche in funzione dell’interesse collettivo.

Allora, qual è la strada da seguire? La risposta è chiara: mantenere il controllo pubblico sulle infrastrutture ferroviarie e investire in una gestione efficiente e trasparente. Ciò non significa che il settore privato debba essere escluso dal sistema ferroviario. Al contrario, il contributo dei privati può essere prezioso, ma deve avvenire all’interno di un quadro regolatorio chiaro, che garantisca il primato dell’interesse pubblico.

Le ferrovie non sono un semplice business: sono un bene comune, una risorsa strategica che appartiene a tutti i cittadini e rappresentano un esempio classico di monopolio naturale. Privatizzarle significherebbe compromettere il futuro del Paese. Per questo è fondamentale opporsi a proposte come il modello RAB e promuovere una visione alternativa, basata su una gestione pubblica forte, responsabile e orientata al bene collettivo. Solo così potremo garantire un sistema ferroviario all’altezza delle sfide del nostro tempo, capace di rispondere alle esigenze dei cittadini e di contribuire allo sviluppo sostenibile dell’Italia.

Categoria: Interventi

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Article by: Pietro Serbassi